Torino 4 giu. (LaPresse) - Quella dell'amianto è una strage silenziosa. Una strage che ha trovato voce nella lotta e nella costanza delle famiglie e degli ex operai della fabbrica della morte, quella Eternit che a Casale Monferrato sorgeva a pochi passi dal Po. Ma il disastro è tutt'altro che solo italiano, planetario si può dire. La penisola, per una volta, vanta il primato di essere avanti rispetto al resto del mondo in quanto a procedimenti giudiziari. Ci sono Paesi che lottano per riuscire a portare in tribunale i responsabili della strage, altri che si battono per far sì che l'amianto non venga più lavorato, ben consapevoli della sua pericolosità. Altri ancora che muovono i primi passi anche solo per sensibilizzare gli operai e la cittadinanza, luoghi dove si fa fatica a mangiare e una copertura in Eternit può diventare salvezza in un giorno di pioggia. In India l'amianto si lavora senza clamori, in America latina è vietato solo in Argentina, Uruguay, Cile, Honduras e alcuni Stati del Brasile. Si estrae ancora in grandissime quantità, e non senza danni, in Russia e Canada.
A testimoniare l'importanza globale del processo che si è tenuto ieri a Torino c'erano delegazioni da tutta Europa, ma anche avvocati e giornalisti, che hanno seguito da vicino lo svolgersi del processo.
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martedì 4 giugno 2013
sabato 9 marzo 2013
Se siamo qui non è perché Hugo Chávez è morto, ma perché Hugo Chávez continua a vivere

Si è spento, con il suo fisico grande e forte, dopo una lunga malattia. Ma non è morto. Hugo Chávez, presidente del Venezuela dal 1999, sempre vincitore alle urne, mai sconfitto dagli avversari politici, in 14 anni ha rivoluzionato il suo Paese. Assistenza sanitaria ed istruzione gratuite, case, cibo, dignità. Sono state queste le sue battaglie, portate avanti grazie a un popolo che lo ha capito e un carisma difficile da eguagliare. Straordinario uomo, trascinatore, affascinante oratore. Hugo Chávez non ha fatto bene solo al popolo del Venezuela, ma ha guidato all'unione e verso un sogno di autonomia un intero continente. Ha saputo dire e convincere che era possibile staccarsi da un dominio (finanziario, economico, industriale) durato troppo a lungo. I popoli non solo lo ricorderanno così, ma avranno il grande compito di assumersi sulle proprie spalle un percorso che lui ha iniziato e portato avanti. Creando coscienza, forza, consapevolezza negli ultimi e nei dimenticati. E non lo dicono solo gli stessi ultimi. Ma anche i grandi del mondo che hanno capito la sua figura. Il segretario dell'Onu Ban Ki-moon, non certo un rivoluzionario, ha ricordato poche ore dopo la morte come Chávez abbia sempre "sostenuto le sfide e le aspirazioni dei venezuelani più vulnerabili", e "un decisivo impulso all'integrazione regionale, a partire da una visione prettamente latinoamericana, oltre a mostrare solidarietà con le altre nazioni dell'emisfero". Inoltre, ha voluto ricordare il "contributo di vitale importanza" che Chávez ha dato ai "colloqui di pace che si stanno tenendo tra il governo colombiano del presidente Juan Manuel Santos e le Farc". Colloqui che, molti lo dimenticano, trovano la loro culla a Cuba, dove da mesi le parti stanno provando a fare passi avanti.
Hugo Chávez è un uomo coraggioso e la sua vita non è terminata il 5 marzo 2013. Ma continua, così come la sua lotta, negli occhi e nelle voci di quei ragazzi e di quelle donne che grazie a lui hanno conosciuto un riscatto. Hugo Chávez ha forzato la storia, in un momento difficile, ed è riuscito a creare una breccia in muro che prima era troppo alto anche solo per guardare al di là. E lo straordinario momento che sta vivendo l'America Latina deve andare avanti. Tutti i leader di quest'area del mondo, compresi coloro che meno hanno avuto a che fare con il leader bolivariano, hanno riconosciuto la sua importanza. Chi lo ha chiamato "fratello", chi ha pianto lacrime senza fine, chi lo ha ricordato con rispetto e stima. Chi ha capito, forse anche grazie a quel fiume rosso che ha invaso le strade di Caracas per rendergli un tributo, quanto fosse importante per la sua gente. Ora il difficile compito spetta a chi dovrà prendere la sua eredità in mano e portarla avanti. Quel Nicolás Maduro, fedele delfino, scelto dallo stesso Chávez come suo successore. E con lui tutto il movimento politico, militare, popolare, che ha reso vivo il Venezuela. Le parole di Maduro, oggi, durante il funerale, sono state forti e commosse. Iniziando a prendere la forma di quelle di un leader. Per ora basta ricordare quelle del reverendo statunitense Jesse Jackson che, parlando davanti al feretro avvolto dalla bandiera del Venezuela, ha detto la più vera realtà: "Oggi siamo qui non perché Hugo Chávez è morto, ma perché Hugo Chávez è vivo".
Hasta siempre Comandante!
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lunedì 24 dicembre 2012
Argentina, la fabbrica recuperata Zanon è diventata dei lavoratori
Neuquén (Argentina), 23 dic. (LaPresse) - La lotta era iniziata con un'occupazione, nell'ottobre del 2001. All'alba dell'ufficializzazione della crisi economica dell'Argentina, che stava per dichiarare default, e dopo la fuga del padrone della fabbrica di origine veneta, la quasi totalità degli operai della Zanon aveva deciso di non abbandonare il luogo di lavoro. Una fabbrica culla delle piastrelle di ceramica che serviva mezza America latina, unica speranza per pensare a una vita dignitosa. Passati pochi mesi, a marzo 2002, quel gruppo era riuscito a riattivare la produzione, e la settimana scorsa, dopo undici anni di attesa, gli operai ceramisti hanno conosciuto il momento per cui fin dall'inizio si sono battuti. La fabbrica è ora ufficialmente di loro proprietà. La scorsa settimana, infatti, la provincia di Neuquén si è fatta carico dell'importo di denaro necessario all'esproprio, mentre il giudice fallimentare ha consegnato l'impianto, i macchinari e il marchio Zanon alla gestione operaia. "Si è concretizzato il motto 'Zanon è del popolo' e si è dimostrato che il controllo operaio è una forma di uscita dalla crisi", ha commentato al giornale argentino Pagina/12 Alejandro Lopez, uno dei leader della battaglia per l'espropriazione e deputato provinciale del Fronte della sinistra (Frente de Izquierda).
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venerdì 6 luglio 2012
Argentina, 50 anni di carcere a ex dittatore Videla per sequestro figli desaparecidos
Buenos Aires (Argentina), 5 lug. (LaPresse) - L'ex dittatore argentino Jorge Rafael Videla è stato condannato a 50 anni di carcere nel processo sui casi di rapimenti dei figli di desaparecidos durante il regime. Come riporta il quotidiano argentino Clarin, l'altro ex dittatore alla sbarra, Reynaldo Bignone, è stato condannato a 15 anni di detenzione, mentre trent'anni di carcere è la pena decisa per Jorge Acosta, conosciuto come 'El Tigre', capo della Esma, la Scuola di meccanica della Marina nota come principale campo di concentramento a Buenos Aires durante la dittatura.
Il processo, iniziato un anno e mezzo fa, riguardava 35 casi di sottrazione di neonati, 26 dei quali hanno recuperato la propria identità. Uno dei ragazzi, Francisco Madariaga, ha anche testimoniato contro i propri genitori adottivi nel corso delle udienze, l'ex capitano dell'esercito Victor Gallo e la sua ex moglie, Susana Colombo. La tesi portata avanti dalla procura era che durante la dittatura (1976-1983) sia esistito un piano sistematico di sottrazione dei neonati subito dopo il parto delle madri, dissidenti di sinistra, le quali poi venivano eliminate. Dalla fine del regime, oltre cento bambini sono riusciti a scoprire la propria vera identità, grazie al lavoro delle Abuelas (Nonne) de Plaza de Mayo che hanno promosso i test del Dna. In totale l'associazione stima che i bebè tolti ai genitori in queste circostanze siano stati circa 500.
da LaPresse - 5 luglio 2012
Il processo, iniziato un anno e mezzo fa, riguardava 35 casi di sottrazione di neonati, 26 dei quali hanno recuperato la propria identità. Uno dei ragazzi, Francisco Madariaga, ha anche testimoniato contro i propri genitori adottivi nel corso delle udienze, l'ex capitano dell'esercito Victor Gallo e la sua ex moglie, Susana Colombo. La tesi portata avanti dalla procura era che durante la dittatura (1976-1983) sia esistito un piano sistematico di sottrazione dei neonati subito dopo il parto delle madri, dissidenti di sinistra, le quali poi venivano eliminate. Dalla fine del regime, oltre cento bambini sono riusciti a scoprire la propria vera identità, grazie al lavoro delle Abuelas (Nonne) de Plaza de Mayo che hanno promosso i test del Dna. In totale l'associazione stima che i bebè tolti ai genitori in queste circostanze siano stati circa 500.
da LaPresse - 5 luglio 2012
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venerdì 12 agosto 2011
In manette 'El Compayito', capo narcos messicano del cartello ''La Mano con Ojos'.
600 omicidi sulle spalle
dal sito di La Presse
Toluca (Messico), 12 ago. (LaPresse/AP) - La polizia messicana ha arrestato Oscar Osvaldo Garcia Montoya, detto 'El Compayito', leader della banda 'La Mano con Ojos' (La mano con gli occhi), il quale ha confessato di aver ordinato o di aver partecipato a oltre 600 omicidi. Come spiega il procuratore generale dello stato del Messico, Alfredo Castillo, l'uomo è stato arrestato in un raid notturno in una casa nella periferia di Città del Messico. Il gruppo di cui Garcia Montoya è leader è uno dei principali protagonisti della guerra della droga nel nord del Paese e nell'area della capitale, dove combatte per il controllo della vendita di stupefacenti. L'organizzazione è conosciuta per l'estrema violenza con cui conduce le sue azioni, tra cui anche la pratica della decapitazione. Molte delle vittime sono narcotrafficanti e rivali.
Secondo quanto riferisce il procuratore, Garcia Montoya è un disertore dei marine messicani che in passato ha lavorato come guardia del corpo di alcuni esponenti di spicco dei cartelli della droga, tra cui Edgar Valdez, detto 'La Barbie', omicida del cartello Beltran Leyva arrestato nel 2010. Dopo la cattura di Valdez e la morte di altri leader del cartello, Garcia ne è uscito e ha formato il suo gruppo. "Nelle prime dichiarazioni che abbiamo raccolto - spiega Castillo - 'El Compayito' e la sua gang hanno riconosciuto di aver partecipato personalmente a 300 omicidi e di averne ordinati altri 300".
