Essere andata oggi a Genova a salutare don Gallo è stato doloroso e al tempo stesso straordinario: Le parole di don Ciotti sono state come una spina nel cuore di una certa chiesa, nel corpo dolente di un paese che soffre, quelle di Moni Ovadia sono state le parole di un fratello, capace di raccontare la parte più grande di un uomo grandissimo. Genova, poi, rimane stupenda, una città diversa da tutte. E ogni volta tornare, per me, da quel 2001, ha un significato più grande...
Genova, 25 mag. (LaPresse) - Genova si ferma per celebrare il prete degli ultimi: don Andrea Gallo. Scomparso mercoledì all'età di 84 anni, il fondatore della comunità di San Benedetto al Porto ha ricevuto oggi a Genova nella Chiesa del Carmine l'ultimo saluto. E così, don Gallo è stato riportato proprio nel luogo dove tutto era cominciato: la chiesa da cui fu allontanato negli anni '70 e da cui partì la sua avventura a San Benedetto. Ad accompagnarlo nell'ultimo viaggio, gli amici di tutta una vita: quegli 'ultimi' di cui si è sempre voluto occupare e a cui non ha mai chiuso le porte della sua chiesa. Fra rulli di tamburi, 'Bella ciao', pugni alzati e bandiere dell'Anpi (don Gallo da giovane è stato partigiano), della pace, di Emergency e No Tav, la commozione per le strade di Genova è stata tanta ma sembrava più una festa, un arrivederci, che non un funerale. Sulla bara di don Gallo, applaudita lungamente sia all'arrivo in chiesa, portata in spalle, sia all'uscita, erano posati la bandiera della pace e due suoi indumenti distintivi: il cappello nero e la sciarpa rossa, che indossava sempre. Ad accompagnare il feretro, l'urlo 'Resistenza'...
da LaPresse
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sabato 25 maggio 2013
domenica 18 novembre 2012
Raid su Gaza fanno strage di bambini. Antimissili in azione a Tel Aviv
Gaza (Striscia di Gaza), 18 nov. (LaPresse/AP) - Per il quinto giorno consecutivo, prosegue l'offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza e il bilancio dei morti continua a salire: 71 le vittime palestinesi, tra cui molti bambini. Nel più grave degli episodi, una casa di due piani dove viveva la famiglia Daloo è stata rasa al suolo e undici civili, soprattutto donne e bimbi, hanno perso la vita. Non si fermano intanto nemmeno i razzi lanciati versi Israele (due quelli intercettati oggi dal sistema Iron Dome diretti a Tel Aviv), mentre la diplomazia è al lavoro per provare a raggiungere un cessate il fuoco. Ma le ultime dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu, secondo cui "l'esercito di Israele è pronto a estendere in modo significativo l'operazione" a Gaza, non fanno ben sperare. Migliaia di soldati israeliani sono dispiegati al confine con la Striscia per l'eventualità di un attacco di terra.
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Gaza, il racconto di una cooperante italiana: Raid da cielo e mare, orribile attacco ai media
Questo il racconto fattoci nella notte da Meri, cooperante italiana che lavora da anni a Gaza, scritto per l'agenzia stampa LaPresse.
Gaza (Striscia di Gaza), 18 nov. (LaPresse) - "Hanno bombardato da cielo e mare, attaccando e colpendo i palazzi dei media center che ospitano radio e tv, li hanno bombardati per mettere fuori uso tutta la comunicazione interna". Così, Meri Calvelli, cooperante italiana a Gaza, racconta i raid israeliani che nella notte hanno colpito l'edificio che a Gaza ospita la sede di diversi media locali e stranieri. Questo attacco ai media di Gaza, ha aggiunto, "ha un significato orribile. Sanno che radio e televisioni fungono da comunicatori per tutta la popolazione", se messi fuori uso non avranno più "la possibilità di dire cosa succede nel caso in cui arrivasse un attacco da terra". La Calvelli, che da anni lavora a Gaza e fa parte dell'Associazione di cooperazione e solidarietà, continua poi a descrivere la difficile situazione: "Sappiamo che le navi sono a 300 metri dalla costa e hanno bombardato il ponte che collega una parte all'altra di Gaza. Hanno fatto credere che ci potesse essere una tregua e poi invece hanno cominciato a bombardare incessantemente. Sembra un terremoto senza sosta".
