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giovedì 20 novembre 2014

Eternit, Cassazione annulla sentenza di condanna: passati i termini di prescrizione
Il popolo di Casale Monferrato urla: Vergogna!

Sembrano non esserci parole, solo indignazione. L'attesa era tanta, dopo decenni di lotta, dopo le migliaia di morti. Il processo Eternit, quello che da più parti era stato definito il maxi-processo del secolo in tema di lavoro e salute, si è spento così, in Cassazione, dove la condanna a 18 anni del magnate svizzero Stephan Schmidheiny è stata annullata per avvenuta prescrizione. Ma com'è possibile che il diritto di un Paese democratico riconosca prescritto un reato che ancora oggi provoca morti, un reato in essere come non mai, visto a Casale Monferrato, la terra più colpita dalla tragedia, ogni anno si riscontrato 50 nuovi casi di mesotelioma?

La morte non si prescrive, il mesotelioma non è un fantasma. Ditelo a tutte le persone che non ci sono più, agli operai, ma anche coloro che con la fabbrica nulla avevano a che fare e la vita ce l'hanno rimessa. Ditelo a chi ha lottato e ha visto scomparire compagni, amici e familiari lunga la strada. Ditelo a chi vive con la paura di scoprire quel male dentro di sé. Il cancro non si prescrive, non scherziamo nemmeno. E come dice Bruno Pesce, il faro di questa lotta da anni, "la lotta è persa solo se si abbandona". Quindi è proprio ora il momento di stare più vicini a questa battaglia, di continuarla, di non lasciare che la tragedia scorra. Non è silenziosa, grida mai così forte.

domenica 6 aprile 2014

Migliaia in marcia ad Arquata, la polizia carica ma le reti cadono

Una giornata straordinaria quella di oggi per il Movimento No Tav – Terzo Valico. Migliaia di persone hanno marciato ad Arquata Scrivia percorrendo le vie del paese fino a raggiungere il cantiere del Terzo Valico di Radimero dove, da progetto, è previsto l’arrivo della “Talpa” per lo scavo del tunnel di valico direzione Genova. Arrivati al cantiere donne e uomini, giovani e anziani hanno mantenuto le promesse e indossati i caschetti No Tav nel rispetto della normativa sulla sicurezza, hanno iniziato a tagliare e ad abbattere le recinzioni del cantiere del Cociv, il consorzio costruttore dell’opera capitanato dal gruppo Salini-Impregilo.

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martedì 18 marzo 2014

sabato 25 maggio 2013

Genova saluta don Gallo con 'Bella ciao' e il pugno alzato

Essere andata oggi a Genova a salutare don Gallo è stato doloroso e al tempo stesso straordinario: Le parole di don Ciotti sono state come una spina nel cuore di una certa chiesa, nel corpo dolente di un paese che soffre, quelle di Moni Ovadia sono state le parole di un fratello, capace di raccontare la parte più grande di un uomo grandissimo. Genova, poi, rimane stupenda, una città diversa da tutte. E ogni volta tornare, per me, da quel 2001, ha un significato più grande...

Genova, 25 mag. (LaPresse) - Genova si ferma per celebrare il prete degli ultimi: don Andrea Gallo. Scomparso mercoledì all'età di 84 anni, il fondatore della comunità di San Benedetto al Porto ha ricevuto oggi a Genova nella Chiesa del Carmine l'ultimo saluto. E così, don Gallo è stato riportato proprio nel luogo dove tutto era cominciato: la chiesa da cui fu allontanato negli anni '70 e da cui partì la sua avventura a San Benedetto. Ad accompagnarlo nell'ultimo viaggio, gli amici di tutta una vita: quegli 'ultimi' di cui si è sempre voluto occupare e a cui non ha mai chiuso le porte della sua chiesa. Fra rulli di tamburi, 'Bella ciao', pugni alzati e bandiere dell'Anpi (don Gallo da giovane è stato partigiano), della pace, di Emergency e No Tav, la commozione per le strade di Genova è stata tanta ma sembrava più una festa, un arrivederci, che non un funerale. Sulla bara di don Gallo, applaudita lungamente sia all'arrivo in chiesa, portata in spalle, sia all'uscita, erano posati la bandiera della pace e due suoi indumenti distintivi: il cappello nero e la sciarpa rossa, che indossava sempre. Ad accompagnare il feretro, l'urlo 'Resistenza'...

da LaPresse

sabato 6 ottobre 2012

Tremila marciano da Serravalle ad Arquata contro Tav Terzo valico


Serravalle Scrivia (Alessandria), 6 ott. (LaPresse) - Al grido di 'Giù le mani dalla nostra terra', almeno tremila persone hanno marciato oggi in provincia di Alessandria da Serravalle ad Arquata Scrivia per contestare il progetto del linea ferroviaria ad Alta velocità meglio nota come Terzo valico. La manifestazione, che ha coperto un tragitto di circa 5 chilometri, ha ripercorso in senso inverso lo storico corteo che si tenne nel 2006. Il progetto del Terzo valico dei Giovi prevede la realizzazione di 53 chilometri di linea ferroviaria ad alta velocità e alta capacita', di cui 39 in galleria, da Genova a Rivalta Scrivia.

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mercoledì 16 novembre 2011


L'articolo uscito su BresciaOggi sulla bellissima serata a Montichiari venerdì 11 novembre 2011.

lunedì 7 novembre 2011

Amianto. La polvere sottile
Appuntamento a Montichiari, l'11.11.2011


Nell’imminenza dell’inizio dei conferimenti presso la discarica di amianto Ecoeternit, sita in via Dritta a Montichiari, l’Associazione Comitato SOS Terra di Montichiari e il gruppo Presentarsì di Castiglione delle Stiviere propongono alla cittadinanza una serata informativa e di dibattito sullo scottante tema dell’amianto.
Fulcro della serata sarà la proiezione del film “Polvere, il grande processo dell’amianto” diretto da Niccolò Bruna e Andrea Prandstraller. Quest'ultimo sarà presente alla proiezione.

Seguiranno gli interventi di:
Gianluigi Rosa Presidente dell’Associazione Comitato SOS Terra Montichiari,
Ilaria Leccardi Giornalista,
Diego Quirino Presidente dell’Associazione “ Voci della Memoria “ di Casale Monferrato,
Luca Martini e Luca Cremonesi Associazione PresentARTsi.
Chiuderà la serata una breve recensione del libro “Ternitti” di Mario Desiati

sabato 5 giugno 2010

Casalbagliano: il castello perduto

È lì, alle porte della città, un rudere inascoltato. Il grande parco qualche anno fa è stato ripulito e recintato, per impedire l’accesso. Le sue mura si consumano di anno in anno e nessuno sa quale potrà essere il futuro. Una sola certezza: se riuscirà a sopravvivere di certo non sarà semplice.

Il Castello di Casalbagliano, frazione a sud di Alessandria, ha una lunga storia che qualche cittadino ancora porta nella memoria. “Mia suocera è nata qui, proprio nella casa di fianco al Castello”, spiega un abitante del paese. “Ora ha più di novant’anni, ma quando era giovane ha visto cosa c’era all’interno di questa residenza. Statue, dipinti. E poi si facevano feste e balli. Addirittura si dice che ci fosse un tunnel che dal Castello portava fino al paese successivo, Villa del Foro. Oggi invece non c’è più nulla. È stato tutto lasciato andare...”.

La struttura è imponente, la si può ammirare percorrendo la strada che dal quartiere Cristo porta fuori città. Impossibile non vederlo, non stupirsi del suo stato di abbandono. L’elemento più evidente, e anche il più antico, è l’alta torre duecentesca, sulla quale è cresciuto un albero, e attorno a cui nei secoli successivi sono state costruite le mura merlate. “Proprio per quel caratteristico albero c’è anche stato chi, come l’architetto alessandrino Mario Mantelli, ha definito quella di Casalbagliano “torre chiomata”, come la Torre Guinigi di Lucca”. Il professor Egidio Lapenta, docente di lettere all’Istituto Saluzzo Plana di Alessandria, è quasi commosso nel ricordo. È una delle persone che alla fine degli anni Novanta cercarono di riportare l’attenzione della città sul monumento. “Il mio interesse è legato a ricordi di adolescenza. Nella mia classe studiava una ragazza che abitava a Casalbagliano e già allora il Castello non era in buone condizioni, ma adesso è tutto peggiorato”.