Sfilando davanti ai giornalisti, tenuto da due agenti di polizia mascherati, ieri Garcia si è mostrato con uno sguardo freddo. Castillo ha anche aggiunto che l'uomo è stato addestrato in passato dall'unità delle forze speciali del Guatemala dei 'Kaibiles', conosciuti per aver condotto diversi massacri durante la guerra civile nel Paese centroamericano, terminata negli anni '90. Sembra infatti che alcuni membri di quella unità siano poi stati ingaggiati dai cartelli della droga messicani.
Toluca (Messico), 12 ago. (LaPresse/AP) - La polizia messicana ha arrestato Oscar Osvaldo Garcia Montoya, detto 'El Compayito', leader della banda 'La Mano con Ojos' (La mano con gli occhi), il quale ha confessato di aver ordinato o di aver partecipato a oltre 600 omicidi. Come spiega il procuratore generale dello stato del Messico, Alfredo Castillo, l'uomo è stato arrestato in un raid notturno in una casa nella periferia di Città del Messico. Il gruppo di cui Garcia Montoya è leader è uno dei principali protagonisti della guerra della droga nel nord del Paese e nell'area della capitale, dove combatte per il controllo della vendita di stupefacenti. L'organizzazione è conosciuta per l'estrema violenza con cui conduce le sue azioni, tra cui anche la pratica della decapitazione. Molte delle vittime sono narcotrafficanti e rivali.
Secondo quanto riferisce il procuratore, Garcia Montoya è un disertore dei marine messicani che in passato ha lavorato come guardia del corpo di alcuni esponenti di spicco dei cartelli della droga, tra cui Edgar Valdez, detto 'La Barbie', omicida del cartello Beltran Leyva arrestato nel 2010. Dopo la cattura di Valdez e la morte di altri leader del cartello, Garcia ne è uscito e ha formato il suo gruppo. "Nelle prime dichiarazioni che abbiamo raccolto - spiega Castillo - 'El Compayito' e la sua gang hanno riconosciuto di aver partecipato personalmente a 300 omicidi e di averne ordinati altri 300".
Sfilando davanti ai giornalisti, tenuto da due agenti di polizia mascherati, ieri Garcia si è mostrato con uno sguardo freddo. Castillo ha anche aggiunto che l'uomo è stato addestrato in passato dall'unità delle forze speciali del Guatemala dei 'Kaibiles', conosciuti per aver condotto diversi massacri durante la guerra civile nel Paese centroamericano, terminata negli anni '90. Sembra infatti che alcuni membri di quella unità siano poi stati ingaggiati dai cartelli della droga messicani.
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lunedì 8 agosto 2011
Guatemala, la giustizia batte il secondo colpo
Le condanne a 6060 anni agli autori della strage di Dos Erres. Era l'unità dell'esercito chiamata Kaibiles. Per non dimenticare.
http://lepersoneeladignita.corriere.it/2011/08/08/guatemala-la-giustizia-batte-il-secondo-colpo/
http://lepersoneeladignita.corriere.it/2011/08/08/guatemala-la-giustizia-batte-il-secondo-colpo/
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domenica 18 luglio 2010
Guariniello invitato in Brasile
Là come a Casale 30 anni fa
articolo di Silvana Mossano, da La Stampa del 17 luglio 2010
C’è chi dice che si esagera a continuare a parlare di amianto. Che troppo si è detto e che l’argomento non "tira" più. Costoro sono sicuramente dei fortunati perché non hanno mai visto da vicino un loro amico o un famigliare soffrire, prima ancora che per gli effetti della malattia, per il terrore gelido nel momento in cui viene comunicata la diagnosi. E sono altresì degli invidiabili ottimisti perché sono certi che non ne verranno mai sfiorati. Costoro, ad esempio, ritengono che, grazie alla legge del ‘92 che vieta l’amianto in Italia, il problema sia stato cancellato dalla faccia della Terra. Invece, i suoi tentacoli mortali sono ancora in agguato e continueranno a tormentare cittadini ignari fino a quando dei ricercatori capaci, con il sostegno di adeguate risorse finanziarie, non troveranno una cura per "sfangarla".
Costoro forse si illudono che l’amianto sia confinato a Casale? In centinaia di città per 80 anni sono state vendute migliaia di tonnellate di tetti e tubi di "eternit" che, a dispetto del nome, non sono eterni, invecchiando si sfaldano. Costoro non vogliono credere che, come è scientificamente provato, il mesotelioma "ti piglia" anche se hai respirato una sola fibra e non serve prolungata esposizione (come è, invece, per l’asbestosi). Costoro pensano che, smettendo di parlarne, il problema si risolva da sé. Ma non è così.
Lo dimostra un filmato, girato un paio di settimane fa dal documentarista Niccolò Bruna, in Brasile, dove l’estrazione e la lavorazione di amianto è in vigore come in altri luoghi del mondo. Là, ora, prevalgono le identiche argomentazioni che, qui, 30-40 anni fa, erano il "vangelo" delle lobby amiantifere. Gli "ingegneri dell’immagine", quelli che sanno come far passare messaggi rassicuranti (consigliando anche di togliere i manifesti da morto fuori dallo stabilimento… meglio non vedere), continuano a fare con diligenza il loro mestiere celando i pericoli ed evidenziando i benefici. Così, non i produttori, ma i loro operai, i medici, i sindacalisti intervistati da Niccolò Bruna dichiarano l’orgoglio di lavorare per l’Eternit, di vivere nella città di Minaçu, nata nel ‘67 nel bacino di una cava di amianto a cielo aperto, 33 mila abitanti come Casale, di ricavare dalla fabbrica benessere e progresso tanto da desiderare, come massima aspirazione, che "mio figlio, da grande, scelga di lavorare qui". Sono tranquilli perché sono stati persuasi che "la lavorazione dell’amianto, adesso, è sicura; il pericolo c’era sì, ma in passato".
Uguale frase veniva dichiarata pubblicamente dai dirigenti Eternit 30 anni fa: i giornali lo documentano. I manuali, a uso interno dei vertici, e i verbali con le strategie di immagine predisposte dai professionisti di public relations, e che il pm Guariniello di Torino ha sequestrato, lo confermano. A instillare il dubbio nelle ferree convinzioni brasiliane proverà una delegazione di casalesi, tra cui Bruno Pesce e Nicola Pondrano, in un viaggio laggiù a fine agosto. E la Federazione nazionale dei procuratori della Repubblica del Brasile che si occupano di cause di lavoro ha invitato espressamente anche il pm Guariniello.
Non se n’è parlato troppo di amianto. Non abbastanza. È lodevolissimo, quindi, che una giovane casalese, Eleonora Cortello, nella tesi con cui si è laureata nei giorni scorsi in Giurisprudenza ad Alessandria, dal titolo "La sorveglianza sanitaria sul luogo di lavoro", abbia voluto dedicare un capitolo al "Caso Eternit. Un esempio emblematico". E si continuerà a parlarne, al processo di Torino. Lunedì, all’ultima udienza prima della pausa estiva, i testimoni chiamati dall’avvocato di parte civile Sergio Bonetto sono: Italo Busto, fratello di Piercarlo, morto a 33 anni di mesotelioma (atleta, correva alla pista attigua all’Eternit), Vittorio Giordano, di Legambiente che, insieme a Luisa Minazzi e altri ambientalisti, ha condotto strenue battaglie, Alberto Deambrogio, che interviene per conto dell’Associazione italiana esposti amianto.
C’è chi dice che si esagera a continuare a parlare di amianto. Che troppo si è detto e che l’argomento non "tira" più. Costoro sono sicuramente dei fortunati perché non hanno mai visto da vicino un loro amico o un famigliare soffrire, prima ancora che per gli effetti della malattia, per il terrore gelido nel momento in cui viene comunicata la diagnosi. E sono altresì degli invidiabili ottimisti perché sono certi che non ne verranno mai sfiorati. Costoro, ad esempio, ritengono che, grazie alla legge del ‘92 che vieta l’amianto in Italia, il problema sia stato cancellato dalla faccia della Terra. Invece, i suoi tentacoli mortali sono ancora in agguato e continueranno a tormentare cittadini ignari fino a quando dei ricercatori capaci, con il sostegno di adeguate risorse finanziarie, non troveranno una cura per "sfangarla".
Costoro forse si illudono che l’amianto sia confinato a Casale? In centinaia di città per 80 anni sono state vendute migliaia di tonnellate di tetti e tubi di "eternit" che, a dispetto del nome, non sono eterni, invecchiando si sfaldano. Costoro non vogliono credere che, come è scientificamente provato, il mesotelioma "ti piglia" anche se hai respirato una sola fibra e non serve prolungata esposizione (come è, invece, per l’asbestosi). Costoro pensano che, smettendo di parlarne, il problema si risolva da sé. Ma non è così.
Lo dimostra un filmato, girato un paio di settimane fa dal documentarista Niccolò Bruna, in Brasile, dove l’estrazione e la lavorazione di amianto è in vigore come in altri luoghi del mondo. Là, ora, prevalgono le identiche argomentazioni che, qui, 30-40 anni fa, erano il "vangelo" delle lobby amiantifere. Gli "ingegneri dell’immagine", quelli che sanno come far passare messaggi rassicuranti (consigliando anche di togliere i manifesti da morto fuori dallo stabilimento… meglio non vedere), continuano a fare con diligenza il loro mestiere celando i pericoli ed evidenziando i benefici. Così, non i produttori, ma i loro operai, i medici, i sindacalisti intervistati da Niccolò Bruna dichiarano l’orgoglio di lavorare per l’Eternit, di vivere nella città di Minaçu, nata nel ‘67 nel bacino di una cava di amianto a cielo aperto, 33 mila abitanti come Casale, di ricavare dalla fabbrica benessere e progresso tanto da desiderare, come massima aspirazione, che "mio figlio, da grande, scelga di lavorare qui". Sono tranquilli perché sono stati persuasi che "la lavorazione dell’amianto, adesso, è sicura; il pericolo c’era sì, ma in passato".
Uguale frase veniva dichiarata pubblicamente dai dirigenti Eternit 30 anni fa: i giornali lo documentano. I manuali, a uso interno dei vertici, e i verbali con le strategie di immagine predisposte dai professionisti di public relations, e che il pm Guariniello di Torino ha sequestrato, lo confermano. A instillare il dubbio nelle ferree convinzioni brasiliane proverà una delegazione di casalesi, tra cui Bruno Pesce e Nicola Pondrano, in un viaggio laggiù a fine agosto. E la Federazione nazionale dei procuratori della Repubblica del Brasile che si occupano di cause di lavoro ha invitato espressamente anche il pm Guariniello.