da: LaPresse
Gaza (Striscia di Gaza), 18 nov. (LaPresse) - "Hanno bombardato da cielo e mare, attaccando e colpendo i palazzi dei media center che ospitano radio e tv, li hanno bombardati per mettere fuori uso tutta la comunicazione interna". Così, Meri Calvelli, cooperante italiana a Gaza, racconta i raid israeliani che nella notte hanno colpito l'edificio che a Gaza ospita la sede di diversi media locali e stranieri. Questo attacco ai media di Gaza, ha aggiunto, "ha un significato orribile. Sanno che radio e televisioni fungono da comunicatori per tutta la popolazione", se messi fuori uso non avranno più "la possibilità di dire cosa succede nel caso in cui arrivasse un attacco da terra". La Calvelli, che da anni lavora a Gaza e fa parte dell'Associazione di cooperazione e solidarietà, continua poi a descrivere la difficile situazione: "Sappiamo che le navi sono a 300 metri dalla costa e hanno bombardato il ponte che collega una parte all'altra di Gaza. Hanno fatto credere che ci potesse essere una tregua e poi invece hanno cominciato a bombardare incessantemente. Sembra un terremoto senza sosta".
da: LaPresse
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venerdì 6 luglio 2012
Argentina, 50 anni di carcere a ex dittatore Videla per sequestro figli desaparecidos
Buenos Aires (Argentina), 5 lug. (LaPresse) - L'ex dittatore argentino Jorge Rafael Videla è stato condannato a 50 anni di carcere nel processo sui casi di rapimenti dei figli di desaparecidos durante il regime. Come riporta il quotidiano argentino Clarin, l'altro ex dittatore alla sbarra, Reynaldo Bignone, è stato condannato a 15 anni di detenzione, mentre trent'anni di carcere è la pena decisa per Jorge Acosta, conosciuto come 'El Tigre', capo della Esma, la Scuola di meccanica della Marina nota come principale campo di concentramento a Buenos Aires durante la dittatura.
Il processo, iniziato un anno e mezzo fa, riguardava 35 casi di sottrazione di neonati, 26 dei quali hanno recuperato la propria identità. Uno dei ragazzi, Francisco Madariaga, ha anche testimoniato contro i propri genitori adottivi nel corso delle udienze, l'ex capitano dell'esercito Victor Gallo e la sua ex moglie, Susana Colombo. La tesi portata avanti dalla procura era che durante la dittatura (1976-1983) sia esistito un piano sistematico di sottrazione dei neonati subito dopo il parto delle madri, dissidenti di sinistra, le quali poi venivano eliminate. Dalla fine del regime, oltre cento bambini sono riusciti a scoprire la propria vera identità, grazie al lavoro delle Abuelas (Nonne) de Plaza de Mayo che hanno promosso i test del Dna. In totale l'associazione stima che i bebè tolti ai genitori in queste circostanze siano stati circa 500.
da LaPresse - 5 luglio 2012
Il processo, iniziato un anno e mezzo fa, riguardava 35 casi di sottrazione di neonati, 26 dei quali hanno recuperato la propria identità. Uno dei ragazzi, Francisco Madariaga, ha anche testimoniato contro i propri genitori adottivi nel corso delle udienze, l'ex capitano dell'esercito Victor Gallo e la sua ex moglie, Susana Colombo. La tesi portata avanti dalla procura era che durante la dittatura (1976-1983) sia esistito un piano sistematico di sottrazione dei neonati subito dopo il parto delle madri, dissidenti di sinistra, le quali poi venivano eliminate. Dalla fine del regime, oltre cento bambini sono riusciti a scoprire la propria vera identità, grazie al lavoro delle Abuelas (Nonne) de Plaza de Mayo che hanno promosso i test del Dna. In totale l'associazione stima che i bebè tolti ai genitori in queste circostanze siano stati circa 500.
da LaPresse - 5 luglio 2012
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lunedì 8 agosto 2011
Guatemala, la giustizia batte il secondo colpo
Le condanne a 6060 anni agli autori della strage di Dos Erres. Era l'unità dell'esercito chiamata Kaibiles. Per non dimenticare.
http://lepersoneeladignita.corriere.it/2011/08/08/guatemala-la-giustizia-batte-il-secondo-colpo/
http://lepersoneeladignita.corriere.it/2011/08/08/guatemala-la-giustizia-batte-il-secondo-colpo/
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giovedì 21 aprile 2011
Per Vittorio
Avrei voluto poterti stringere e dirti grazie, toccata dalla tua anima gentile, divertita dalla tua "r" moscia, ispirata. Come lo rimarrò. Perché tu prendevi per braccio i bambini di Gaza e regalavi sorrisi, mani forti, speranze. Il mio è un pensiero intimo, per te che oltre al sogno hai avuto il coraggio.
Grazie Vittorio.