Abitata fino all’inizio dell’Ottocento dai Bagliani, la dimora passa poi agli Inviziati, quindi ai Petitti di Roreto e infine ai Paravicini, che vi risiedono fino agli inizi del Novecento. Divenuta ospedale militare durante la prima guerra mondiale, negli anni Trenta la villa è sede del comando fascista. All’inizio degli anni Settanta è acquistata dal Comune di Alessandria, per un restauro che non avverrà mai.

Negli anni ci sono stati lenti logoramenti e crolli, come quello del 1°
febbraio 1998 alle 18: un boato e la caduta di una parte della facciata. “Proprio pochi giorni dopo, il 14 febbraio, nacque il Comitato Amici del Castello, che fondai assieme a Don Nicola, il parroco del paese, a uno dei discenti della famiglia Bagliani e al geometra Giancarlo Guazzotti, oggi scomparso, che diede anima e corpo per questa vicenda”, ricorda ancora Lapenta. “Il Comitato di per sé non ha mai funzionato veramente, ma grazie al supporto tecnico dell’associazione Città Nuova ha
attuato iniziative di sensibilizzazione: una cartolina con l’immagine del Castello, assemblee con la cittadinanza e una mostra inaugurata dall’allora assessore alla Cultura. In quegli anni eravamo convinti di riuscire a fare qualcosa per il recupero
di questo bene. La Regione si disse disponibile a offrire un sostegno a condizione che ci fosse ad Alessandria la volontà politica di portare avanti il progetto. Volontà che evidentemente non esisteva”.

Antonio Tortorici, oggi come nel 1998 presidente della Circoscrizione Sud di Alessandria, ha seguito a lungo la vicenda. “Ci siamo confrontati più volte per cercare di sensibilizzare la cittadinanza. Lo stesso Guazzotti aveva fatto una ricerca che nel 2001 sfociò in un opuscolo sul Castello e nella proposta di un intervento che prevedeva la realizzazione di un osservatorio astronomico sulla torre e avrebbe dovuto attingere ai fondi europei”. Ma nulla se ne fece. Anzi, tra il 2002 e il 2003 la Soprintendenza ai Beni Culturali dichiarò “rudere” il complesso, rendendolo di fatto irrecuperabile, e considerando solo la torre bene di interesse storico-artistico.

“È incredibile come Alessandria si dimentichi delle sue bellezze”, commenta ancora Lapenta. “Si narra che nel parco del castello crescessero oltre 400 tipi di rose. E al suo interno erano conservate opere di artisti locali come il pittore Francesco Mensi e lo scultore Carlo Caniggia. Tutte scomparse, saccheggiate”. Eppure è notevole il valore storico della struttura. Della torre innanzitutto che, come quella di Masio o quella di Teodolinda a Marengo, fa parte del complesso di torri di avvistamento costruite nel XIII secolo; e che fu al centro di episodi storici.

“L’unico risultato che finora abbiamo ottenuto è stata l’illuminazione del Castello”, continua Tortorici. “In Comune giace da tempo il progetto per il recupero del piazzale antistante, ma non ci sono i fondi. Il primo passo dovrebbe proprio essere l’intervento sul piazzale, quindi si potrebbe pensare al recupero almeno della torre, cercando di coinvolgere vari enti pubblici. Personalmente sono sempre stato molto legato a questa testimonianza della storia alessandrina e non voglio che scompaia”.

Proprio al presidente della Circoscrizione Sud la sezione alessandrina di Italia Nostra fa appello per provare a riaprire il caso Casalbagliano. “Siamo sicuramente disponibili a partecipare a un incontro”, spiega Enzio Notti, responsabile di Italia Nostra Alessandria, che era assessore negli anni in cui il Castello fu acquisito dal Comune. “Pensiamo che si possa recuperare per attività culturali sul territorio. È una risorsa per il quartiere Cristo e tutta la zona sud di Alessandria”.

Difficilmente invece si farà coinvolgere in qualche nuova iniziativa il professor Lapenta, che ammette di aver distrutto gran parte del materiale raccolto negli anni. “Spero che si riesca a fare qualcosa, ma è già tanto se si riuscirà a salvare la torre. E io preferisco non essere più coinvolto personalmente. Purtroppo Alessandria non è una città che meriti qualcosa. Credo che l’ostacolo più grande che il recupero del Castello ha trovato sia stata l’insensibilità dei cittadini. In politici e istituzioni a volte si riscontrano interesse e attenzione. Ma la cittadinanza spesso non si accorge dei patrimoni della la nostra città, oppure non è interessata a tenerli in vita”.

di Ilaria Leccardi da Piemonte Mese di giugno

venerdì 28 maggio 2010

Il maggio del maledetto amianto Eternit

Dopo l’audizione dei primi due testimoni chiave, Nicola Pondrano e Carlo Pesce, figure simbolo della lotta all’amianto di Casale Monferrato, il maxi processo Eternit è entrato nel vivo. Maggio è stato un mese denso di racconti e testimonianze, che hanno posto i primi tasselli di un complesso mosaico che vede alla sbarra i due massimi dirigenti della multinazionale dell’amianto, lo svizzero Stephan Schmidheiny, e il belga Jean Louis de Cartier de Marchienne. Quattro udienze, quelle celebrate nell’ultimo mese, che hanno avuto protagonisti differenti, a partire dall’attuale e dall’ex-presidente della Regione Piemonte, rispettivamente Roberto Cota e Mercedes
Bresso, passando per le mogli di lavoratori morti di mesotelioma.

Udienze che hanno messo in luce la sofferenza degli operai di Casale Monferrato, Cavagnolo e Rubiera, costretti a lavorare in mezzo alle polveri di amianto. E poi la sofferenza degli abitanti di Casale che hanno presto iniziato a morire anche se nulla avevano a che fare con la fabbrica Eternit: semplicemente vivevano lì o lavoravano nei dintorni. Il 10 maggio Giovanna Patrucco, figlia di una coppia di panettieri che avevano il negozio a 200 metri dallo stabilimento ha raccontato: la mamma è morta di mesotelioma, dopo che per anni i lavoratori dell’industria di amianto si sono recati nel suo negozio per comprare da mangiare con le tute ancora sporche di quella polvere bianca.

La geologa Laura Turconi il 4 maggio ha spiegato le sofferenze del grande fiume, il Po, utilizzato per anni come vera e propria discarica; ha descritto i cambiamenti morfologici del fiume, a causa delle tonnellate (20 a settimana) di detriti di amianto riversati sulle sue rive. Quanto avvenuto è stato ribadito, un paio di settimane più tardi con la presenza in aula di Enrico Bagna, titolare della ditta che, dal 1972, si è occupata dello “smaltimento” dei rifiuti di amianto, ossia l’abbandono a cielo aperto lungo gli argini del fiume degli scarti di produzione. Una testimonianza controversa e delicata, per un uomo che già in passato aveva dovuto affrontare la contestazione di reati ambientali, e che si è difeso così: "All’epoca le norma lo permettevano, non c’erano restrizioni". Almeno fino al 1983, quando
furono modificate le regole e Bagna attivò una discarica in un luogo differente, chiusa però poco dopo.

E infine la sofferenza di una città, Casale Monferrato, sulla quale sono stati chiamati a testimoniare l’attuale primo cittadino, Giorgio Demezzi, e i suoi predecessori, Paolo Mascarino (dal 1999 al 2009) e Riccardo Coppo (dal 1984 al 1988 e dal 1995 al 1999). Quest’ultimo, sindaco quando l’Eternit ancora funzionava, ha ricordato la preoccupazione per le condizioni di lavoro degli operai: nel 1985 scrisse una lettera indirizzata direttamente a Schmidheiny, ma non ricevette mai risposta. Nel lungo e difficile lavoro di bonifica gli ex dirigenti mai sono intervenuti: in totale è costato oltre 10 milioni di euro.