Non se n’è parlato troppo di amianto. Non abbastanza. È lodevolissimo, quindi, che una giovane casalese, Eleonora Cortello, nella tesi con cui si è laureata nei giorni scorsi in Giurisprudenza ad Alessandria, dal titolo "La sorveglianza sanitaria sul luogo di lavoro", abbia voluto dedicare un capitolo al "Caso Eternit. Un esempio emblematico". E si continuerà a parlarne, al processo di Torino. Lunedì, all’ultima udienza prima della pausa estiva, i testimoni chiamati dall’avvocato di parte civile Sergio Bonetto sono: Italo Busto, fratello di Piercarlo, morto a 33 anni di mesotelioma (atleta, correva alla pista attigua all’Eternit), Vittorio Giordano, di Legambiente che, insieme a Luisa Minazzi e altri ambientalisti, ha condotto strenue battaglie, Alberto Deambrogio, che interviene per conto dell’Associazione italiana esposti amianto.
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mercoledì 19 maggio 2010
I cubani che scoprirono il terrorismo Usa
articolo di Gianni Minà, apparso domenica 16 maggio su Il fatto quotidianoCaro Direttore,
questa volta ti chiedo spazio per raccontare una storia emblematica che spiega quanto sia crudele l'embargo Usa nella vita di Cuba.
Alla metà degli anni ’90 le attività terroristiche dei gruppi che dalla Florida e dal New Jersey organizzavano attentati e provocazioni lungo le coste di Cuba, con la complicità della famigerata Fondazione cubano-americana di Miami, erano diventate così numerose e pericolose che il governo de l’Avana fu costretto a prendere due decisioni fondamentali.
La prima fu quella di infiltrare, nelle maglie della società nordamericana, cinque agenti dell’intelligence che, rinunciando per un lungo lasso di tempo alla loro vita personale e rompendo ufficialmente con le loro famiglie e il loro paese, cercassero di scoprire dove nasceva l’eversione per poterla neutralizzare.
La seconda decisione impegnò invece in prima persona Fidel Castro che chiese al premio Nobel della letteratura Gabriel García Márquez se poteva essere latore di un messaggio informale a Bill Clinton.
L’allora presidente degli Stati Uniti aveva, infatti, più volte dichiarato di essere un lettore fedele delle opere del grande scrittore colombiano, tanto da tenere i suoi romanzi sul comodino e di non addormentarsi senza leggerne una pagina.
A queste dichiarazioni erano seguiti diversi inviti a Márquez, che aveva trascorso perfino un week end ospite dei Clinton, con il collega messicano Carlos Fuentes, all’isola Martha’s Vineyard.
Márquez in quegli incontri aveva spiegato Cuba al Presidente e aveva espresso le aspettative che i popoli a sud del Texas nutrivano, dopo gli anni crudeli dell’Operación Cóndor, l’annientamento delle opposizioni latinoamericane benedetto da Nixon e Kissinger, e dopo la stagione del “reaganismo”.
Ma Clinton, che (come il premier spagnolo Aznar) aveva avuto un consistente contributo elettorale proprio dalla Fondazione cubana-americana, non aveva potuto mantenere le sue promesse di un cambio di rapporto con l’isola della Revolución e nemmeno di una reale apertura nelle politiche con l’America latina.
Così non per caso, quella volta, nella primavera del ‘98, il Gabo, alla fine dei suoi seminari all’Università di Princeton, non riuscì' a incontrare, come al solito, il suo amico Presidente e dovette accontentarsi di consegnare il delicato messaggio di Fidel Castro allo staff della Casa Bianca.
Nel frattempo, Gerardo Hernandez, René Gonzales, Fernando Gonzales, Antonio Guerrero e Ramon Labañino, i cinque agenti dell’intelligence cubana, avevano portato a termine la loro pericolosa missione. Le risultanze della loro ricerca erano apparse subito così delicate anche per la plateale connivenza di alcuni organi federali Usa, che il governo cubano si era visto costretto, attraverso la diplomazia sotterranea che non ha mai cessato di funzionare fra i due Paesi, a chiedere un incontro fra le parti. Una delegazione dell’Fbi volò all’Avana per ricevere una copia dei dossier raccolti. Ma dopo che questa documentazione fu esaminata, il governo di Washington, invece di catturare Luis Posada Carriles, Orlando Bosch, Santiago Alvares, Rodolfo Frometa o i Fratelli del Riscatto (Brothers to the Rescue) di José Basulto, veri Bin Laden latinoamericani, decise l’arresto dei cinque cubani che avevano individuato le centrali terroristiche attive in Florida.
La loro odissea era appena cominciata. Dovettero aspettare 33 mesi, 17 dei quali in isolamento e 4 settimane nell’hueco (il buco, una cella di 2 metri x 2 dove la luce è sempre accesa) prima di essere rinviati a giudizio per spionaggio. Il loro ritorno in una cella normale fu possibile solo grazie a una campagna internazionale alla quale parteciparono un centinaio di deputati laburisti inglesi e Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana, anch’essa Nobel per la Letteratura.
Non mosse un dito invece Freedom House, uno degli organismi sovvenzionati dal NED, l'agenzia di propaganda della Cia, che ha la presunzione, ogni anno, di dare le pagelle sulla democrazia e la libertà di informazione nei vari paesi. Tacquero anche i Reporters sans frontières, sempre latitanti nelle battaglie per le violazioni dei diritti umani commessi dagli Usa.
Il processo fu una vera farsa con esplicite minacce e aggressioni ad alcuni giurati e condanne inaudite a vari ergastoli per i Cinque.
L’avvocato Leonard Weinglass, difensore di Antonio Guerrero e vecchio combattente per i diritti civili (è stato il difensore di Mumia, di Angela Davis, dei cinque di Chicago) affermò che erano stati violati il 5° e il 6° emendamento della Costituzione del Paese.
Non era una esagerazione. Nell’agosto del 2005, infatti, tre giudici della Corte d’Appello federale di Atlanta che ha giurisdizione sulla Florida (e che potevano intervenire solo se avessero accertato, come è avvenuto, errori legali e di diritto commessi nel primo giudizio) revocarono la sentenza espressa dal Tribunale di Miami nella primavera del 2003, chiedendo un nuovo dibattimento in una città diversa e meno condizionata dall’odio. Sottolinearono, infatti, che non c’era stata diffusione di informazioni militari segrete e che non era stata messa in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti.
I cinque cubani, in attesa di un nuovo giudizio, non furono però liberati. Un anno dopo, ancora la Corte d’Appello di Atlanta, allargata a nove membri per le pressioni del ministro della Giustizia Alberto Gonzales, grande propugnatore del “diritto a praticare la tortura” delle forze armate Usa, revocò a sua volta la decisione presa dai giudici Stanley Birch, Phyllis Kravitch e James Oakes che, dodici mesi prima, “nell’interesse dell’etica e della giustizia” avevano dichiarato nulla la condanna per spionaggio emessa contro i Cinque a Miami.
Di fatto, il caso fu congelato e spedito alla Corte Suprema con un’istanza per la revisione del processo accompagnata da interventi di “amici della Corte” (amicus curiae brief), firmati da dieci premi Nobel e dalla ex commissaria per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Ma tutto questo non è servito a nulla. Il 5 giugno 2009 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha infatti annunciato, senza motivazioni, la sua decisione di non riesaminare il caso dei Cinque.
L’avvocato Weinglass ha denunciato ancora una volta la latitanza, fin dall’inizio, dei mezzi di informazione in un caso che pure toccava importanti questioni di politica estera e di terrorismo internazionale.
Non a caso, il 3 marzo 2004, il più prestigioso intellettuale degli Stati Uniti Noam Chomsky, l’ex ministro della Giustizia Ramsey Clark, il vescovo protestante di Detroit Thomas Gumbleton, il Nobel della Pace Rigoberta Menchú ed altre personalità, avevano dovuto comprare, per sessanta mila dollari, una pagina pubblicitaria del New York Times, per far conoscere finalmente questa storia nascosta fin dall'inizio all'opinione pubblica.
Nella pagina ci si chiedeva: “E’ possibile essere imprigionati negli Stati Uniti per aver lottato contro il terrorismo?”. E la risposta sotto era: “Si, se combatti il terrorismo di Miami”.
Negli ultimi sei anni non è cambiato nulla. Ma Obama ha vinto in Florida, e persino a Miami, senza l’aiuto, come fu per Bush jr., della Corte Suprema e senza l’appoggio dei gruppi della destra eversiva della Florida.
Sarebbe semplice per lui dimostrare che la politica estera del suo governo non è condizionata dai terroristi legati alla Fondazione cubano–americana di Miami, autori, in questi anni, di 681 attentati , che hanno assassinato 3478 persone, e ferito altre 2000.
Per ora, Obama, ha incontrato solo i “duri” di Miami. Sarebbe utopistico sperare in un cambio di politica?
Gianni Minà, da Latinoamerica
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martedì 23 marzo 2010
Amianto, la conquista del Sud del mondo
Ci sono Paesi del mondo dove ad estrarre l’amianto dalle miniere sono le donne, e lo fanno a mani nude. Altri Paesi dove i governi negano e nascondono ogni forma di problema riguardante la pericolosità dell’amianto. Ci sono luoghi nei quali le multinazionali europee hanno siglato patti più o meno formali con i governi, dittature più o meno dichiarate, per portare avanti un’attività fatta di profitti e morte, disinteresse per la salute dei cittadini e dell’ambiente. Paesi in cui le polveri di amianto non sono considerate mortali, e nemmeno nocive, magari un po’ fastidiose per il respiro, ma comunque vengono viste come fonte di lavoro. La lunga mano dell’Eternit, e con lei di altre multinazionali dall’amianto come Saint-Gobain, a partire dagli anni ‘70, ha iniziato a lasciarsi alle spalle l’Europa per metter in atto una vera e propria colonizzazione dei paesi del Sud del Mondo. Lo hanno raccontato martedì diversi testimoni, nel corso della Conferenza organizzata dalla Iban (International Ban Asbestos Network) presso la sala convegni della Regione Piemonte, in corso Stati Uniti. Testimoni che si sono aggiunti ai loro colleghi europei, per raccontare storie di lotta e sfruttamento.America Latina
In Brasile, ha spiegato Mauro Menezes, rappresentante dell’Abrea (Associazione Brasiliana degli Esposti all’Amianto), esistono alcune tra le miniere e le fabbriche di amianto più grandi al mondo. Un esempio è la città di Osasco, nello stato di San Paolo, fondata da emigranti italiani provenienti proprio dall’omonimo paese in provincia di Torino, dove ha funzionato per decenni uno stabilimento Eternit. Grande produttore ed esportatore, il Brasile ha visto moltiplicarsi le morti negli scorsi anni. E, nonostante le pressioni delle multinazionali e dell’Istituto Brasiliano dell’Amianto,i lavoratori sono riusciti ad ottenere una storica vittoria nel 2005: in seguito a una class action, il Tribunale di San Paolo ha condannato la multinazionale a risarcire 2.500 operai esposti. Inoltre l’Abrea è stata in grado di fare approvare leggi per la proibizione dell’amianto in diversi stati del Brasile, ancora non in tutti, ma l’impegno continua. Più difficile la situazione a Lima, dove il lungo governo Fujimori, con le sue politiche neoliberiste e repressive, ha bloccato ogni forma di azione penale volta a contrastare l’utilizzo e la produzione di amianto. Vietato solo negli ultimi anni, oggi questo minerale viene ancora commercializzato in Perù e, come ha mostrato Eva Delgado, dell’Asociacion frente al asbesto, in una serie di diapositive, è trasportato su camion scoperti. Oppure viene utilizzato per costruire baracche nei quartieri più poveri di Lima.