Il mio pensiero si unisce a queste splendide parole, dedicate a te da Ibrahim Nasrallah
A Vittorio Arrigoni
Hanno ucciso tutti
Hanno ucciso tutti
hanno ucciso tutti i minareti
e le dolci campane
uccise le pianure e la spiaggia snella
ucciso l’amore e i destrieri tutti, hanno ucciso il nitrito.
Per te sia buono il mattino.
Non ti hanno conosciuto
non ti hanno conosciuto fiume straripante di gigli
e bellezza di un tralcio sulla porta del giorno
e delicato stillare di corda
e canto di fiumi, di fiori e di amore bello.
Per te sia buono il mattino.
Non hanno conosciuto un paese che vola su ala di farfalla
e il richiamo di una coppia di uccelli all’alba lontana
e una bambina triste
per un sogno semplice e buono
che un caccia ha scaraventato nella terra dell’impossibile.
Per te sia buono il mattino.
No, loro non hanno amato la terra che tu hai amato
intontiti da alberi e ruscelli sopra gli alberi
non hanno visto i fiori sopravvissuti al bombardamento
che gioiosi traboccano e svettano come palme.
Non hanno conosciuto Gerusalemme … la Galilea
nei loro cuori non c’è appuntamento con un’onda e una poesia
con i soli di dio nell’uva di Hebron,
non sono innamorati degli alberi con cui tu hai parlato
non hanno conosciuto la luna che tu hai abbracciato
non hanno custodito la speranza che tu hai accarezzato
la loro notte non si espone al sole
alla nobile gioia.
Che cosa diremo a questo sole che attraversa i nostri nomi?
Che cosa diremo al nostro mare?
Che cosa diremo a noi stessi? Ai nostri piccoli?
Alla nostra lunga dura notte?
Dormi! Tutta questa morte basta
a farli morire tutti di vergogna e di sconcezza.
Dormi bel bambino.
Grazie Vittorio.

Il mio pensiero si unisce a queste splendide parole, dedicate a te da Ibrahim Nasrallah
A Vittorio Arrigoni
Hanno ucciso tutti
Hanno ucciso tutti
hanno ucciso tutti i minareti
e le dolci campane
uccise le pianure e la spiaggia snella
ucciso l’amore e i destrieri tutti, hanno ucciso il nitrito.
Per te sia buono il mattino.
Non ti hanno conosciuto
non ti hanno conosciuto fiume straripante di gigli
e bellezza di un tralcio sulla porta del giorno
e delicato stillare di corda
e canto di fiumi, di fiori e di amore bello.
Per te sia buono il mattino.
Non hanno conosciuto un paese che vola su ala di farfalla
e il richiamo di una coppia di uccelli all’alba lontana
e una bambina triste
per un sogno semplice e buono
che un caccia ha scaraventato nella terra dell’impossibile.
Per te sia buono il mattino.
No, loro non hanno amato la terra che tu hai amato
intontiti da alberi e ruscelli sopra gli alberi
non hanno visto i fiori sopravvissuti al bombardamento
che gioiosi traboccano e svettano come palme.
Non hanno conosciuto Gerusalemme … la Galilea
nei loro cuori non c’è appuntamento con un’onda e una poesia
con i soli di dio nell’uva di Hebron,
non sono innamorati degli alberi con cui tu hai parlato
non hanno conosciuto la luna che tu hai abbracciato
non hanno custodito la speranza che tu hai accarezzato
la loro notte non si espone al sole
alla nobile gioia.
Che cosa diremo a questo sole che attraversa i nostri nomi?
Che cosa diremo al nostro mare?
Che cosa diremo a noi stessi? Ai nostri piccoli?
Alla nostra lunga dura notte?
Dormi! Tutta questa morte basta
a farli morire tutti di vergogna e di sconcezza.
Dormi bel bambino.
venerdì 4 giugno 2010
Angela Lano racconta la vergogna di Israele
La nostra Angela è tornata! Allo sbarco di Malpensa ha dovuto subire l'assalto dei numerosissimi giornalisti. Stanchezza, rabbia, dolore, angoscia non hanno bloccato la grande giornalista, bensì l'hanno rafforzata.
Il momento più terribile è stato l'assalto: "Erano decine e decine di mostri che, dai canotti, salivano a frotte sulla nave. Sparavano, urlavano, si sono lanciati contro tutti noi. Abbiamo cercato di proteggere il capitano, ma i loro taser ci hanno bloccato. Avevano i volti coperti, le teste protette dai caschi e con questi colpivano le fronti di chi si avvicinava loro. A bordo abbiamo avuto molti feriti. I cameraman sono stati aggrediti durante le riprese. In quel momento hanno sequestrato tutte le telecamere e le macchine fotografiche. Vedevano sulla Marmara un immenso fumo, sentivamo le urla e quegli spari terrificanti, incessanti, mentre gli elicotteri squarciavano i cieli" Angela ha voglia di parlare, si concede a tutti. Ciò che prova è il bisogno di denunciare, lei è semplicemente giornalista dentro.