A partire dall’ultima udienza, quella di lunedì scorso, l’attenzione ha iniziato a spostarsi sulla dimensione internazionale della vicenda Eternit, grazie alla testimonianza fornita da Francois Iselin, membro dello svizzero Caova (Comitato aiuto e orientamento per le vittime dell’amianto). Architetto, ex professore al Politecnico di Losanna, Iselin, che da decenni si occupa di amianto, ha spiegato come la consapevolezza che questa sostanza fosse cancerogena si avesse già almeno dal 1962. In Svizzera ne venne vietato l’uso nel 1990, eppure la Eternit ebbe una proroga per altri quattro anni fino al 1994, per le fabbriche di Payerne e Niederurnen. Iselin, però, si è spinto anche più in là, raccontando come fosse usanza della multinazionale riversare gli scarti di produzione in fiumi, boschi, creando talvolta vere e proprie montagne di rifiuti: avvenne nel terzo mondo, in Nicaragua.

E poi si è parlato di Svizzera e Germania, grazie all’intervento di Silvano Benitti, ingegnere, che dal 1975 al 1979 ha lavorato per la Eternit, prima un anno a Casale, per seguire un periodo di formazione, quindi all’estero e nel sud Italia, alla Cemater di Ferrandina, azienda partecipata Eternit. Benitti ha sottolineato come, alla fine degli anni Settanta, il pericolo per la multinazionale era proprio la possibilità che iniziasse a diffondersi la consapevolezza del pericolo. Dicevano: "La diffamazione sull’amianto rischia di mettere a rischio la nostra attività". Non le persone, non l’ambiente. Ma l’attività e il profitto. E anche qui, un ricordo, una certezza, l’inesorabile frase, ripetuta dai vertici aziendali fin dal 1975: "Sappiamo che l’amianto è potenzialmente pericoloso, ma per evitare problemi basta adottare le adeguate misure di controllo". Il processo riprenderà lunedì 7 giugno.

di Ilaria Leccardi da Terra Comune del 28 maggio 2010

venerdì 7 maggio 2010

Alessandria. Taekwondo e arte di vivere
per una polisportiva antirazzista

Domenica 2 maggio 2010. Palestra del Laboratorio Sociale. Esibizione del corso di Taekwondo. Dagli spalti vediamo il cuore pulsante della Polisportiva Antirazzista Uppercut. È un cuore meticcio, solidale, degno come le atlete e gli atleti che si stanno esibendo davanti a uno dei pubblici più eterogenei e nutriti che ricordiamo. Un cuore che ci rappresenta così tanto da lasciarci quasi a bocca aperta. Più di un anno fa, quando le attività dell’Uppercut si sono spostate al Laboratorio Sociale, avevamo semplicemente la speranza di costruire quello che invece oggi si materializza ai nostri occhi.

Questo è l’ultimo evento sportivo “casalingo” della stagione. Gli atleti sono più di venti, tra bambini e adulti. Disposti su più file stanno mostrando le forme, le tecniche principali e le acrobazie di un’arte affascinante che, come spiega il Maestro Naceur Atia, è una vera e propria filosofia centrata sull’etica della pace (simboleggiata dal colore bianco del dobok, la divisa) e della giustizia, in un insieme di forza spirituale, di autocontrollo, di rispetto per sé e per gli altri. Come molte delle arti orientali, anche il Taekwondo è un modo di vivere più che una disciplina sportiva pura e semplice. Un modo di vivere che, con le dovute proporzioni, non si discosta poi così tanto dal nostro. Lo sport in quanto tale è ciò che ci permette di costruire una modalità nuova di vivere tra tanti e diversi, nella valorizzazione delle differenze e nel reciproco rispetto. Trascende la semplice cura del corpo e alimenta lo spirito nella ricostruzione del senso più umano e fraterno dell’esistenza, così distante dalle logiche utilitaristiche della società di oggi. È la ricerca di nuove pratiche di condivisione, orientate alla pacifica convivenza dei popoli e tese al raggiungimento di un’eguaglianza universale tra tutti gli esseri umani. È uno strumento di socializzazione che, supportato da una filosofia comune e condivisa, non esclude nessuno e dà ad ognuno la possibilità di misurarsi con sé e con il mondo in maniera costruttiva.

E quindi eccolo il cuore dell’Uppercut: bambini e adulti, atleti e famiglie di ogni provenienza e con alle spalle le storie più diverse che si esibiscono, simulano combattimenti o semplicemente osservano e filmano lo spettacolo da qui, dagli spalti su cui sediamo anche noi che alla polisportiva abbiamo dato formalmente vita. Negli sguardi di ciascuno si esplicita in tutta la sua potenza il senso di appartenenza ad una comunità allargata, che è sì quella sportiva ma è anche quella delle piccole emozioni quotidiane che ci legano e ci fanno crescere giorno dopo giorno. Jospeh, Elion, Lucrezia, Ivo, Lorenzo, Luca, Mohamed, Soufiane, Angelica sono solo alcuni dei nomi dei piccoli e grandi atleti che ci incantano, ci fanno sorridere e ci ripagano di ogni sforzo fatto fino ad ora. Sono arrivati in palestra alle 14 per le prove generali e intorno alle 18, quando l’esibizione sta volgendo al termine, sono stremati ma hanno ancora voglia di raccontare e raccontarsi attraverso lo sport.

Il 22 maggio 2010 alcuni di loro gareggeranno a Losanna per la competizione internazionale degli “Open 2010” e ci rappresenteranno di fronte a circa 600 atleti di ogni parte del Mondo, tra le nostre gioia e incredulità per essere arrivati così tanto lontano con le nostre sole risorse.

Più di un anno fa, quando speravamo in qualche cosa di grande, non avevamo che la presunzione di immaginare tutto questo. Oggi sappiamo che osare la speranza non è, sempre, una follia. Nel nostro caso corrisponde ad un’unione sapiente tra forza interiore, autocontrollo, rispetto e voglia un po’ ribelle di rivendicare diritti per tutti, capace di generare spazi fisici e mentali liberi e solidali, al di là di qualsiasi barriera o confine.

Polisportiva Antirazzista Uppercut, da globalproject

martedì 9 marzo 2010

Valledora: una storia di resistenza

Trecento chilometri quadrati di pianura padana tra le province di Vercelli, Biella e Torino, tra le risaie e il lago di Viverone, fino alle propaggini della Serra di Ivrea. Un territorio di confine, che ospita i depositi di scorie nucleari di Saluggia e Trino, le centrali termoelettriche di Livorno Ferraris e Chivasso, le cave di Tronzano, la linea ad Alta velocità Milano-Torino e le discariche di Cavaglià e Alice Castello. In questo comune sono stoccati due milioni e cinquecentomila metri cubi di rifiuti. E di siti ce ne sono addirittura tre. Il più recente doveva essere una bonifica dei precedenti, ma si è trasformato in una nuova discarica, più grande delle altre due messe insieme: un milione e duecentomila metri cubi. Una concentrazione di impianti inquinanti forse unica in Italia.

Che le cose stavano cambiando si capiva già a inizio anni '90, ma prima che si formasse una coscienza collettiva su quello che stava accadendo di anni ne sono passati ancora. Col tempo sono nati comitati operativi nei paesi della zona. Mancava solo un’unità d’azione. Così il 7 novembre 2007 si sono riuniti in un’unica sigla: Movimento Valledora. Un nome per dare seguito a una critica condivisa, un modo per dire che i problemi non sono singole realtà a sé, ma fanno parte di una più ampia problematica. «Siamo come Don Chisciotte e stiamo lottando contro un nemico invisibile, che ci arriva da ogni parte. La cattiva pianificazione territoriale», spiega Anna Andorno, portavoce del Movimento.