Asia
Nei Paesi asiatici, se possibile, la situazione è ancora peggiore. L’aspetto che più preoccupa è la difficoltà di reperire dati sulla roduzione, l’utilizzo e le morti provocate dall’amianto in Paesi come Cina, il maggiore consumatore e produttore mondiale, India e Thailandia. In Giappone la Eternit è arrivata con il nome di Japan Eternit Pipe, affiancandosi nella produzione a una serie di aziende locali. Grazie al lavoro delle associazioni si è riusciti negli ultimi anni ad avere una stima abbastanza precisa delle morti legate all’esposizione, nel 2007 ne sono state conteggiate più di 500, nelle varie imprese produttrici di amianto, ma sono dati molto parziali. Drammatica la situazione illustrata da Madhumita Dutta, riguardo all’India, dove la Eternit, oggi non più presente nel Paese, ha lasciato una dura eredità. Forti sono i contatti con il Canada, paese da dove l’India importa ogni anno più 300 milioni di tonnellate di amianto bianco. E dove ancora rimangono funzionanti miniere a cielo aperto, tra cui anche un sito nello sta to del Rajasthan di estrazione della pericolosissima tremolite, proibita in tutto il mondo. E poi l’amianto è presente nella navi, il cui smantellamento occupa decine di migliaia di lavoratori nello stato indiano del Gujarat. Da alcuni anni in Asia è attiva la Anroav, rete asiatica per le vittime delle morti sul lavoro. Si occupa di incidenti e malattie professionali, cercando di monitorare i vari Paesi e dedicando molte attenzioni all’amianto e alle altre sostanze nocive utilizzate spesso senza controllo. Qualche passo avanti si è fatto, come in Indonesia, dove si è riusciti ad avviare dei programmi di formazione per i lavoratori e il prossimo ottobre dovrebbe nascere la rete per la proibizione dell’amianto.
Ilaria Leccardi da Terra Comune
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venerdì 15 gennaio 2010
Vogliono zittire la stampa indipendente
Honduras: parla Cesar Silva, il giornalista sequestrato e torturato dai golpisti
Da un punto non precisato della regione centroamericana parla il giornalista che è stato sequestrato e torturatoLo scorso 29 dicembre, César Silva, comunicatore sociale impegnato a raccontare la lotta del popolo honduregno contro il colpo di Stato, è stato sequestrato e selvaggiamente percosso e torturato da sconosciuti, che Silva assicura essere membri dell'esercito o della polizia. Secondo le varie organizzazioni dei diritti umani dell'Honduras, quanto accaduto a Silva fa parte di una strategia repressiva promossa dal governo di fatto usando il braccio armato delle forze militari del paese, per seminare il terrore tra la popolazione ed i mezzi di comunicazione che non si sono piegati alle forze golpiste.
César Silva, insieme a Edwin Renán Fajardo, il ragazzo di 22 anni assassinato lo scorso 22 dicembre, sono autori di un'infinità di audiovisivi che sono stati materiale imprescindibile per raccontare al mondo la tragedia del popolo honduregno dopo il 28 giugno e per organizzare attività formative e di coscientizzazione della Resistenza in numerosi quartieri e colonie della capitale e nel resto del paese.
Durante il suo sequestro è stato incappucciato e portato nella zona periferica di Tegucigalpa, dove è stato interrogato per tutto il giorno e la notte affinché desse informazioni su presunti depositi di armi della Resistenza nel paese. È stato selvaggiamente percosso e torturato, denudato e quasi soffocato e alla fine è stato liberato, quasi come è accaduto a Walter Tróchez, il difensore di diritti umani della comunità LGBT assassinato pochi giorni dopo il suo sequestro.
Sirel e la Lista Informativa "Nicaragua y más" si sono mobilitate verso un luogo imprecisato della regione centroamericana per riunirsi con César Silva, il quale, immediatamente dopo il suo sequestro e liberazione, ha deciso di ascoltare i consigli di amici ed amiche ed ha abbandonato il paese con la sua famiglia.
Come è avvenuto il sequestro?
Venivo dal sud del paese dove era andato per distribuire del materiale audiovisivo ad organizzazioni contadine e arrivando alla capitale sono sceso dall'autobus ed ho preso un taxi per andare a casa. Non potevo certo immaginare che avevano intercettato il mio cellulare e che stavano ascoltando le mie chiamate dove segnalavo i miei spostamenti. Quando sono arrivato nella zona dell'anello periferico, una macchina si è accostata al taxi e le persone che stavano dentro hanno estratto la pistola, intimando al taxista di fermarsi. Pensando ad una rapina ho detto loro di prendere pure la telecamera e il computer, ma la loro risposta è stata molto chiara: "Non è questa m... che c'interessa, siamo venuti a prendere te, figlio di p...". Mi hanno fatto salire sull'auto, hanno minacciato il tassista affinché si dimenticasse di quanto accaduto e sono partiti. Prima mi hanno obbligato a chinare la testa e metterla tra le mie gambe e quando non ce la facevo più, mi hanno colpito violentemente sul viso e mi hanno incappucciato. Dopo circa un'ora siamo arrivati in un casolare, credo in campagna, e mi hanno rinchiuso in una stanza completamente buia. Dopo circa due ore è iniziato l'interrogatorio.
Che cosa è successo dopo?
L'aggressività di chi m'interrogava cresceva con il passare dei minuti, benché ci fosse sempre uno dei sequestratori che fingeva di essere il buono della situazione. Mi domandavano dove fossero le armi, chi le faceva entrare nel paese, quante cellule armate comandavo e quali erano i miei contatti internazionali. Io non capivo che cosa volessero da me e ripetevo loro che ero un giornalista e che non sapevo nulla delle armi. Hanno iniziato ad innervosirsi e a colpirmi sulla faccia, nello stomaco, sulla schiena e nei testicoli. Mi hanno spogliato e bagnato con acqua, poi mi hanno buttato per terra e mi hanno messo acqua delle narici. Infine mi hanno messo una sedia sulla trachea e ci si sono seduti. Stavo asfissiando. Dai loro commenti era chiaro che sapevano perfettamente chi fossi ed hanno anche parlato del materiale audiovisivo e di Renán Fajardo. Verso le tre del mattino hanno cercato di spaventarmi ancora di più ed a voce alta hanno iniziato a pianificare il mio omicidio. Alla fine hanno però detto che mi avrebbero liberato e che avevo un angelo custode che per il momento mi aveva protetto. Mi hanno fatto salire sulla macchina, sempre incappucciato e dopo circa un'ora si sono fermati. Hanno aperto la porta e la persona che stava al mio fianco mi ha dato un calcio e mi ha buttato fuori dalla macchina. Poi sono ripartiti.
Mi sono alzato a fatica e sono corso al Cofadeh per denunciare l'accaduto.
Ti sei chiesto il perché del tuo sequestro?
Quando la repressione già non avviene durante le manifestazioni, iniziano le catture selettive. Nel mio caso, credo che il lavoro fatto con Renán durante la chiusura di Radio Globo e Cholusat Sud-Canale 36 abbia fatto piuttosto male ai golpisti, perché il nostro materiale arrivava in tutti gli angoli del paese e in un certo modo aiutava a rompere l'isolamento e la disinformazione che erano gli obiettivi del governo di fatto. Producevamo materiale audiovisivo in cui facevamo vedere ciò che stava accadendo nel paese e che, ovviamente, nessun telegiornale o radio riportava. Raccontavamo la repressione, gli omicidi, la violenza e lo distribuivamo affinché la Resistenza l'usasse per informare la gente che non poteva ascoltare o vedere i mezzi di comunicazione che erano stati chiusi dai golpisti. Alla fine abbiamo deciso di sospendere le proiezioni perché sono iniziate le perquisizioni nei quartieri e nelle colonie dove svolgevamo le attività. Molti leader della Resistenza che promuovevano queste attività sono stati assassinati.
Perché credi che abbiano deciso di non ucciderti?
Credo che non avessero ricevuto l'ordine di farlo, altrimenti non ci avrebbero pensato due volte. Ma soprattutto sono convinto che l'obiettivo fosse quello di usare il mio caso per seminare terrore tra i colleghi honduregni, che portano avanti un lavoro che arreca danni e dà fastidio ai golpisti. Il messaggio è per gli altri: se hanno potuto fare questo a me, lo possono fare in qualunque momento con qualsiasi altro giornalista. Ciò che vogliono è zittirci. Quello che comunque mi preoccupa di più è che esiste una gran quantità di colleghi che si sono venduti per alcune monete ai poteri golpisti. Hanno venduto il sangue della gente per un lavoro.
Perché hai deciso di abbandonare il paese?
Dopo il mio sequestro sapevo che in qualunque momento potevano arrivare a casa mia ed assassinarmi.Gli organismi dei diritti umani e vari amici mi hanno inoltre detto che non volevano vedere sui giornali altre foto di vittime della dittatura e mi hanno consigliato di uscire dal paese per un po' di tempo. Spero sia solo per un periodo, perché voglio tornare e continuare il mio lavoro. Non ho paura, anche se devo essere più cauto per non rendere le cose troppo facili a questi assassini. Se mi vogliono ammazzare, che almeno facciano un po' di fatica.
Testo e foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org
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venerdì 25 settembre 2009
Paz sin fronteras
Che piaccia o no, il megaconcerto di domenica 20 settembre, nella Plaza de la Revolución all'Avana, è stato un vero successo: 15 interpreti assai popolari, fra cui il nostro Jovanotti, Silvio Rodríguez, Miguel Bosé, la portoricana Olga Tañón, Víctor Manuel, gli Orishas (il gruppo cubano che lavora all'estero e che da anni non tornava a casa), Amaury Pérez, X Alfonso, il grande Juan Formell con i suoi Van Van ed altri, hanno animato le cinque ore di musica, sotto un sole implacabile, riuniti intorno all'iniziativa del colombiano Juanes che vuole fare della musica un potente strumento di pace.