Non ha padroni, né veline passate sotto banco. Prosegue: "dopo questo inferno ci hanno lasciato sotto il sole per 8 ore, tutti prigionieri sul ponte, per portarci ad Ashdod. Uno per uno ci hanno fatto sbarcare trattandoci come terroristi, come i peggiori delinquenti. Accompagnati in una tenda hanno ordinato di spogliarci, poi ci hanno rubato tutto: carte di credito, denaro, cellulari, il mio tesserino di giornalista, la patente. Subito dopo avremmo dovuto firmare una dichiarazione con la quale ci assumevamo la colpa d'aver infranto le loro leggi. A quel punto, tutti noi abbiamo loro urlato con quanto fiato avevamo che loro erano i delinquenti, che loro ci avevano attaccato in acque internazionali, che loro erano bugiardi. La risposta è stata che ci avrebbero imprigionato. Che lo facessero dunque!".
Non prende fiato Angela, a ogni domanda risponde con precisione, non un attimo di esitazione: "Ci hanno trasportato nel carcere israeliano di Beer Sheva, in pieno deserto Negev, luogo ben noto ai prigionieri politici. Alle nostre richieste di telefonare a casa o all'ambasciata, ci hanno risposto che le loro linee erano fuori uso. C'era un solo telefono, ma dovevamo pagare (!) Crudeltà efferata. E' stato questo il dolore più profondo: le nostre famiglie non sapevano se eravamo vivi morti... Per il resto solo rabbia, tanta. Non sono mai stata picchiata, ma i miei connazionali maschi si. Non ero sola in cella, come qualcuno ha scritto, io, cristiana, ero insieme a due donne splendide, una musulmana e un'ebrea americana, unite da un solo obiettivo: il campo di concentramento di Gaza deve finire. Dalle donne, passeggere sulla Marmara, ho potuto capire la disumana mattanza avvenuta sulla nave turca. Hanno visto uomini con buchi in fronte e trivellati di colpi, hanno riferito -e vi prego di indagare su questo- uomini ammanettati gettati in mare. La violenza israeliana non ha risparmiato donne, anziani e bambini. Non c'erano armi a bordo! Conosco chi ha caricato quella nave (l'uomo era accanto a lei ndr). C'erano circa 100 case prefabbricate, depuratori d'acqua, mattoni, utensili da carpenteria, tende per gli sfollati." Ad Angela preme sottolineare: "di quei mostri incappucciati, ho poi avuto modo di vedere i loro volti. Erano tutti poco più che ventenni, è sconvolgente. Mi sono rivolta a loro chiedendo perché questa disumanità, perché questo calpestare i più naturali diritti umani? Sembrano tutti ipnotizzati, hanno subito un pesante lavaggio del cervello, solo così si può spiegare. Perché non si ribellano, come invece tantissimi loro coetanei ebrei, persone straordinarie che sfidano il carcere per protestare fermamente contro quel governo?"
A chi le chiede come ha reagito sentendo che l'Italia ha votato contro l'inchiesta internazionale, Angela stringe i denti. E' un gesto sconsiderato, è umiliazione di fronte al mondo intero che si sta attivando, questa volta seriamente, contro gli atti criminali perpetrati da Israele, in spregio a tutte le convenzioni, le risoluzioni, i patti, la carta dei diritti umani planetari. Il mondo ora non è più disposto a soprassedere su questa vergogna. "Sono sconfortata -prosegue- per non dire peggio". Ringrazia inoltre la cortesia della Turchia che si è prodigata straordinariamente per mettere a loro disposizione tre aerei dotati di tutti i confort. Sorride pensando che è stata la prima volta che viaggiava in prima classe, servita e riverita come una regina. A Tel Aviv hanno dovuto attendere 12 ore a bordo, per subire l'ultima vessazione israeliana che imbarcava i prigionieri uno a uno con tempi lunghissimi. Per dieci anni il poliziotto le ha detto che non potrà più mettere piede in Israele. Gli ha riso in faccia. Presto tornerà in Palestina, ma passando da qualunque altra parte. Quella terra, ora, le può ricordare solo il male.