Quel giorno di novembre si incontrarono i comitati di Livorno Ferraris (con la lotta contro l’inceneritore ne è stato l’ispiratore), Borgo d’Ale, Alice Castello, Cavaglià, Tronzano e Santhià, dove si era costituito un gruppo di donne. Si trovarono per firmare una carta d’intenti. In seguito si aggiunsero quelli di Viverone e Moncrivello. Finalmente si partiva, parola d’ordine: «Salvare ciò che resta del nostro territorio e delle nostre storie». L’inizio, darsi un metodo e coordinarsi, non è stato facile. «Ma siamo cresciuti – racconta Anna Andorno -, abbiamo acquisito competenze. Ci battiamo perché si riprenda a

lottare per avere dignità e rispetto. Sembrerebbe un obiettivo timido, invece, è il primo passo verso qualcosa di rivoluzionario. Amare il proprio territorio non significa avere una senso protettivo o esclusivo nei suoi confronti, si tratta di ragionare in modo civico, di muoversi in una dimensione sociale, di non restare indifferenti ai problemi e di trattarli con partecipazione viva. Per fare questo abbiamo dovuto studiare, ricercare, informarci, chiedere consulenze, trattare con la diffidenza del potere politico».

La loro zona la raccontano come un territorio di confine “da colonizzare”. Non sanno dove mettere un impianto inquinante? Allora, lo piazzano qui ai confini tra le province, sperando di non avere troppe noie dagli abitanti. Ma c’è chi non ci sta: «Facciamo informazione – spiega ancora Andorno - verso la popolazione, le scuole, i gruppi. Da qui, l’idea di un documentario. Cercavamo un mezzo per arrivare al maggior numero di persone possibile, ci siamo autotassati e abbiamo affidato l’incarico al regista più bravo della zona, Matteo Bellizzi (autore di “Sorriso amaro”, ndr)». Un lavoro duro, 35 ore di ripresa. «Abbiamo trascinato Matteo ai convegni, ai tour sulle discariche, ai dibattiti nelle piazze, nelle cascine per intervistare i contadini locali». Poi la suspense del montaggio e la nascita di “Valledora. La terra del rifiuto”. «Un film bellissimo, vero, caldo. Il nostro problema è riassunto in 63 minuti e c’è proprio tutto. Matteo ha creato i personaggi e finalmente Valledora ha la sua storia».

In questi oltre due anni di lavoro il Movimento Valledora è diventata una presenza costante e “fastidiosa” sul territorio, con interventi puntuali ogni volta che si è prospettata l’apertura di un nuovo impianto potenzialmente inquinante. «Per ogni richiesta di apertura di cave, discariche o impianti richiediamo il progetto, informiamo la popolazione attraverso serate e volantinaggi, presentiamo osservazioni e tentiamo di incontrare le istituzioni». Una procedura che gli attivisti ripetono anche ad ogni nuova legge regionale o iniziativa provinciale che viene avanzata. E i primi segnali di ascolto da parte delle istituzioni sono arrivati. Il sindaco di Moncrivello (Vercelli) ha votato una mozione contro l’apertura di nuove cave sul territorio, anche se la ditta interessata ha comunque presentato una pratica di autorizzazione. Inoltre, la Regione Piemonte, anche sull’onda delle richieste del Movimento, ha commissionato il documento “Ipotesi di Piano strategico della Valledora”, che racconta lo scempio perpetrato a danno delle popolazioni locali e di quest’area in cui crescono i rischi per la salute se si considera la presenza delle falde acquifere e il pericolo che vengano inquinate dalle sostanze che si depositano nel sottosuolo.

E poi le azioni legali, difficili da portare avanti autonomamente perché costose. «Lavoriamo per i ricorsi al Tar con gli avvocati di Legambiente, Pro Natura e Lipu. Attualmente è in corso un’indagine della magistratura su un nostro esposto per un presunto danno ambientale provocato da una cava. In passato invece abbiamo vinto contro la provincia di Biella il ricorso sul Bioreattore di Cavaglià e abbiamo ottenuto un’ispezione della provincia di Vercelli alla discarica Ciorlucca di Alice Castello, dove sono state rilevate irregolarità”.

Un’attenzione allargata verso tutto ciò che può essere uso improprio del territorio e al tempo stesso risposta all’eccessivo consumo, a partire dalla più semplice delle azioni, come la raccolta differenziata. Anche per questo il Movimento Valledora ha aderito al Manifesto nazionale di “Stop al consumo del territorio”, un’iniziativa portata avanti da diversi comuni e associazioni italiane per sensibilizzare cittadinanza e istituzioni contro l’irrefrenabile marcia del cemento e lo sfruttamento incondizionato del paesaggio. In questo senso, ad esempio, a fronte della futura costruzione di tre nuove discariche nel comune di Livorno Ferraris il Movimento ha lanciato una petizione per l’impianto di 20mila alberi al posto di una discarica. «Siamo folli... – sorride Anna Andorno – Ma la nostra unica speranza è la coscienza dei cittadini. Che si risvegli e poi... nessuno ci fermerà».

di Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
da Cenerentola

giovedì 25 febbraio 2010

L'Aquila 8 mesi dopo

Girare per le strade de L’Aquila è come provare a districarsi in un labirinto di sensi unici. Le vie dove un tempo scorreva il traffico regolare oggi si stringono per lasciare spazio a cantieri e impalcature. Sui marciapiedi ancora tanti calcinacci e mattoni. Basta voltarsi un attimo e le ferite delle case sono ancora tutte lì, con la vita della gente che le abitava esposta al cielo. Il terremoto ha messo fine a ogni forma di intimità. Non sono crollati solo i muri, ma in una città dove gli stessi abitanti raccontano di un tessuto sociale già fragile prima del sisma, a disperdersi sono stati i legami, le forme di riconoscimento, la capacità di parlare. “Anche i giovani che si ritrovavano alle “colonne” del centro storico ora non sanno dove andare - spiega Annamaria, giovane insegnante di educazione fisica – se ne vanno tutti al centro commerciale, verso Coppito, appena fuori città. Ma non è la stessa cosa”.

Quello che ti colpisce a L’Aquila non sono solo le rovine, già cancellate dai tg berlusconiani, ma il senso di smarrimento negli occhi della gente. Persino nel modo di guidare. Lungo le strade ci sono incroci ma non si svolta, il rischio è di finire in vicoli resi ciechi dai calcinacci. Si va sempre dritto. Come la vita, che va avanti ma non si capisce dove. Da via XX Settembre che taglia la città si passa a fianco della Casa dello Studente o a quel che ne rimane, si prende una strada in salita e si arriva a Collemaggio, il luogo della storica basilica ma anche dell’ex manicomio. Proprio qui, dal 31 ottobre è arrivato un gruppo di ragazzi, che prima stava al parco Unicef di via Strinella, nelle tende. Sono quelli del 3e32. Si chiamano come l’ora in cui la notte del 6 aprile L’Aquila tremò più forte e sono un coordinamento di comitati che fin dal primo giorno dopo il sisma hanno cercato di tenere viva la coscienza della cittadinanza. Con l’arrivo dell’autunno e la minaccia del freddo la sistemazione di via Strinella non era più abbastanza. E così hanno deciso di occupare uno stabile nel comprensorio dell’ex ospedale psichiatrico. Lo hanno ristrutturato e adibito a sala presentazioni. E poi lo hanno completato, costruendogli affianco una nuova casetta in legno, dove hanno allestito un internet point, perché all’Aquila ora è difficile pure trovare un luogo dove connettersi. Nel complesso che ha preso il nome di CaseMatte si mangia anche, con pastasciutte preparate in enormi padelle, tanto da sfamare senza problemi una ventina di persone. E alla sera, tolto il lungo tavolo da pranzo, la stanza si trasforma in luogo per incontri, presentazioni, dibattiti. Il giorno della nostra visita, a fine novembre, l’ospite è il giornalista Manuele Bonaccorsi, autore di “Potere assoluto. La Protezione civile al tempo di Bertolaso” (Edizioni Alegre, 2009). Proprio lui, Guido Bertolaso, uno dei protagonisti della ricostruzione post terremoto, ma che qui alle CaseMatte è ben poco amato. Quella sera nella piccola casetta arriva anche Sabina Guzzanti con la sua troupe, una presenza costante ormai, che da mesi sta girando un documentario su L’Aquila terremotata.