Quando Juanes ha organizzato un concerto alla frontiera fra Venezuela e Colombia, una frontiera bruciante e rischiosa, e l'ha chiamato "Paz sin fronteras", gli elogi per l'iniziativa si sono sprecati. Questa volta, invece, l'idea di scegliere la Plaza de la Revolución, un luogo assai simbolico per l'America Latina, con il mural del Che in fondo, ha suscitato scandalo, rabbia, una battaglia dei mass media davvero massiccia e senza esclusione di colpi.
I dischi di Juanes sono stati fracassati nella pubblica via a Miami, dove il cantante colombiano vive e dove sua moglie, in attesa del terzo figlio, ha dovuto sostenere il peso di un ostracismo così violento. Neanche la grande popolarità dell'autore di "Camisa negra" è riuscita a sedare gli animi dell'esilio cubano a Madrid, a New York e dovunque si sia stabilita una comunità di transfughi dall'isola. I motivi di una rabbia così sfrenata appaiono evidenti: il concerto di ieri, davanti a un milione e centocinquantamila spettatori che hanno sopportato con allegria l'implacabile sole del pomeriggio, è stato un grande successo per la musica, per la gestione intelligente dei cubani e del ministro della Cultura Abel Prieto, per l'affiatamento dei musicisti provenienti da diverse parti del mondo ispanico.
L'evento è stato trasmesso in diretta dalla catena di televisione Cuatro e anche se il servizio d'ordine -come sempre a Cuba nelle grandi manifestazioni di massa- è stato severo, tutto si è svolto nel migliore dei modi.
I quindici artisti hanno cantato gratis e gli organizzatori, Juanes in testa, si sono accollati le spese per gli impianti mentre Cuba offriva alloggi e organizzazione. E proprio per risparmiare qualcosa, il concerto si è svolto di giorno, all'implacabile luce del sole che però non ha scoraggiato un pubblico enorme. Un malevolo commentatore, su El País, ha intitolato che "la montagna ha partorito un topolino", affermando che il pubblico era costituito tutto da militanti e lavoratori intruppati nei camion e portati per forza. Davvero confortante pensare che all'Avana ci sia ancora un milione e passa di militanti!
Nella grande piazza dominava il colore bianco, bianco della pace, e tutti i ritmi della musica caraibica e, per chiudere il concerto, tutte e quindici le star del mondo ispanico hanno lasciato il posto alla voce calda, allegra, sfottente del grande Compay Segundo e del suo "Chan chan". Dall'oltre tomba, fumando il suo interminabile sigaro, quel vecchio adorabile se la sarà goduta.
di Alessandra Riccio,
da Latinoamerica
Quando Juanes ha organizzato un concerto alla frontiera fra Venezuela e Colombia, una frontiera bruciante e rischiosa, e l'ha chiamato "Paz sin fronteras", gli elogi per l'iniziativa si sono sprecati. Questa volta, invece, l'idea di scegliere la Plaza de la Revolución, un luogo assai simbolico per l'America Latina, con il mural del Che in fondo, ha suscitato scandalo, rabbia, una battaglia dei mass media davvero massiccia e senza esclusione di colpi.
I dischi di Juanes sono stati fracassati nella pubblica via a Miami, dove il cantante colombiano vive e dove sua moglie, in attesa del terzo figlio, ha dovuto sostenere il peso di un ostracismo così violento. Neanche la grande popolarità dell'autore di "Camisa negra" è riuscita a sedare gli animi dell'esilio cubano a Madrid, a New York e dovunque si sia stabilita una comunità di transfughi dall'isola. I motivi di una rabbia così sfrenata appaiono evidenti: il concerto di ieri, davanti a un milione e centocinquantamila spettatori che hanno sopportato con allegria l'implacabile sole del pomeriggio, è stato un grande successo per la musica, per la gestione intelligente dei cubani e del ministro della Cultura Abel Prieto, per l'affiatamento dei musicisti provenienti da diverse parti del mondo ispanico.
L'evento è stato trasmesso in diretta dalla catena di televisione Cuatro e anche se il servizio d'ordine -come sempre a Cuba nelle grandi manifestazioni di massa- è stato severo, tutto si è svolto nel migliore dei modi.
I quindici artisti hanno cantato gratis e gli organizzatori, Juanes in testa, si sono accollati le spese per gli impianti mentre Cuba offriva alloggi e organizzazione. E proprio per risparmiare qualcosa, il concerto si è svolto di giorno, all'implacabile luce del sole che però non ha scoraggiato un pubblico enorme. Un malevolo commentatore, su El País, ha intitolato che "la montagna ha partorito un topolino", affermando che il pubblico era costituito tutto da militanti e lavoratori intruppati nei camion e portati per forza. Davvero confortante pensare che all'Avana ci sia ancora un milione e passa di militanti!
Nella grande piazza dominava il colore bianco, bianco della pace, e tutti i ritmi della musica caraibica e, per chiudere il concerto, tutte e quindici le star del mondo ispanico hanno lasciato il posto alla voce calda, allegra, sfottente del grande Compay Segundo e del suo "Chan chan". Dall'oltre tomba, fumando il suo interminabile sigaro, quel vecchio adorabile se la sarà goduta.
di Alessandra Riccio,
da Latinoamerica
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giovedì 10 settembre 2009
Su Chavez la disinformazione italiana
un articolo di Gianni Minà
La riflessione più evidente che nasce dalla lettura dei media italiani dopo il trionfale passaggio a Venezia del presidente venezuelano Ugo Chavez, per la prima del film-documentario "South of the Border" a lui dedicato da Oliver Stone, è che da noi proprio non ne vogliono sapere di dire la verità su quello che sta accadendo nel mondo e perchè.La nostra informazione, pateticamente impantanata nel suo stupido gioco di gossip, insulti e contro insulti locali, sembra ormai malata di autismo nelle sue certezze, anche quando queste certezze sono smentite dai fatti, come è accaduto nel recente crollo del muro del capitalismo.
Questa informazione è, infatti, così abituata ad essere bugiarda, superficiale, ridicola nel raccontare le persone e riferire i fatti che non sente nemmeno più il bisogno di chiedersi, per esempio, perchè il regista Oliver Stone, quello di Salvador, Platoon, JFK, Wall Street, cioè un regista aduso a dire la verità fuori dai denti e a riflettere sul mondo che lo circonda, abbia sentito il bisogno di raccontare l’America latina oggi, usando il meccanismo del documentario, incontrando i presidenti del continente a sud del Texas, da Ugo Chavez, appunto, al brasiliano Lula da Silva, all’argerntina Cristina Kirchner con suo marito Nestor (che l’ha preceduta nella presidenza), all’ecuadoriano Rafael Correa, al paraguaiano Fernando Lugo, al cubano Raul Castro, tutti in qualche modo protagonisti del vento di attenzione sociale e civile che sta cambiando e rendendo più giusta quella parte del mondo. Un vento che, secondo tutti gli indicatori internazionali, sta spingendo l’America latina verso un riscatto, storicamente atteso dal tempo delle conquiste coloniali di Spagna e Portogallo, e non gradito agli interessi delle nazioni del nord del mondo.
Oliver Stone compie questa traversata di un continente che sta recuperando diritti democratici, mentre in Europa si perdono ogni giorno brandelli di conquiste civili e sociali, inframezzando le incursioni nella vita di questi leaders a frammenti di telegiornali nordamericani che hanno il merito di sbriciolare la fama usurpata della tante volte esaltata capacità giornalistica dei media d’oltreoceano.
Non a caso proprio a Venezia, nella cena organizzata dalla produzione, dove c’era anche Chavez, Stone mi ha ribadito “Molti dei paesi latinoamericani che hanno recentemente conquistato un’indipendenza reale sono scorrettamente indicati da settori del nostro governo e da parte della stampa miserevolmente asservita come “non democratici”, perchè le loro nuove scelte economiche e politiche nuociono ai nostri interessi. Tutto questo è insopportabile e bisogna avere la froza di denunciarlo”.
Insomma, il regista di Nato il quattro luglio e di Assassini nati fa il lavoro che una volta facevano i giornalisti, i saggisti, e che, da qualche tempo, fanno i registi come lui, come Sean Penn, George Clooney, perfino come Soderbergh (nella rigorosa ricostruzione della vita e dell’epopea di Che Guevara, che smentisce tutte le invenzioni montate contro lui e contro Cuba), o come Michael Moore, l’iniziatore di questo genere, premiato da un pubblico che evidentemente vuole sfuggire le mistificazioni e le menzogne della televisione.
Non è quindi sorprendente che, salvo Il manifesto, i media italiani non abbiano sentito il bisogno di raccontare ai propri lettori il contenuto di South of the Border (A sud del confine), che sarebbe stato doveroso per aiutare il pubblico a capire, ma abbiano sguinzagliato, invece, presunti cronisti d’assalto alla ricerca del pettegolezzo, della battuta, insomma del niente.
Ero a Venezia, nel mio ruolo di giornalista e documentarista, eppure ne sono stato sfiorato io stesso. In caso contrario questi cacciatori di panzane avrebbero dovuto ricordare, per esempio, che i leaders progressisti latino americani, protagonisti del film di Stone e che sono sembrati tutti dialetticamente più preparati dei nostri saccenti politici, hanno potuto affermarsi democraticamente solo dall’inizio del nuovo secolo, in particolare dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati Uniti, distratti da due guerre inventante in Oriente, hanno perso di vista il “cortile di casa”. Prima avrebbero potuto far solo la fine di quei leaders democratici del continete, dal guatemalteco Arbenz al cileno Allende, eletti dal popolo e deposti da criminali giunte militari sostenute dai governi degli Stati Uniti.
Ma il nostro attuale giornalismo parolaio ha paura di confrontarsi con la storia e con la verità.
Così sceglie sempre la via del cabaret o della plateale mistificazione.
Il Giornale di Berlusconi aveva per esempio un sommario, nell’articolo di Michele Anselmi, che recitava:”Il feroce caudillo venezuelano, ospite del regista Oliver Stone, che lo celebra in un film e dimentica la ferocia del regime”. Una simile dizione che richiamava personaggi inquietanti sostenuti dall’occidente, come Bokassa o Idi Amin, o il dittatore haitiano Duvalier o i componenti della giunta militare argentina o cilena, responsabili, con l’appoggio degli Stati Uniti, della tragedia dei desaparecidos, è, infatti, fondata sul niente. Purtroppo per il giornalismo italiano, se fosse stato chiesto a chi ha costruito quella pagina se fosse in grado di enumerare anche solo un atto di ferocia del presidente venezuelano, non avrebbe saputo rispondere, perchè, oltretutto, Chavez , come sa chi fa un giornalismo onesto, è il protagonista di un percorso politico che lo ha visto prevalere dodici volte in altrettante consultazioni elettorali o referendarie negli ultimi undici anni. E’ un dato, questo, che per chiarezza dovrebbe tenere in conto anche una parte della sinistra italiana, prevenuta sulla politica del presidente venezuelano, malgrado i successi sociali che gli organismi internazionali gli riconoscono. Una volta Gad Lerner ha detto in tv “Chavez non ci piace”. Giudizio legittimo, che però suggerisce una domanda: il voto è forse uno strumento che vale solo quando vince il candidato che ci piace?