Ci saluta sorridente, sventolando la sua sportina del supermercato: l'unica borsetta che per ora possiede. Invita caldamente a non considerarla eroe che non le calza proprio. Ha solo fatto il suo mestiere e oggi, più che mai, è convinta d'averlo fatto nell'unico modo possibile. Concordiamo.
di Nadia Redoglia da Nuovasocietà
Il momento più terribile è stato l'assalto: "Erano decine e decine di mostri che, dai canotti, salivano a frotte sulla nave. Sparavano, urlavano, si sono lanciati contro tutti noi. Abbiamo cercato di proteggere il capitano, ma i loro taser ci hanno bloccato. Avevano i volti coperti, le teste protette dai caschi e con questi colpivano le fronti di chi si avvicinava loro. A bordo abbiamo avuto molti feriti. I cameraman sono stati aggrediti durante le riprese. In quel momento hanno sequestrato tutte le telecamere e le macchine fotografiche. Vedevano sulla Marmara un immenso fumo, sentivamo le urla e quegli spari terrificanti, incessanti, mentre gli elicotteri squarciavano i cieli" Angela ha voglia di parlare, si concede a tutti. Ciò che prova è il bisogno di denunciare, lei è semplicemente giornalista dentro.
Non ha padroni, né veline passate sotto banco. Prosegue: "dopo questo inferno ci hanno lasciato sotto il sole per 8 ore, tutti prigionieri sul ponte, per portarci ad Ashdod. Uno per uno ci hanno fatto sbarcare trattandoci come terroristi, come i peggiori delinquenti. Accompagnati in una tenda hanno ordinato di spogliarci, poi ci hanno rubato tutto: carte di credito, denaro, cellulari, il mio tesserino di giornalista, la patente. Subito dopo avremmo dovuto firmare una dichiarazione con la quale ci assumevamo la colpa d'aver infranto le loro leggi. A quel punto, tutti noi abbiamo loro urlato con quanto fiato avevamo che loro erano i delinquenti, che loro ci avevano attaccato in acque internazionali, che loro erano bugiardi. La risposta è stata che ci avrebbero imprigionato. Che lo facessero dunque!".
Non prende fiato Angela, a ogni domanda risponde con precisione, non un attimo di esitazione: "Ci hanno trasportato nel carcere israeliano di Beer Sheva, in pieno deserto Negev, luogo ben noto ai prigionieri politici. Alle nostre richieste di telefonare a casa o all'ambasciata, ci hanno risposto che le loro linee erano fuori uso. C'era un solo telefono, ma dovevamo pagare (!) Crudeltà efferata. E' stato questo il dolore più profondo: le nostre famiglie non sapevano se eravamo vivi morti... Per il resto solo rabbia, tanta. Non sono mai stata picchiata, ma i miei connazionali maschi si. Non ero sola in cella, come qualcuno ha scritto, io, cristiana, ero insieme a due donne splendide, una musulmana e un'ebrea americana, unite da un solo obiettivo: il campo di concentramento di Gaza deve finire. Dalle donne, passeggere sulla Marmara, ho potuto capire la disumana mattanza avvenuta sulla nave turca. Hanno visto uomini con buchi in fronte e trivellati di colpi, hanno riferito -e vi prego di indagare su questo- uomini ammanettati gettati in mare. La violenza israeliana non ha risparmiato donne, anziani e bambini. Non c'erano armi a bordo! Conosco chi ha caricato quella nave (l'uomo era accanto a lei ndr). C'erano circa 100 case prefabbricate, depuratori d'acqua, mattoni, utensili da carpenteria, tende per gli sfollati." Ad Angela preme sottolineare: "di quei mostri incappucciati, ho poi avuto modo di vedere i loro volti. Erano tutti poco più che ventenni, è sconvolgente. Mi sono rivolta a loro chiedendo perché questa disumanità, perché questo calpestare i più naturali diritti umani? Sembrano tutti ipnotizzati, hanno subito un pesante lavaggio del cervello, solo così si può spiegare. Perché non si ribellano, come invece tantissimi loro coetanei ebrei, persone straordinarie che sfidano il carcere per protestare fermamente contro quel governo?"
A chi le chiede come ha reagito sentendo che l'Italia ha votato contro l'inchiesta internazionale, Angela stringe i denti. E' un gesto sconsiderato, è umiliazione di fronte al mondo intero che si sta attivando, questa volta seriamente, contro gli atti criminali perpetrati da Israele, in spregio a tutte le convenzioni, le risoluzioni, i patti, la carta dei diritti umani planetari. Il mondo ora non è più disposto a soprassedere su questa vergogna. "Sono sconfortata -prosegue- per non dire peggio". Ringrazia inoltre la cortesia della Turchia che si è prodigata straordinariamente per mettere a loro disposizione tre aerei dotati di tutti i confort. Sorride pensando che è stata la prima volta che viaggiava in prima classe, servita e riverita come una regina. A Tel Aviv hanno dovuto attendere 12 ore a bordo, per subire l'ultima vessazione israeliana che imbarcava i prigionieri uno a uno con tempi lunghissimi. Per dieci anni il poliziotto le ha detto che non potrà più mettere piede in Israele. Gli ha riso in faccia. Presto tornerà in Palestina, ma passando da qualunque altra parte. Quella terra, ora, le può ricordare solo il male.