Poco più in alto, tra i padiglioni di Collemaggio, c’è il Centro di salute mentale, anche questo un luogo di “resistenza”, dove si prova a far ripartire progetti di cittadinanza. La mente organizzativa è Alessandro Sirolli, psicologo e direttore del Centro, negli anni ’70 allievo di Basaglia, che assieme ai suoi “matti” ha dato il via a una serie di iniziative: presentazioni di libri, teatro e l’idea di un cinebus: “Un pullman da 50 posti con telo e proiettore incorporati – spiega –, che giri tra le periferiche new town del piano C.A.S.E. del governo per offrire alla gente ormai isolata dalla città momenti di aggregazione e dibattito. Tanti anni fa con la chiusura dei manicomi siamo riusciti a portare i “matti” tra la gente. Oggi ci riproviamo, partendo dalla nostra esperienza, per andare a ritrovare un contatto con i cittadini. Facendoli venire qui, nel nostro Centro, ma anche andando da loro”.

Quello dell’isolamento e della forzata lontananza dalla città è uno dei temi che più tocca la popolazione. E quando nelle assemblee pubbliche gli abitanti prendono la parola, l’inquietudine non può più essere celata. C’è chi se n’è andato via da L’Aquila, verso il mare in un albergo, “ma non si sente fortunato” precisa una ragazza. Chi sta nelle case prefabbricate o si trova ancora in roulotte. Oppure in tenda, al fondo delle liste d’attesa. E poi c’è chi di notte elude i controlli della Protezione civile e rientra nella propria abitazione, in piena zona rossa. “La prima cosa che fa è tirare giù le tapparelle. Più in fretta che può, perché nessuno lo veda” racconta una psicologa. I rapporti con i volontari di Bertolaso non sono mai stati idilliaci: “Nelle tendopoli ci trattavano come appestati – sottolinea una donna, durante il dibattito alle CaseMatte -, come ‘terroni’, pensate che un responsabile della Protezione civile andava in giro con la scritta ‘Io sono Hitler’. I suoi lo giustificavano, dicevano che era una burla”. In queste settimane, a L’Aquila - col freddo che si attacca alla pelle - si vive in un insopportabile limbo d’attesa. Sul che sarà. “Se avessero dato le autorizzazioni che ci negano – spiega con foga un signore di mezz’età – a quest’ora mi sarei ristrutturato la casa e forse ci abiterei già”. Invece, il centro storico è come il giorno dopo il sisma. In bilico.

di Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
da Cenerentola

giovedì 11 febbraio 2010

A Casale si muore ancora
ma i boss fanno ostruzione

"Noi stiamo ancora morendo mentre l’amianto si sta diffondendo". Recitava così lo striscione portato in tribunale da un gruppo di giovani casalesi, giunti a Torino per la terza udienza del maxi processo “Eternit”. Parole che richiamano l’attenzione su una strage ancora in atto che mette paura alla gente di Casale Monferrato, la città più colpita dai veleni della multinazionale dell’amianto. E mentre i ragazzi, assieme a una cinquantina di persone, si sono posizionati in aula 2 per assistere allo svolgersi delle operazioni processuali attraverso due maxischermi, in aula 1 il processo andava avanti. Udienza tecnica, ancora una volta, dove protagonisti sono stati i difensori de gli imputati, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis De Cartier de Marchienne, e quelli delle società a loro collegate, intervenuti per contestare le costituzioni di parte civile.

"Ci troviamo di fronte a 6.000 persone e 50 enti che chiedono il risarcimento. Troppi", ha spiegato Astolfo Di Amato, uno degli avvocati di Schmidheiny, che ha sollevato una questione di legittimità costituzionale delle norme del codice di procedura penale che permettono la costituzione di parte civile ma che, secondo la difesa, ostacolerebbero la velocità e la semplicità del processo. Nulla di più falso, secondo i legali di parte civile: "Non sempre la ragionevolezza della durata del processo corrisponde alla massima speditezza – ha ribattuto l’avvocato Davide Petrini – la durata è ragionevole nel momento in cui bilancia la speditezza e le esigenze delle parti". Una questione già emersa e respinta in udienza preliminare, ma che se dovesse essere accolta potrebbe comportare un’importante modifica della procedura penale.

Più nel merito del processo, ma non di minor peso, la questione sollevata dal difensore del barone De Cartier, Cesare Zaccone, sull’ammissione o meno come parte civile di Inps e Inail, sostenendo l’impossibilità di quest’ultima di esercitare in questa sede il “diritto di regresso”, ossia chiedere agli imputati di risarcire ciò che l’Inail ha dovuto sborsare (una cifra superiore a € 246 milioni per 1.648 persone). Tesi respinta dal pm Raffaele Guariniello che ha richiamato in aula l’articolo 61 del decreto legislativo 81 del 2008, più conosciuto come Testo Unico sulla Sicurezza, secondo cui in un caso come quello della “Eternit” il pm deve dare notizia all’Inail "ai fini dell’eventuale costituzione di parte civile e dell’azione di regresso". Quello dell’Inail, spiega Guariniello, è un diritto che già esisteva prima di questo decreto, ma che attraverso esso viene agevolato: uno strumento in più di prevenzione e per far sapere alle aziende che, in caso di mancata osservanza delle norme, il rischio è anche quello di dover risarcire l’Inail.

Tante e articolate le altre richieste di non ammissione a parte civile: se i difensori di De Cartier chiedono di escludere i lavoratori assunti in “Eternit” dopo l’addio del barone belga all’azienda, quelli di Schmidheiny hanno chiesto invece di escludere chi ha smesso di lavorare negli stabilimenti della multinazionale dell’amianto prima che lo svizzero ne diventasse proprietario, nel 1972. E poi i sindacati e le loro emanazioni locali, sedici, troppi secondo l’accusa, e tante associazioni. Tra queste anche “Medicina Democratica”, movimento nato alla fine degli anni Sessanta e da sempre attivo in tema di malattie professionali. "Oltre che nel processo “Eternit” ci siamo costituiti parte civile in altri procedimenti legati all’amianto – spiegano i rappresentanti, presenza costante alle udienze torinesi – come quello contro la “Montefibre”, celebrato a Verbania, e quello contro la Marina Militare, in corso a Padova. In Piemonte parteciperemo anche al processo contro la “Solvay Solexis” per il cromo esavalente ritrovato a Spinetta Marengo, alle porte di Alessandria". La richiesta di esclusione nei confronti dell’associazione si basa sul fatto che “Medicina Democratica” non era ancora attiva nel momento in cui il reato contestato veniva commesso, almeno da parte di De Cartier, ma, rispondono i rappresentanti, dipende da come viene inteso il reato: l’azione degli imputati (l’omissione del controllo sulle norme) non si è conclusa in un tempo passato definito, ma rappresenterebbe al contrario un reato permanente. O almeno, questa è la tesi sostenuta anche dai pm. E forse era proprio ciò che volevano esprimere quei ragazzi di Casale con le parole scritte sullo striscione che hanno portato fino a Torino. Perché la gente a Casale Monferrato continua a morire.

E mentre il presidente della Corte, il giudice Giuseppe Casalbore, rimanda la prossima udienza a lunedì 15 febbraio, con le risposte dei difensori di parte civile, arriva la notizia di un nuovo importante appuntamento: il 16 marzo a Torino si terrà una conferenza sulle vittime mondiali dell’amianto, con la partecipazione di testimoni provenienti da tantissimi Paesi, dal Nicaragua, al Giappone, passando per il Brasile.

Ilaria Leccardi
da Terra Comune

domenica 24 gennaio 2010

Tornano i No Tav, numerosi più che mai

Li sentiranno fino a fondo valle, forse pure a Torino. A vederli sembrano una grande orchestra, senza il bisogno di un direttore. I campanacci dei montanari risuonano come i tamburi della Bugiard band («dedicata alle frottole che raccontano i governanti») e il battere a ritmo sul guardrail della statale è una di quelle melodie che si fissa in testa. Per nulla fastidiosa. E se ci sei in mezzo non ti accorgi nemmeno del freddo di un sabato alpino, ti fai trasportare dal fiume di gente che invade Susa, 40 mila persone per dire ancora una volta no alla Tav.