A controllare, recentemente, le elezioni in Venezuela c’era pure l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter con la sua Fondazione per i diritti umani. Non ebbe dubbi sulla correttezza della consultazione in corso.
A parte della nostra sinistra non piacciono nemmeno le frequentazioni di Chavez. A Venezia, per esempio, veniva, dopo un giro in Iran, in Siria e in Libia e l’indomani sarebbe andato in Bielorussia e Russia. “Faccio il presidente di un paese che è il quarto produttore modiale di petrolio - ha spiegato a me e a Tariq Ali, sceneggiatore di South of the Border, nella cena della produzione - Che faccio, ignoro questa realtà o tengo vive, periodicamente, le relazioni con le nazioni produttrici di petrolio e riunite nell’OPEC, che non a caso ha ripreso vitalità da quando il segretario generale è stato un venezuelano? Insomma, devo fare gli interessi del mio paese o quelli delle multinazionali degli Stati Uniti?”.
Non mi azzardo a chiedere che i giornalisti, ignari di quello che succede nel mondo, si addentrino su questi argomenti quando incrociano Chavez, ma mi aspetterei più correttezza almeno quando si affrontano problemi come quello dell’informazione in Venezuela.
Quando, nell’aprile del 2002, con l’appoggio del governo Bush e della Spagna di Aznar, l’oligarchia locale e perfino parte della Chiesa tentò il colpo di stato contro il suo governo democraticamente eletto, nelle ore drammatiche di quell’accadimento, le TV, per il 95% in mano all’imprenditoria privata, ostile a Chavez, incitavano all’eversione o, nel migliore dei casi, con nessun rispetto per i cittadini, trasmettevano cartoni animati.
Poi, nel tempo, le licenze di molte emittenti televisive e radiofoniche sono scadute e, come sarebbe successo negli Stati Uniti e ovunque, a quelle che incitavano all’eversione e all’assassinio del presidente, il permesso non è stato rinnovato.
Più recentemente è stata fatta una nuova legge che favorisce cooperative, gruppi di base e sociali. Essendo cittadino di un paese come l’Italia, sono prevenuto su ogni legge sulla televisione. So però una cosa: il 90% delle emittenti è rimasto, in Venezuela, in mano all’opposizione.
Non penso possa essere una legge più liberticida della nostra.
Gianni Minà da il manifesto
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lunedì 17 agosto 2009
Gli operai della Zanon hanno scritto la storia: dopo 9 anni di lotta sono padroni della fabbrica
Nella notte di mercoledì la legislatura di Neuquén ha approvato l'espropriazione definitiva che permette il trasferimento della Caramica Zanon alla cooperativa operaia FaSinPat (Fabrica Sin Patrones - Fabbrica Senza Padroni). Il governo provinciale si farà carico di pagare una percentuale dei debiti e il resto sarà condonato. La risoluzione è stata appoggiata da un'ampia maggioranza. I ceramisti hanno scritto così una nuova pagina di storia del movimento operaio. Sembrava che la forza del vento che mercoledì soffiava a più di 60 chilometri all'ora a Neuquén fosse un augurio di quello che stava per avvenire: 26 deputati hanno appoggiato l'espropriazione definitiva e hanno suggellato la dichiarazione di utilità pubblica della fabbrica, con conseguente passaggio della Ceramica Zanon alla cooperativa Fasinpat.
"E' qualcosa di impressionante, siamo felici, l'espropriazione è un atto di giustizia. Non ci dimentichiamo della gente che ci ha appoggiato nei momenti più duri, né le 100.000 firme che hanno appoggiato il nostro progetto", ha detto emozionato Alejandro Lopez, segretario generale del Sindacato Ceramista di Neuquén (Soecn) e direzione politica della Zanon.
Da quando la Ceramica Zanon è nelle mani dei lavoratori, 470 famiglie vivono direttamente del lavoro che produce la fabbrica e si stima che l'attività generi 5.000 posti di lavoro indiretto. La lotta emblematica dei lavoratori e il grande appoggio della comunità locale hanno fatto sì che il potere provinciale riconoscesse come legittimo il valore sociale e produttivo che la gestione operaia ha promosso dal 2002, da quando amministra la fabbrica, senza capi, senza gerenti, senza padroni, solo loro... gli operai.
Bisogna ricordare il verdetto emesso dalla giustizia nel 2001: lock out padronale e imputazione di evasione aggravata per la direzione della fabbrica.
Il giorno tanto atteso è cominciato alle 4 del pomeriggio con un concentramento al monumento San Martin di Neuquén con le Madri di Plaza de Mayo, la vedova Fuentealba, Sandra Rodriguez, i dirigenti di Aten, Ate, Sejun, gli avvocati del Ceprodh, i rappresentanti della Federazione Mapuche, e tantissime organizzazioni sociali, politiche e di diritti umani, come militanti sociali, famiglie e simpatizzanti. In tutto circa 5.000 persone. C'erano anche i colleghi della Ceramica Stefani e Ceramica Del Sud. I lavoratori della Ceramica Neuquén hanno fatto uno sciopero per accompagnare la marcia. Da Buenos Aires sono arrivati i lavoratori dell'Indec e di altre fabbriche recuperate. Dal Brasile si sono uniti sindacalisti e l'Università di San Paolo.
Una volta riuniti, i manifestanti si sono diretti verso il palazzo governativo, dietro la bandiera di Carlos Fuentealba. E hanno percorso venti isolati con canti, tamburi ed emozioni.
Nove anni di lotta affinché venisse riconosciuta l'utilità della Ceramica Zanon. Lotta che ha creato un forte rapporto con la comunità locale, nazionale e internazionale, dal novembre 2001, quando Luis Zanon licenziò senza preavviso 380 operai ceramisti. Mercoledì gli operai hanno montato un palco con microfoni fuori dal palazzo della legislatura, affinché i presenti potessero ascoltare passo dopo passo lo sviluppo della sessione legislativa, cominciata appena dopo le 6 del pomeriggio e finita circa a mezzanotte.
"E' il miglior riflesso della lotta organizzata che ha saputo conquisatare l'appoggio di tutta la società", ha detto Veronica Huilipan, della Conferazione Mapuche. "Un fatto storico e un passo importantissimo della lotta dei lavoratori", lo hanno definito gli studenti del gruppo No pasarán ed En Clave Roja. "Molti di noi hanno cominciato il proprio cammino politico con la lotta per l'espropriazione della Zanon e questo dimostra che tutti questi sforzi hanno smesso di essere una possibilità per divenire una realtà", hanno continuato gli studenti.
Il dibattito è proseguito senza sorprese. L'espropriazione è stata appoggiata da un'ampia maggioranza. Il martedì precedente era stato fatto un passo importante, quando la Commissione di Affari e Finanza ha approvato il documento per maggioranza. Cinquanta operai hanno presenziato alla sessione mentre le altre centinaia ascoltavano le argomentazione dei deputati da fuori, assieme agli altri manifestanti.
José Russo, presidente del gruppo del Movimento Popolare di Neuquén (MPN), principale promotore della proposta, assieme al ministro Jorge Tobares e alla deputata di Alternativa Soledad Martinez, ha sostenuto: "E' un fatto miracoloso. In queste decisioni si giocano il lavoro e la vita di molte persone, non di fabbriche, che con il proprio sforzo hanno fatto sopravvivere lo spirito del lavoro. Lo sforzo deve essere ricompensato. I ceramisti hanno lavorato 8 anni nell'insicurezza e noi dobbiamo appoggiarli per generare il futuro".
Al termine della votazione i lavoratori si sono abbracciati in un unico grido di soddisfazione. Quindi urla, sorrisi, brindisi. Fuori gli operai aspettavano i compagni, per ricodare e festeggiare nove anni di lavoro produttivo, politico e solidale, riconosciuti finalmente in forma giuridica della politica locale.
Il progetto di legge parla di una "decisione ferma dello Stato Provinciale, quella di accompagnare i lavoratori nella loro lotta, proponendo l'espropriazione della fabbrica e la cessione alla cooperativa in modo che continui la gestione operaia".
Gli operai potranno vendere anche il marchio commerciale, cosa che finora non gli era permessa. L'espropriazione si effettua con previo accordo dei creditori privilegiati, con il consenso della Banca Mondiale, della Sacmi, l'impresa italiana che fornisce i ricambi dei macchinari, e dell'Istituto Autarchico di Sviluppo Produttivo, organismo dipendente dalla provincia.
L'esecutivo provinciale dovrà solo pagare, come indennizzo, un valore superiore a 23 milione di pesos prima di cederla formalmente agli operai (un valore molto inferiore al credito reale). Il progetto di legge era stato presentato all'Esecutivo Provinciale a maggio, dopo lunghi dibattiti e modifiche affinché venisse approvato dagli operai.
L'obiettivo iniziale dei lavoratori era ottenere l'espropriazione e la statalizzazione sotto controllo operaio con un piano di opere pubbliche, ma l'iniziativa ufficiale ha dovuto lasciare da parte la statalizzazione e portare avanti l'espropriazione con un indennizzo ridotto ai creditori privilegiati del fallimento. Ciononostante, la risoluzione legislativa è un grande precedente per il resto delle fabbriche e imprese gestite da lavoratori in tutto il paese.
"Questo è per i 30mila compagni desaparecidos, per le madri di Plaza de Mayo, per il compagno Boquita, per Carlos Fuentealba, e per Kosteky e Ssntillan", ha detto Alejandro Lopez, emozionato, alla fine della sessione. Però, continua Lopez "l'espropriazione risolve la parte legale. La continuità lavorativa richiede altre decisioni politiche" rispetto ai contributi che le fabbriche "sotto padrone" ricevono dello Stato. "Hanno sussidi per la luce e il gas, ma anche per i salari, che noi non abbiamo".
libera traduzione da Anred
per maggiori informazioni www.obrerosdezanon.com.ar
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giovedì 2 luglio 2009
Il colpo di stato honduregno,
un fiammifero acceso per Obama
da il manifesto del 2 luglio 2009
un articolo di Gianni Minà
Alla fine il golpe militare in Honduras, il secondo paese più povero dell’America latina dopo Haiti, ha finito per nuocere più di tutti, per ora, alla nuova amministrazione Usa del presidente Barack Obama, che è rimasto praticamente con il fiammifero acceso in mano, specie considerando la sua più volte affermata intenzione di cambiare metodi e politica nel continente che, una volta, era “il cortile di casa” degli Stati Uniti.