Ci saluta sorridente, sventolando la sua sportina del supermercato: l'unica borsetta che per ora possiede. Invita caldamente a non considerarla eroe che non le calza proprio. Ha solo fatto il suo mestiere e oggi, più che mai, è convinta d'averlo fatto nell'unico modo possibile. Concordiamo.
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mercoledì 19 maggio 2010
I cubani che scoprirono il terrorismo Usa
articolo di Gianni Minà, apparso domenica 16 maggio su Il fatto quotidianoCaro Direttore,
questa volta ti chiedo spazio per raccontare una storia emblematica che spiega quanto sia crudele l'embargo Usa nella vita di Cuba.
Alla metà degli anni ’90 le attività terroristiche dei gruppi che dalla Florida e dal New Jersey organizzavano attentati e provocazioni lungo le coste di Cuba, con la complicità della famigerata Fondazione cubano-americana di Miami, erano diventate così numerose e pericolose che il governo de l’Avana fu costretto a prendere due decisioni fondamentali.
La prima fu quella di infiltrare, nelle maglie della società nordamericana, cinque agenti dell’intelligence che, rinunciando per un lungo lasso di tempo alla loro vita personale e rompendo ufficialmente con le loro famiglie e il loro paese, cercassero di scoprire dove nasceva l’eversione per poterla neutralizzare.
La seconda decisione impegnò invece in prima persona Fidel Castro che chiese al premio Nobel della letteratura Gabriel García Márquez se poteva essere latore di un messaggio informale a Bill Clinton.
L’allora presidente degli Stati Uniti aveva, infatti, più volte dichiarato di essere un lettore fedele delle opere del grande scrittore colombiano, tanto da tenere i suoi romanzi sul comodino e di non addormentarsi senza leggerne una pagina.
A queste dichiarazioni erano seguiti diversi inviti a Márquez, che aveva trascorso perfino un week end ospite dei Clinton, con il collega messicano Carlos Fuentes, all’isola Martha’s Vineyard.
Márquez in quegli incontri aveva spiegato Cuba al Presidente e aveva espresso le aspettative che i popoli a sud del Texas nutrivano, dopo gli anni crudeli dell’Operación Cóndor, l’annientamento delle opposizioni latinoamericane benedetto da Nixon e Kissinger, e dopo la stagione del “reaganismo”.
Ma Clinton, che (come il premier spagnolo Aznar) aveva avuto un consistente contributo elettorale proprio dalla Fondazione cubana-americana, non aveva potuto mantenere le sue promesse di un cambio di rapporto con l’isola della Revolución e nemmeno di una reale apertura nelle politiche con l’America latina.
Così non per caso, quella volta, nella primavera del ‘98, il Gabo, alla fine dei suoi seminari all’Università di Princeton, non riuscì' a incontrare, come al solito, il suo amico Presidente e dovette accontentarsi di consegnare il delicato messaggio di Fidel Castro allo staff della Casa Bianca.
Nel frattempo, Gerardo Hernandez, René Gonzales, Fernando Gonzales, Antonio Guerrero e Ramon Labañino, i cinque agenti dell’intelligence cubana, avevano portato a termine la loro pericolosa missione. Le risultanze della loro ricerca erano apparse subito così delicate anche per la plateale connivenza di alcuni organi federali Usa, che il governo cubano si era visto costretto, attraverso la diplomazia sotterranea che non ha mai cessato di funzionare fra i due Paesi, a chiedere un incontro fra le parti. Una delegazione dell’Fbi volò all’Avana per ricevere una copia dei dossier raccolti. Ma dopo che questa documentazione fu esaminata, il governo di Washington, invece di catturare Luis Posada Carriles, Orlando Bosch, Santiago Alvares, Rodolfo Frometa o i Fratelli del Riscatto (Brothers to the Rescue) di José Basulto, veri Bin Laden latinoamericani, decise l’arresto dei cinque cubani che avevano individuato le centrali terroristiche attive in Florida.