Alberto Perino, leader storico, è raggiante, sale sul trattore che apre il corteo, prende il microfono: «Diranno che siamo quattro gatti», esclama con un sorriso sornione. E il primo spezzone della marcia gli risponde con un sonoro «Miao». Quella della Val Susa è una lotta radicale ma piena di ironia. «Dicevano - commenta Perino - che il movimento era diventato minoritario, che i sindaci non c'erano più. Ecco il movimento più vivo che mai, ecco i sindaci. In Francia e Spagna ci sono altre due manifestazioni. E qui c'è tutta la nostra valle. Siamo solo un po' matti e davvero ostinati. Abbiamo resistito vent'anni e vedrete che ne resisteremo altri venti». E propone una sua teoria: «In un mondo che si suicida, che devasta l'ambiente, solo i matti possono salvarlo».In testa al corteo due asini, sul dorso una scritta: «Sono sempre un po' depresso continuano a chiamarmi Chiamparino e Bresso». D'altronde, sulla manifestazione «Sì Tav» con Pd e Pdl al caldo del Lingotto (oggi, ndr) i commenti dei manifestanti non possono che essere negativi, spesso mugugni. Segue il grande striscione «La Valle che resiste» con stampati Asterix e Obelix, beniamini del movimento.

Di gente ne è venuta proprio tanta, il presidio Maiero-Meyer si riempie subito. «Ci siamo mobilitati perché non vogliamo che il nostro territorio diventi preda della mafia» racconta una signora, con una bandiera No Tav al collo. Lo dice senza retorica, di 'ndrangheta la valle ha già patito (il consiglio comunale di Bardonecchia commissariato per infiltrazione mafiosa). «Oggi è una giornata importante, dobbiamo continuare in modo coeso e pacifico» spiega Giorgio, elettricista. Francesco Siro è un consigliere della Comunità montana: «Gli amministratori locali sono in maggioranza contrari. Nell'ultimo mese abbiamo votato una delibera contro la Tav sottolineando l'esaurimento del ruolo dell'Osservatorio. Ventitré sindaci l'hanno capito e si sono ritirati dall'organismo». Poco più avanti spunta Gianni Vattimo, europarlamentare Idv: «Ho sollevato al Parlamento europeo la palese irregolarità dei sondaggi geognostici. Senza il consenso della popolazione e senza informare i sindaci». Delle trivelle che hanno sconvolto l'ultima settimana al costo di 6 milioni di euro (il doppio rispetto al previsto) non c'è traccia. «Ma torneranno e vedrete noi saremo di nuovo lì a bloccarle», rassicura un ragazzo. Nel corteo che si snoda fino al centro di Susa un gruppo di bambini canta «La valle è bella non vogliamo la trivella». Altri: «No alle trivelle, col buco vogliamo solo le ciambelle».Il cielo è coperto, ma la marcia non perde l'entusiasmo.

Lele Rizzo è uno degli esponenti più rappresentativi della lunga lotta, è stato il fondatore di uno dei primi comitati, quello di Bussoleno. Arriva dall'Askatasuna: «Senza mai voler mettere la nostra bandiera, a noi interessa che la valle vinca». E continua: «I presidi dei giorni scorsi non sono altro che la punta di un iceberg. Oggi è la risposta politica e la partecipazione testimonia quanto è grande il consenso». A esprimere una vicinanza diretta ai no Tav sono venuti spezzoni di tante battaglie a difesa dell'ambiente. C'è Giancarlo che la provenienza la scrive a caratteri cubitali su un cartello: Friuli, Palmanova. «La Val Susa è un esempio di civiltà. Anche da noi vogliono costruire un tunnel di 25 chilometri». Aldo arriva, invece, da più vicino, Alice Castello, vercellese, con il movimento Valledora: «Il nostro è un territorio da colonizzare, perché spesso silente. Oltre alle scorie nucleari, ogni nuova cava diventa una discarica».

La manifestazione scorre rumorosa e vivace. Tutto tranquillo. Tranne una macchina carica di caschi e manganelli, avvistata dai manifestanti alla partenza: «Una provocazione, abbiamo avvisato il questore ed è sparita». In mezzo alle bandiere no Tav sono sparse quelle della Fiom. Per Giorgio Airaudo, segretario torinese, «in tempi di crisi non si capisce perché spendere soldi per un'opera non prioritaria, si deve investire su una produzione compatibile». E la Tav sarà sul tavolo delle regionali. «I due candidati, Bresso e Cota - spiega Paolo Ferrero, Prc - sono entrambi pro Tav. Certo, tra i due c'è differenza. Però l'unico accordo possibile con il centrosinistra è tecnico. A noi interessa stare nel movimento». La marcia arriva in centro che è già buio. Ma il suo ritmo si sentirà a lungo.

di Mauro Ravarino, da il manifesto del 24 gennaio 2010

giovedì 21 gennaio 2010

La Tav nel recinto

Gli occhi si stropicciano dalle notti insonni. «Ma il morale è altissimo» assicura Giorgio al presidio di Susa. Il cellulare può squillare alle tre o alle quattro. E devi partire. Per questo lo tieni vicino al letto, con le scarpe ai bordi. In valle, se qualcuno avvista strani spostamenti, lancia subito un messaggio, un sms, una mail: «Una trivella a Susa», «Un'altra a Condove». E il tam tam corre da Venaus ad Avigliana. Non fai in tempo a vestirti, che vedi già i compagni di lotta salutarti: «Sarà düra», il motto dei No Tav. Martedì erano corsi a Susa, per il settimo sondaggio, ieri invece si sono diretti a Chiusa San Michele, dove nelle prime ore del mattino è iniziato l'ottavo dei 91 carotaggi previsti dall'Osservatorio sulla Torino-Lione guidato da Mario Virano. Militarizzato come il precedente. Ancora una volta, la trivella scortata da centinaia di forze dell'ordine. Ma non si sono lasciati sorprendere: hanno allestito presidi, bloccato il Tgv e, alla sera, respinto l'arrivo di nuovi blindati occupando la statale del Moncenisio.

Un'altra giornata di lotta lungo tutta la valle. «Sono solo sondaggi mediatici, non trivellano nemmeno. È una prova di forza per sbloccare i fondi di Bruxelles», rincara Giorgio: «Non è come la raccontano i giornali, il movimento è forte. Pensi che ha appena chiamato una signora da Genova, ci invita a resistere e sabato sarà con noi». Ci sarà una grande manifestazione a Susa contro la Tav e contro tutte le mafie, attese più di ventimila persone.

Al presidio, vicino all'autoporto, fa freddo e ci si scalda con il fuoco e il tè. «Avevano detto che i carotaggi sarebbero stati alla luce del sole, trasparenti, avvisando i sindaci. Invece sono venuti di notte, come i ladri» racconta Pupi che di mestiere fa l'edicolante ed è appena tornato dai due presidi di Condove e Chiusa San Michele, più a valle. Li hanno allestiti in mattinata, uno vicino alla rotonda della statale 24, quella del Monginevro, l'altro dall'altra parte dei binari. In mezzo uno spiegamento massiccio di carabinieri che hanno impedito l'accesso alla stazione. «Sono le forze dell'ordine a bloccare il passaggio» recita un cartellone dei manifestanti lungo la strada. Momenti anche di tensione con una carica dei carabinieri.

«Abbiamo cercato di forzare il blocco - racconta Alberto Perino del movimento - perché le forze dell'ordine facevano passare solo chi aveva l'abbonamento mentre l'accesso alla stazione deve essere garantito a tutti. Sono stato colpito da una ginocchiata e sono stato gettato a terra».