Perchè è vero che Obama ha condannato il colpo di stato in Honduras, dichiarandosi “seriamente preoccupato per la situazione” e chiedendo “a tutti gli attori politici e sociali di quel povero paese di rispettare lo Stato di diritto”, ed è vero che sulla stessa linea si è espressa anche Hillary Clinton, ministro degli esteri, che ha ribadito “Sono stati violati i principi democratici”.
Ma nessuno può credere che l’ambasciatore Usa in Honduras, Hugo Llorenz, pronto a sua volta ad affermare “L’unico presidente che gli Stati Uniti riconoscono nel paese è Zelaya” (proprio il premier liberale deposto e cacciato in Costa Rica) non sapesse da tempo cosa stesse per succedere.
continua a leggere sul sito di Gianni Minà
un articolo di Gianni Minà
Alla fine il golpe militare in Honduras, il secondo paese più povero dell’America latina dopo Haiti, ha finito per nuocere più di tutti, per ora, alla nuova amministrazione Usa del presidente Barack Obama, che è rimasto praticamente con il fiammifero acceso in mano, specie considerando la sua più volte affermata intenzione di cambiare metodi e politica nel continente che, una volta, era “il cortile di casa” degli Stati Uniti.
Perchè è vero che Obama ha condannato il colpo di stato in Honduras, dichiarandosi “seriamente preoccupato per la situazione” e chiedendo “a tutti gli attori politici e sociali di quel povero paese di rispettare lo Stato di diritto”, ed è vero che sulla stessa linea si è espressa anche Hillary Clinton, ministro degli esteri, che ha ribadito “Sono stati violati i principi democratici”.
Ma nessuno può credere che l’ambasciatore Usa in Honduras, Hugo Llorenz, pronto a sua volta ad affermare “L’unico presidente che gli Stati Uniti riconoscono nel paese è Zelaya” (proprio il premier liberale deposto e cacciato in Costa Rica) non sapesse da tempo cosa stesse per succedere.
continua a leggere sul sito di Gianni Minà
lunedì 29 giugno 2009
No al golpe in Honduras
La pagina web del governo in Honduras è stata oscurata. Non è possibile inviare mail direttamente agli ufficili governativi e presidenziali.
Spett.le
Ambasciata dell’HONDURAS
alla c.a dell’Ambasciatore
Roberto Ochoa Madrid
Tel. +39-06-3207236
Fax +39-06-3207973
Email: embhon@fastwebnet.it
Noi cittadini, esponenti della società civile e politica italiana, giornalisti e uomini di cultura, difensori dei diritti umani, viste le gravi notizie che giungono dall’Honduras di un colpo di stato in atto in queste ore, condannato anche dall’Unione Europea, abbiamo sentito la necessità di costituirci autonomamente e spontaneamente in un Comitato provvisorio di solidarietà al presidente legittimo dell’Honduras Manuel Zelaya.
Condanniamo pertanto fermamente quanto sta avvenendo a Tegucigalpa ed esprimiamo grande preoccupazione per la situazione dei diritti umani, civili e politici del popolo hondureño, dal momento che circolano voci di militari armati per le vie della città e della presenza di francotiratori e chiediamo inoltre l’immediato ritorno di Manuel Zelaya alla presidenza del paese e il ripristino dell’ordine costituzionale.
dal sito di Annalisa Melandri
Spett.le
Ambasciata dell’HONDURAS
alla c.a dell’Ambasciatore
Roberto Ochoa Madrid
Tel. +39-06-3207236
Fax +39-06-3207973
Email: embhon@fastwebnet.it
Noi cittadini, esponenti della società civile e politica italiana, giornalisti e uomini di cultura, difensori dei diritti umani, viste le gravi notizie che giungono dall’Honduras di un colpo di stato in atto in queste ore, condannato anche dall’Unione Europea, abbiamo sentito la necessità di costituirci autonomamente e spontaneamente in un Comitato provvisorio di solidarietà al presidente legittimo dell’Honduras Manuel Zelaya.
Condanniamo pertanto fermamente quanto sta avvenendo a Tegucigalpa ed esprimiamo grande preoccupazione per la situazione dei diritti umani, civili e politici del popolo hondureño, dal momento che circolano voci di militari armati per le vie della città e della presenza di francotiratori e chiediamo inoltre l’immediato ritorno di Manuel Zelaya alla presidenza del paese e il ripristino dell’ordine costituzionale.
dal sito di Annalisa Melandri
martedì 26 maggio 2009
Zanon, l'espropriazione è una realtà
dopo 8 anni di dura lotta
la fabbrica è dei lavoratori

Giovedì 21 maggio, dopo 8 anni di lotta, gli operai della fabbrica Zanon hanno ottenuto che il governo della provincia di Neuquén presentasse formalmente il progetto di espropriazione della Zanon alla legislatura provinciale.
Per l'occasione gli operai sono stati accompagnati da rappresentati di diverse organizzazioni, tra cui le Madri di Plaza de Mayo dell'Alto Valle, che hanno sempre appoggiato la loro lotta. Fin dalla fine del 2001, quando l'industriale di origine veneta Luigi Zanon decise di chiudere la fabbrica, lasciando senza lavoro più di 300 operai. Fin da quando, nel marzo 2002, gran parte di quei lavoratori rientrò in fabbrica, occupandola, e dando il via all'autogestione.
"Anche se questa espropriazione non è quella che abbiamo pianificato dall'inizio - spiegano gli operai - è un passo importante, dato che ci viene concessa la gestione definitiva della fabbrica attraverso la nostra cooperativa Fasinpat (Fabrica sin Patrones, ossia Fabbrica senza padroni, ndr) e terminano così le continue minacce di sgombero".
Oggi, martedì 26 maggio, il progetto di legge assumerà carattere parlamentare e domani si comincerà a lavorare nelle commissioni di bilancio e affari costituzionali.
"Questo fatto storico è stato frutto di una battaglia molto dura - continuano -. La lotta e la mobilitazione di questa gestione operaia insieme a lavoratori e lavoratrici del Paese, con l'appoggio della comunità e il riconoscimento internazionale, è riuscito a fare un passo in più. In mezzo a una crisi del capitalismo in cui gli imprenditori e i governi provano a scaricare le colpe contro i lavoratori del mondo, la Zanon sotto controllo operaio è un chiaro esempio di come noi lavoratori possiamo trovare un'uscita operaia dalla crisi. Oggi più che mai la Zanon è del popolo!"
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lunedì 26 gennaio 2009
Bolivia: approvata la nuova Costituzione
Trionfa il popolo indigeno
Quando il presidente boliviano Evo Morales ha gridato dal balcone del Palacio Quemado "¡Patria o muerte!”, una moltitudine di persone da Piazza Murillo, in pieno centro a La Paz, ha risposto: "¡Venceremos!".
Un'ovazione ha prolungato le ultime parole del presidente. Poi i fuochi artificiali hanno cominciato a risplendere nel cielo di La Paz, dove la gente, nonostante il buio e il freddo, si è riunita per festeggiare il trionfo del referendum che ha approvato la nuova Costituzione Politica dello Stato. Il 60% della popolazione ha detto sì.
Le bandiere boliviane e le whipalas multicolore (le tipiche bandiere che rappresentano le nazioni indigene) sventolavano mentre dal balcone Morales e il suo gabinetto salutavano e partecipavano ai festeggiamenti durati fino a notte inoltrata.
Dopo un processo in cui i movimenti indigeni e contadini sono stati protagonisti, e che l'opposizione boliviana ha ostacolato fino ad arrivare al massacro nel dipartimento del Pando, costato la vita a 20 persone, la scorsa domenica il voto dei cittadini e delle cittadine ha sostenuto i cambiamenti che sta vivendo il paese.
"Dal 2005 al 2009 andiamo di trionfo in trionfo. I neoliberali, venditori di patria, sono stati sconfitti grazie alla coscienza del popolo boliviano", ha detto Morales dalla Casa del Governo.
Con queste parole il capo di Stato ha riassunto una storia iniziata a metà degli anni 2000 con il trionfo del Movimento al Socialismo (Mas), ma partita anni indietro con le ribellioni nelle città di El Alto, la Guerra dell'Acqua e il richiamo storico dei movimenti contadini e indigeni.
Nel suo discorso Morales ha riaffermato la scelta del governo di non rispondere agli attacchi dell'opposizione e ha chiamato prefetti, sindaci, cittadini e dirigenti sindacali affinché vengano applicate nell'immediato le autonomie contemplate dalla Costituzione.
"Voglio che sappiate che qui è finito lo stato coloniale, è morto il colonialismo interno e straniero", ha continuato ancora Morales.
Alcuni minuti prima del discorso del Presidente gli osservatori internazionali hanno segnalato la trasparenza della giornata elettorale, annullando le denunce di fronde lanciate da prefetti e politici oppositori. Salvo alcuni piccoli contrattempi, la votazione si è svolta con normalità e tranquillità.
La Carta Magna approvata ha 411 articoli discussi e approvati attraverso un'Assemblea Costituente con partecipanti eletti da voti popolari. La nuova Costituzione stabilisce uno Stato plurinazionale, orientato all'integrazione indigena, in cui si riconoscono i 36 popoli indigeni esistenti in Bolivia. Un altro punto fondamentale del testo approvato è l'ampliamento dei diritti dei cittadini con un modello di democrazia partacipativa.
"Qui inizia la nuova Bolivia, l'eguaglianza e la riconquista della dignità del popolo boliviano", ha concluso Morales.
Nella notte fredda di La Paz, il calore della realtà è stato più forte. Dopo decenni di resistenza, dolori, speranza, l'umano ha vinto contro la negligenza dei governi passati, durante i quali le decisioni erano prese da minoranze che avevano più ammirazione verso il nord del continente americano che non verso il proprio popolo.
Libera traduzione da Agencia Bolivariana de Noticias
Un'ovazione ha prolungato le ultime parole del presidente. Poi i fuochi artificiali hanno cominciato a risplendere nel cielo di La Paz, dove la gente, nonostante il buio e il freddo, si è riunita per festeggiare il trionfo del referendum che ha approvato la nuova Costituzione Politica dello Stato. Il 60% della popolazione ha detto sì.
Le bandiere boliviane e le whipalas multicolore (le tipiche bandiere che rappresentano le nazioni indigene) sventolavano mentre dal balcone Morales e il suo gabinetto salutavano e partecipavano ai festeggiamenti durati fino a notte inoltrata.