La loro odissea era appena cominciata. Dovettero aspettare 33 mesi, 17 dei quali in isolamento e 4 settimane nell’hueco (il buco, una cella di 2 metri x 2 dove la luce è sempre accesa) prima di essere rinviati a giudizio per spionaggio. Il loro ritorno in una cella normale fu possibile solo grazie a una campagna internazionale alla quale parteciparono un centinaio di deputati laburisti inglesi e Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana, anch’essa Nobel per la Letteratura.
Non mosse un dito invece Freedom House, uno degli organismi sovvenzionati dal NED, l'agenzia di propaganda della Cia, che ha la presunzione, ogni anno, di dare le pagelle sulla democrazia e la libertà di informazione nei vari paesi. Tacquero anche i Reporters sans frontières, sempre latitanti nelle battaglie per le violazioni dei diritti umani commessi dagli Usa.
Il processo fu una vera farsa con esplicite minacce e aggressioni ad alcuni giurati e condanne inaudite a vari ergastoli per i Cinque.
L’avvocato Leonard Weinglass, difensore di Antonio Guerrero e vecchio combattente per i diritti civili (è stato il difensore di Mumia, di Angela Davis, dei cinque di Chicago) affermò che erano stati violati il 5° e il 6° emendamento della Costituzione del Paese.
Non era una esagerazione. Nell’agosto del 2005, infatti, tre giudici della Corte d’Appello federale di Atlanta che ha giurisdizione sulla Florida (e che potevano intervenire solo se avessero accertato, come è avvenuto, errori legali e di diritto commessi nel primo giudizio) revocarono la sentenza espressa dal Tribunale di Miami nella primavera del 2003, chiedendo un nuovo dibattimento in una città diversa e meno condizionata dall’odio. Sottolinearono, infatti, che non c’era stata diffusione di informazioni militari segrete e che non era stata messa in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti.
I cinque cubani, in attesa di un nuovo giudizio, non furono però liberati. Un anno dopo, ancora la Corte d’Appello di Atlanta, allargata a nove membri per le pressioni del ministro della Giustizia Alberto Gonzales, grande propugnatore del “diritto a praticare la tortura” delle forze armate Usa, revocò a sua volta la decisione presa dai giudici Stanley Birch, Phyllis Kravitch e James Oakes che, dodici mesi prima, “nell’interesse dell’etica e della giustizia” avevano dichiarato nulla la condanna per spionaggio emessa contro i Cinque a Miami.
Di fatto, il caso fu congelato e spedito alla Corte Suprema con un’istanza per la revisione del processo accompagnata da interventi di “amici della Corte” (amicus curiae brief), firmati da dieci premi Nobel e dalla ex commissaria per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Ma tutto questo non è servito a nulla. Il 5 giugno 2009 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha infatti annunciato, senza motivazioni, la sua decisione di non riesaminare il caso dei Cinque.
L’avvocato Weinglass ha denunciato ancora una volta la latitanza, fin dall’inizio, dei mezzi di informazione in un caso che pure toccava importanti questioni di politica estera e di terrorismo internazionale.
Non a caso, il 3 marzo 2004, il più prestigioso intellettuale degli Stati Uniti Noam Chomsky, l’ex ministro della Giustizia Ramsey Clark, il vescovo protestante di Detroit Thomas Gumbleton, il Nobel della Pace Rigoberta Menchú ed altre personalità, avevano dovuto comprare, per sessanta mila dollari, una pagina pubblicitaria del New York Times, per far conoscere finalmente questa storia nascosta fin dall'inizio all'opinione pubblica.
Nella pagina ci si chiedeva: “E’ possibile essere imprigionati negli Stati Uniti per aver lottato contro il terrorismo?”. E la risposta sotto era: “Si, se combatti il terrorismo di Miami”.
Negli ultimi sei anni non è cambiato nulla. Ma Obama ha vinto in Florida, e persino a Miami, senza l’aiuto, come fu per Bush jr., della Corte Suprema e senza l’appoggio dei gruppi della destra eversiva della Florida.
Sarebbe semplice per lui dimostrare che la politica estera del suo governo non è condizionata dai terroristi legati alla Fondazione cubano–americana di Miami, autori, in questi anni, di 681 attentati , che hanno assassinato 3478 persone, e ferito altre 2000.
Per ora, Obama, ha incontrato solo i “duri” di Miami. Sarebbe utopistico sperare in un cambio di politica?