A mezzogiorno, la lotta si sposta a Sant'Antonino, il comune di cui è sindaco Antonio Ferrentino, che nel 2005 era uno dei leader dei No Tav. Tempo n'è passato: è rimasto l'unico tra i sindaci della Valle a rimanere nell'Osservatorio. Gli altri si sono ritirati. Dopo un'assemblea, i manifestanti si dirigono alla stazione. Sta per arrivare il Tgv. Non scendono tra i binari, agitano le bandiere, quelle classiche bianche e rosse. Ci sono anziani e giovanissimi. Chi ha la barba bianca e chi va ancora a scuola, non vogliono che la Tav devasti un territorio già fin troppo martoriato. Il Tgv arriva, si ferma. Una ragazzina dice sottovoce «con tutti i ritardi per motivi futili, finalmente una giusta causa». Scende il macchinista, i manifestanti gli offrono un trancio di pizza. Lui sorride, si dimostra solidale: «Se non fossi sopra, sarei lì con voi». Un nastro lanciato da un marciapiede all'altro inaugura un'immaginaria stazione: «Sant'Antonino la Trippa». Al megafono, sarcastici: «Sarà contento il sindaco Ferrentino, Sant'Antonino ha la sua stazione internazionale dove si fermano pure i Tgv». Passano più di quaranta minuti. «Giusto il tempo per far rimborsare i biglietti ai passeggeri».

A Condove più a Valle il presidio continua, tra panettone e vin brulé. Arriva gente. C'è Simone che è stato buttato giù dal letto da un sms alle 6, c'è Elisa che viene a dar man forte compatibalmente al ruolo di mamma di una bimba di quattro mesi. I carabinieri, invece, rimangono in posizione, a piedi stretti. Dei sondaggi non è stato nemmeno avvertito il sindaco Domenico Usseglio che si è presentato all'alba: «Il prefetto Paolo Padoin aveva assicurato di informarci, è stata una grave scorrettezza». I No Tav vogliono la valle libera, scandiscono cori: «Giù le mani dalla Val Susa», «Fuori le truppe di occupazione». Intanto, alle spalle delle forze dell'ordine arriva un regionale. È «la beffa dei manifestanti». Una quarantina, partiti da Sant'antonino, scendono alla stazione in mezzo ai due cordoni, aggirarando il blocco. Qualcuno si avvicina alla trivella. Un ragazzo ci rimedia una manganellata e finisce all'ospedale di Susa.

A Susa avevamo lasciato Giorgio e Pupi. Si avvicina anche Emilio: «I media ci dipingono come egoisti. Noi lottiamo per tutti, perché i soldi della Tav e quelli per le forze dell'ordine sono di tutti gli italiani. Dicono che siamo isolati, non è vero qui passano i principali collegamenti con la Francia». Roberto riassume le infrastrutture: «Due statali, una ferrovia internazionale e una locale, più un'autostrada, il traforo del Frejus, oltre alla Dora Baltea. Concentrati in una valle stretta, con una forte incidenza tumorale». Emilio: «Tu ce li faresti vivere i tuoi figli?». Sono decisi, uniti. Anche se non riusciranno a bloccare tutti i sondaggi, L'obiettivo principale è fermare la Tav: «Passeran nen».

di Mauro Ravarino da il manifesto del 21 gennaio 2010

mercoledì 20 gennaio 2010

C'era una volta la Ivrea Valley.
La crisi della Compumaint di Scarmagno

Fino a neanche sette mesi fa era considerata un’azienda solida, benché avesse cambiato nome almeno cinque volte nel giro di dieci anni. Con sede a Scarmagno, a meno di 15 chilometri da Ivrea, nell’ex complesso della Olivetti e impegnata nella manutenzione di stampanti, la sua garanzia erano gli importanti clienti con cui lavorava, come la società Italia Logistica del gruppo Poste Italiane e la stessa Olivetti. Oggi la Compumaint, questo l’ultimo nome assunto ad agosto, si ritrova nell’incertezza del futuro. Da quel mese, infatti, trentacinque lavoratori assunti con contratto metalmeccanico e venticinque tecnici co.co.pro. hanno smesso di percepire lo stipendio e non hanno ricevuto alcun tipo di ammortizzatore sociale. Una proprietà aziendale scomparsa nel nulla e sulle spalle tanta rabbia perché il lavoro che permetterebbe di mantenere viva l’attività ci sarebbe pure.

«Solo nelle ultime settimane si sono aperti alcuni spiragli – spiega Lino Malebra, rappresentante della Fiom Cgil per la zona di Settimo Torinese e Ivrea – I venticinque co.co.pro sono stati assorbiti da Italia Logistica e l’azienda locale CellTell ha dimostrato interesse verso gli altri lavoratori, assumendone dieci che da lunedì lavorano in ditta. Ma per gli altri il futuro è assolutamente incerto».

Una serie di cambi di proprietà negli ultimi anni, da OP Computer (ex Olivetti), fallita nel 1999, a Ics, da questa a Cms e poi C&P Technology, non avevano spaventato più di tanto i lavoratori, benché alcuni dei passaggi fossero stati piuttosto sofferti. L’ultimo però è stato fatale. La vendita da C&P Technology a Compumaint, srl lombarda facente capo a Raimondo Magnoni (fratello recentemente scomparso dell’attuale ad, Davide Magnoni), sarebbe dovuta essere una soluzione temporanea, verso la cessione definitiva alla più grande Coas, con sede a Ghemme (Novara) e stabilimenti in diverse città italiane. Ma l’operazione, che ha più il sapore della speculazione sulle spalle di 60 lavoratori, non è mai avvenuta. Da allora è iniziata la battaglia.

I dipendenti per alcuni mesi hanno continuato a lavorare, nonostante la proprietà non pagasse gli stipendi. E poi tra novembre e dicembre si sono battuti, per evitare il peggio. La Compumaint ha chiuso i rubinetti, ha provato a trovare un accordo, senza il coinvolgimento dei sindacati, con la All Computer di Pieve di Fizzonasco, azienda che Malerba non esita a definire «di banditi», per l’affitto del ramo d’azienda. Una soluzione rischiosa che avrebbe comportato quasi sicuramente il passaggio in terra lombarda delle commesse di Poste Italiane e Olivetti, ma non la tutela dei lavoratori di Scarmagno. Gli operai si sono battuti, a colpi di latte e strumenti di lavoro, qualche uovo e la difesa degli impianti di lavorazione, azioni contro cui i proprietari di Compumaint hanno risposto con i carabinieri. E poi si sono rivolti direttamente ai clienti dell’azienda, con una lettera aperta, per chiedere attenzione e ribadire il loro impegno a non abbandonare l’attività.

Alla fine, intorno al 10 dicembre, All Computer si è ritirata e le speranze si sono riaperte anche grazie all’arrivo di un po’ di soldi: Italia Logistica e Olivetti hanno pagato direttamente ai lavoratori gli stipendi di settembre e ottobre. Una boccata d’aria, ma non abbastanza per essere soddisfatti. E la lotta è continuata. «A inizio dell’anno è arrivato l’interessamento da parte di CellTell – continua Malerba – un’azienda con sede a Scarmagno che si occupa di manutenzione di dispositivi informatici. Purtroppo però a nulla sono valse le richieste per la tutela e l’integrazione di tutti e trentacinque i dipendenti di Compumaint. La CellTell ne ha assunti dieci, promettendo che, a seconda delle commesse che arriveranno, potrebbe arrivare a integrarne fino a trenta». Ma non trentacinque.

«Abbiamo anche chiesto una mano per la gestione degli ammortizzatori sociali, sollecitando l’assunzione di tutti i lavoratori e l’eventuale richiesta di cassa integrazione. Ma ci hanno risposto che la loro azienda, in cui sono impegnati circa 200 lavoratori, non è mai ricorsa alla cassa e non intende farlo ora». Una questione forse più di immagine che di sostanza. «E così, ad oggi, rimangono venticinque lavoratori senza stipendio di novembre e dicembre, mentre matura anche gennaio, e senza la tredicesima del 2009. Una brutta storia, che fino a poco tempo fa nessuno si aspettava di dover affrontare». E che si unisce alle vicende di una terra martoriata, dove spicca la questione Agile-Eutelia. Nel frattempo, dopo un ultimatum di 48 ore, pochi giorni fa i sindacati hanno chiesto l’istanza fallimentare per la Compumaint, al fine di accedere agli ammortizzatori sociali per quei venticinque dipendenti ancora senza un futuro lavorativo.

di Ilaria Leccardi, da Terra Comune del 20 gennaio 2010

giovedì 14 gennaio 2010

Ricostruzione di paglia

Un paesino distrutto dal terremoto, 45 abitanti testardi. E 60 volontari visionari: un piccolo miracolo italiano a Pescomaggiore, un borgo di origine medioevale a 12 chilometri da L'Aquila


L'AQUILA - Piero ha il volto sporco d’intonaco, sta completando gli ultimi ritocchi della nuova casa. Fuori fa già freddo, eppure la neve non lo spaventa. Lui vive qui da sempre, in questo paesino alle pendici del Gran Sasso. Nemmeno il terremoto gli ha fatto cambiare idea: “Sono stanco di stare in roulotte. Ormai sono otto mesi da quando la mia casa è inagibile. Ma la mia terra non la voglio abbandonare”. I 45 abitanti di Pescomaggiore, un borgo di origine medievale a 12 chilometri da L’Aquila e a quasi mille metri sul livello del mare, si sarebbero dovuti spostare a Camarda, in una delle tante new town previste dal piano di ricostruzione del Governo, nove chilometri più a valle. Non se ne sono andati.