Dopo un processo in cui i movimenti indigeni e contadini sono stati protagonisti, e che l'opposizione boliviana ha ostacolato fino ad arrivare al massacro nel dipartimento del Pando, costato la vita a 20 persone, la scorsa domenica il voto dei cittadini e delle cittadine ha sostenuto i cambiamenti che sta vivendo il paese.
"Dal 2005 al 2009 andiamo di trionfo in trionfo. I neoliberali, venditori di patria, sono stati sconfitti grazie alla coscienza del popolo boliviano", ha detto Morales dalla Casa del Governo.
Con queste parole il capo di Stato ha riassunto una storia iniziata a metà degli anni 2000 con il trionfo del Movimento al Socialismo (Mas), ma partita anni indietro con le ribellioni nelle città di El Alto, la Guerra dell'Acqua e il richiamo storico dei movimenti contadini e indigeni.
Nel suo discorso Morales ha riaffermato la scelta del governo di non rispondere agli attacchi dell'opposizione e ha chiamato prefetti, sindaci, cittadini e dirigenti sindacali affinché vengano applicate nell'immediato le autonomie contemplate dalla Costituzione.
"Voglio che sappiate che qui è finito lo stato coloniale, è morto il colonialismo interno e straniero", ha continuato ancora Morales.
Alcuni minuti prima del discorso del Presidente gli osservatori internazionali hanno segnalato la trasparenza della giornata elettorale, annullando le denunce di fronde lanciate da prefetti e politici oppositori. Salvo alcuni piccoli contrattempi, la votazione si è svolta con normalità e tranquillità.
La Carta Magna approvata ha 411 articoli discussi e approvati attraverso un'Assemblea Costituente con partecipanti eletti da voti popolari. La nuova Costituzione stabilisce uno Stato plurinazionale, orientato all'integrazione indigena, in cui si riconoscono i 36 popoli indigeni esistenti in Bolivia. Un altro punto fondamentale del testo approvato è l'ampliamento dei diritti dei cittadini con un modello di democrazia partacipativa.
"Qui inizia la nuova Bolivia, l'eguaglianza e la riconquista della dignità del popolo boliviano", ha concluso Morales.
Nella notte fredda di La Paz, il calore della realtà è stato più forte. Dopo decenni di resistenza, dolori, speranza, l'umano ha vinto contro la negligenza dei governi passati, durante i quali le decisioni erano prese da minoranze che avevano più ammirazione verso il nord del continente americano che non verso il proprio popolo.
Libera traduzione da Agencia Bolivariana de Noticias
giovedì 16 ottobre 2008
Argentina, l'appello di una nonna
per ritrovare la nipotina che la dittatura le portò via
La compagna Chicha Mariani è una delle fondatrici della Assocazione Abuelas de Plaza de Mayo, oggi ha più di 80 anni. Vuole con tutta la sua anima ritrovare sua nipote, rapita dai militari argentini durante la dittatura. Qualsiasi dato potrebbe essere utile. Nel caso qualcuno potesse aiutarla può contattare la Associazione Argentina Vientos del Sur, di Udine.
Cara nipotina,
Sono la tua nonna Chicha Chorobik in Mariani, ti cerco dal momento nel quale Etchecolatz, Camps e le loro truppe ammazzarono tua madre e ti sequestrarono nella tua casa sita nella via 30 n° 1134 di La Plata, Repubblica Argentina. Era il 24 Novembre del 1976 e avevi 3 mesi di età. Da quel momento tuo padre e io ti abbiamo cercata fino al momento in cui ammazzarono anche lui.
Nonostante abbiano cercato di convincermi del fatto che eri morta nella sparatoria, io sapevo che eri viva. Oggi è una cosa certa che sei sopravvissuta e sei sotto il potere di qualcuno. Hai già 31 anni e il tuo numero di documento probabilmente è all’incirca il 25.476.305 con il quale ti abbiamo iscritta.
Vorrei chiederti di cercare fotografie che ti ritraggono a pochi mesi e fare il paragone con quelle allegate a questo testo.
Voglio raccontarti che tuo nonno paterno si era dedicato alla musica e io alle belle arti; che i tuoi nonni materni si dedicarono alle scienze, che tua madre amava la letteratura e tuo padre era laureato in economia.
Loro due avevano un gran senso di solidarietà e compromesso con la società, qualcosa che sicuramente tu avrai nella tua personalità perché, nonostante tu sia cresciuta in una famiglia diversa, l’essere umano conserva internamente i geni dei suoi antenati.
Sicuramente ci sono molte domande senza risposta che si muovono dentro di te.
Adesso ormai che ho più di 80 anni, il mio desiderio più grande è di abbracciarti e riconoscermi nel tuo sguardo, mi piacerebbe che tu mi venissi incontro per far sì che questa lunga ricerca si concretizzi nel più grande desiderio che mi tiene ancora in piedi, quello del nostro incontro.
Clara Anahì, mentre ti aspetto, continuerò a cercarti.
Ti abbraccia, la tua nonna, Chicha Mariani.
Cara nipotina,
Sono la tua nonna Chicha Chorobik in Mariani, ti cerco dal momento nel quale Etchecolatz, Camps e le loro truppe ammazzarono tua madre e ti sequestrarono nella tua casa sita nella via 30 n° 1134 di La Plata, Repubblica Argentina. Era il 24 Novembre del 1976 e avevi 3 mesi di età. Da quel momento tuo padre e io ti abbiamo cercata fino al momento in cui ammazzarono anche lui.
Nonostante abbiano cercato di convincermi del fatto che eri morta nella sparatoria, io sapevo che eri viva. Oggi è una cosa certa che sei sopravvissuta e sei sotto il potere di qualcuno. Hai già 31 anni e il tuo numero di documento probabilmente è all’incirca il 25.476.305 con il quale ti abbiamo iscritta.
Vorrei chiederti di cercare fotografie che ti ritraggono a pochi mesi e fare il paragone con quelle allegate a questo testo. Voglio raccontarti che tuo nonno paterno si era dedicato alla musica e io alle belle arti; che i tuoi nonni materni si dedicarono alle scienze, che tua madre amava la letteratura e tuo padre era laureato in economia.
Loro due avevano un gran senso di solidarietà e compromesso con la società, qualcosa che sicuramente tu avrai nella tua personalità perché, nonostante tu sia cresciuta in una famiglia diversa, l’essere umano conserva internamente i geni dei suoi antenati.
Sicuramente ci sono molte domande senza risposta che si muovono dentro di te.
Adesso ormai che ho più di 80 anni, il mio desiderio più grande è di abbracciarti e riconoscermi nel tuo sguardo, mi piacerebbe che tu mi venissi incontro per far sì che questa lunga ricerca si concretizzi nel più grande desiderio che mi tiene ancora in piedi, quello del nostro incontro.
Clara Anahì, mentre ti aspetto, continuerò a cercarti.
Ti abbraccia, la tua nonna, Chicha Mariani.
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venerdì 19 settembre 2008
Il neofascista Diodato dietro il massacro dei contadini di Pando

Il prefetto Leopoldo Fernández, principale accusato del recente massacro di 15 contadini indios di Pando, che stavano andando a una manifestazione in appoggio del presidente Evo Morales, è legato a Marco Marino Diodato (neofascista italiano e leader della mafia italiana in Bolivia) e a narcotrafficanti che operano nel Rio Branco, in Brasile. E' ciò che denuncia Aldo Michel Irusta, parlamentare ed ex responsabile per le idagini nel processo contro l'ex dittatore Luis Garcia Meza e i suoi collaboratori.
Michel è un ex legislatore, oggi editorialista del settimanale Alerta, e parte civile nei processi contro Diodato. Quest'ultimo, dopo esser stato condannato a 10 anni per narcotraffico nel paese, nel 1999 è riuscito ad eludere i controlli e fuggire.
Secondo l'ex parlamentare, la elite cruceña vuole mantenere a Santa Cruz un paradiso finanziario di guadagni illeciti, in relazione diretta con il clan di Diodato. "Abbiamo sviscerato l'agire dei gruppi paramilitari e abbiamo appurato la relazione degli stessi con il signor Leopoldo Fernández", ha detto Michel, aggiungendo che il prefetto di Pando ha precedenti illegali dagli anni '80.
Secondo Michel, Fernández ha consolidato una holding, una squadra, un clan, un cartello di gente legata all'ex dirigenza politica di Acción Democrática Nacionalista (ADN), oltre a legami con il gruppo Diodato e alla legittimazione di guadagni illeciti mediante le case di gioco clandestine.
"Il signor Leopoldo Fernández ha una relazione con gente che opera in Rio Grande (Brasile), con gente che è stata implicata in processi per narcotraffico", ha continuato Michel, il quale ha aggiunto che dopo aver seguito le autorità di Pando, si è scoperto che Fernández è riuscito a consolidare una struttura corporativa paramilitare senza alcun timore, reclutando delinquenti per formare un gruppo irregolare, con capacità di reazione bellica e armata.
Per Michel, la struttura criminale di Diodato è formata dai prefetti di Pando, Leopoldo Fernández, di Santa Cruz, Rubén Costas, oltre a Marincovik, Dabdoub, ai fratelli Landívar e alla Unión Juvenil Cruceñista.
"Il gruppo Diodato opera da più di 10 anni a Santa Cruz sotto copertura dei governi di Hugo Banzer, Jorge Turo Quiroga e Gonzalo Sánchez de Lozada", ha aggiunto Michel, secondo cui il massacro di contadini nel mese di maggio di quest'anno a Sucre è stata sistematicamente pianificata e operata da questi gruppi provenienti da Santa Cruz, Beni e Pando.
Per Michel questi gruppi paramilitari, insieme a sicari mercenari, sono responsabili del massacro dei contadini tra l'11 e il 12 agosto. Alla base delle azioni messe a segno a Pando ci sarebbe gente addestrata a imboscate, maneggio di armi, sadismo e sangue freddo.
Tradotto da Abi - Agencia boliviana de Informacion
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giovedì 12 giugno 2008
Lavoro, dove osa il Venezuela

Mentre in Italia si fatica ad arrivare alla fine del mese in Venezuela il Presidente Hugo Chavez firma un decreto per l'aumento dei salari minimi del 30%. Il Venezuela sale così al primo posto tra i Paesi dell'America indiolatina er salari minimi, con 372 dollari, anche ai pensionati. Inoltre, come già annuncia in passato, dal 1° maggio del 2010 la giornata lavorativa venezuelana passerà da 8 a 6 ore. E questo anche grazie ai processi di nazionalizazione delle maggiori fonti economiche del Paese come la Banca centrale, i pozzi di petrolio e l'azienda metallurgica SIDOR. Al contrario in Italia il 1° maggio non sappiamo neanche più cosa sia e torniamo indietro, cercando di eliminare il tetto massimo di 48 ore di lavoro settimanali.
Guarda il video del discorso di Chavez
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