Quattro per ora le case che stanno prendendo forma. I loro muri sono fatti di paglia. Balle rettangolari, accatastate anche negli angoli del cantiere. “Al di là di quello che si possa pensare, la paglia è un materiale ottimo per la costruzione: solido, capace di non disperdere il calore e isolare dai rumori. E soprattutto economico ed ecologico”, spiegano Paolo Robazza e Fabrizio Savini, fondatori del “Beyond architecture group studio mobile”, team di architetti che si propone di dare il proprio contributo al recupero del patrimonio architettonico dell’Abruzzo. Hanno alle spalle diverse esperienze di “architettura sostenibile e partecipata”: Robazza in Sudafrica, Savini in Spagna e Brasile.

Sono loro la mente del progetto Eva (Eco villaggio autocostruito), un’idea che avevano in mente da tempo e che nella tragedia del terremoto ha trovato vita. “Avevamo il desiderio di realizzare progetti partecipati con il coinvolgimento dei cittadini. Cercavamo chi ascoltasse le nostre soluzioni”, raccontano gli architetti. A Pescomaggiore c’era invece chi, come i ragazzi del Comitato per la rinascita del paese (nato ben prima del sisma, nel settembre del 2007), pensava si potesse ricostruire usando materiali poveri, appunto la paglia. Volevano provare, ma non sapevano come.
E così, via. Si è unito al gruppo Caleb Murray Bourdeau, irlandese, lunghi capelli rossi e sorriso sornione. Un esperto nella costruzione con materiali di recupero. E dopo 133 giorni dal terremoto, un paio di mesi di progettazione e le assemblee (non sempre unanimi) per definire i particolari, il 20 agosto il cantiere si è aperto. A 160 metri dal vecchio borgo, su terreni dati in concessione da due abitanti, sono stati prima costruiti i basamenti di cemento e poi innalzati i pali in legno, scheletro per le abitazioni. Alla fine saranno sette, per 22 persone. “Abbiamo previsto due modelli fondamentali -racconta Paolo-: uno da 40 metri quadri con una sola camera da letto, l’altro da 56 per famiglie più numerose. Entrambe con un ampio salone cucina, spazio della socialità, attorno a un caminetto che con la legna scalderà l’ambiente”. Dettaglio di un piano di ecosostenibilità, che si completa con i panelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica e un impianto di fitodepurazione per il trattamento delle acque di scarico. E poi grandi finestre e una veranda che dà sulla vallata, perché chi ha vissuto il terremoto deve avere la sicurezza di uscire con facilità. “Così sarò anche più vicino alle mie pecore”, ride Piero.

In tutto finora sono stati spesi 70mila euro, provenienti da donazioni e dall’autofinanziamento dei residenti. “Se il piano Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, ndr) del Governo costa 2.700 euro al metro quadro, noi siamo stati più bravi, ne spendiamo solo 500”, spiega Fabrizio.

Ma la vera forza del progetto è nei volontari. Sessanta, da ogni parte d’Italia e pure dall’estero. C’è Max da Trieste, dove ha fondato una banca del tempo e fa il traslocatore, era già stato in Thailandia dopo lo tsunami del 2004: “Volevo venire giù subito, appena dopo il sisma. Quando ho letto su internet l’appello per salvare Pescomaggiore, mi sono precipitato”. Luciano, marchigiano, senza smettere di fumare “arriccia” il muro della casa di Piero: è uno dei pochi con esperienza in ambito edilizio, restaura volte a crociera.

Arianna, 27 anni, ha studiato filosofia e vorrebbe fare l’insegnante steineriana: “Sono arrivata qui ad agosto, poco dopo l’inizio dei lavori”. È grazie a lei che si sono uniti anche gli alpini di Caoria (Tn), il suo paese. “Loro sì che ci hanno dato un grande aiuto, in pochi giorni hanno tirato su una casa”. E poi Silvia, Ines e tanti altri ancora. Vivono in una piccola casa del paese, una delle poche agibili, come in una comune. Tra i gatti e i sughi al pomodoro, i libri e i materassi incrociati. In primavera sarà tutto pronto e Pescomaggiore sarà di nuovo in vita.

Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
Da Terre di mezzo di gennaio

giovedì 10 settembre 2009

Zitti. Non recitate

A Chivasso il sindaco Bruno Matola (Pdl, ex An) censura l’anteprima nazionale dello spettacolo A Ferro e fuoco della compagnia Teatro a Canone diretta dal regista Simone Capula. Il lavoro è ispirato al libro di Stefania Podda Nome di Battaglia Mara. Vita e morte di Margherita Cagol il primo capo delle Br. Il Sindaco dopo aver concesso in un primo tempo l’uso del Teatro comunale l’ha revocato 6 giorni dalla prima.

Motivo? «La tutela della morale pubblica». Matola, senza mai aver visto lo spettacolo, fa riferimento a «espressioni che possano essere ritenute offensive della dignità e della morale pubblica e pertanto potenzialmente lesive dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi che questa Amministrazione è tenuta a tutelare». La stessa sensibilità, però, non l’aveva avuta nel caso di discutibili invitati di estrema destra o di serate sul fascismo. E qualcuno si chiede: l’Italia dovrebbre essere uno Stato di diritto, non uno «Stato etico»?

Scrivono Frediano Dutto e Piero Meaglia, del Centro di Documentazione Paolo Otelli di Chivasso: «E’ evidente la scorrettezza di una revoca così tardiva, e il danno economico e professionale che implica per la compagnia: ma non è su questo aspetto che vogliamo soffermarci qui. Ciò che indigna è la motivazione prodotta dal sindaco: lo spettacolo sarebbe offensivo “della dignità e della morale pubblica”, e “potenzialmente lesivo dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi”. Una censura di fatto, esplicita, neppure mascherata da un pretesto (quale potrebbe essere, ad esempio, un impedimento tecnico all’uso della struttura). Per tutelare non si sa bene quali sentimenti che il sindaco ritiene di incarnare, egli procura certamente un danno a noi tutti come cittadini mediante la lesione del nostro diritto costituzionale alla libertà di espressione del pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (Articolo 21). Non vale la pena contestare qui punto per punto questa motivazione ridicola e pericolosa come questa destra di cui il sindaco è espressione. Possiamo solo aggiungere che lo spettacolo – pur affrontando un tema scabroso: la vicenda umana e politica della BR Mara Cagol – rappresenta un utile momento di riflessione critica, mai apologetica, sulla lotta armata e sul terrorismo che, ci piaccia o no, fanno parte della storia del nostro paese. Noi, che abbiamo visto le prove dello spettacolo, lo possiamo affermare serenamente. In ogni caso, per essere criticato, anche duramente, lo spettacolo avrebbe dovuto aver luogo. Voltaire avrebbe detto: “Non condivido nulla di quello che dici, ma mi batterò affinché tu possa farlo liberamente”. Voltaire viveva sotto una monarchia assoluta. Per i cittadini di una democrazia compiuta, questa lotta non dovrebbe più essere necessaria. Ma purtroppo non è così. Per queste ragioni, vi invitiamo a venire lo stesso, come se lo spettacolo avesse luogo, davanti al Teatrino civico alle 21 di questa sera, per riaffermare la volontà di difendere i nostri diritti costituzionali».

di Mauro Ravarino da r/umori fuori fuoco