Gianni Minà, da Latinoamerica
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venerdì 7 maggio 2010
Alessandria. Taekwondo e arte di vivere
per una polisportiva antirazzista
Domenica 2 maggio 2010. Palestra del Laboratorio Sociale. Esibizione del corso di Taekwondo. Dagli spalti vediamo il cuore pulsante della Polisportiva Antirazzista Uppercut. È un cuore meticcio, solidale, degno come le atlete e gli atleti che si stanno esibendo davanti a uno dei pubblici più eterogenei e nutriti che ricordiamo. Un cuore che ci rappresenta così tanto da lasciarci quasi a bocca aperta. Più di un anno fa, quando le attività dell’Uppercut si sono spostate al Laboratorio Sociale, avevamo semplicemente la speranza di costruire quello che invece oggi si materializza ai nostri occhi.Questo è l’ultimo evento sportivo “casalingo” della stagione. Gli atleti sono più di venti, tra bambini e adulti. Disposti su più file stanno mostrando le forme, le tecniche principali e le acrobazie di un’arte affascinante che, come spiega il Maestro Naceur Atia, è una vera e propria filosofia centrata sull’etica della pace (simboleggiata dal colore bianco del dobok, la divisa) e della giustizia, in un insieme di forza spirituale, di autocontrollo, di rispetto per sé e per gli altri. Come molte delle arti orientali, anche il Taekwondo è un modo di vivere più che una disciplina sportiva pura e semplice. Un modo di vivere che, con le dovute proporzioni, non si discosta poi così tanto dal nostro. Lo sport in quanto tale è ciò che ci permette di costruire una modalità nuova di vivere tra tanti e diversi, nella valorizzazione delle differenze e nel reciproco rispetto. Trascende la semplice cura del corpo e alimenta lo spirito nella ricostruzione del senso più umano e fraterno dell’esistenza, così distante dalle logiche utilitaristiche della società di oggi. È la ricerca di nuove pratiche di condivisione, orientate alla pacifica convivenza dei popoli e tese al raggiungimento di un’eguaglianza universale tra tutti gli esseri umani. È uno strumento di socializzazione che, supportato da una filosofia comune e condivisa, non esclude nessuno e dà ad ognuno la possibilità di misurarsi con sé e con il mondo in maniera costruttiva.
E quindi eccolo il cuore dell’Uppercut: bambini e adulti, atleti e famiglie di ogni provenienza e con alle spalle le storie più diverse che si esibiscono, simulano combattimenti o semplicemente osservano e filmano lo spettacolo da qui, dagli spalti su cui sediamo anche noi che alla polisportiva abbiamo dato formalmente vita. Negli sguardi di ciascuno si esplicita in tutta la sua potenza il senso di appartenenza ad una comunità allargata, che è sì quella sportiva ma è anche quella delle piccole emozioni quotidiane che ci legano e ci fanno crescere giorno dopo giorno. Jospeh, Elion, Lucrezia, Ivo, Lorenzo, Luca, Mohamed, Soufiane, Angelica sono solo alcuni dei nomi dei piccoli e grandi atleti che ci incantano, ci fanno sorridere e ci ripagano di ogni sforzo fatto fino ad ora. Sono arrivati in palestra alle 14 per le prove generali e intorno alle 18, quando l’esibizione sta volgendo al termine, sono stremati ma hanno ancora voglia di raccontare e raccontarsi attraverso lo sport.
Il 22 maggio 2010 alcuni di loro gareggeranno a Losanna per la competizione internazionale degli “Open 2010” e ci rappresenteranno di fronte a circa 600 atleti di ogni parte del Mondo, tra le nostre gioia e incredulità per essere arrivati così tanto lontano con le nostre sole risorse.
Più di un anno fa, quando speravamo in qualche cosa di grande, non avevamo che la presunzione di immaginare tutto questo. Oggi sappiamo che osare la speranza non è, sempre, una follia. Nel nostro caso corrisponde ad un’unione sapiente tra forza interiore, autocontrollo, rispetto e voglia un po’ ribelle di rivendicare diritti per tutti, capace di generare spazi fisici e mentali liberi e solidali, al di là di qualsiasi barriera o confine.
Polisportiva Antirazzista Uppercut, da globalproject
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martedì 4 maggio 2010
Stefano Cucchi: falsità ed omissioni per nascondere il pestaggio
Sarebbe bastato un semplice cucchiaino di zucchero sciolto in un bicchiere di acqua a salvare la vita di Stefano Cucchi. E’ quanto i pubblici ministeri Barba e Loy scrivono nell’atto di fine indagine appena depositato che contesta “le mancate cure” al giovane da parte del primario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dei quattro medici e dei tre infermieri. Le accuse sono precise: favoreggiamento e abbandono di incapace con l’aggravante di averne provocato la morte, abuso di ufficio e falso ideologico. Tredici le persone coinvolte che finiranno sotto processo tra personale medico e paramedico, secondini e un dirigente dell’amministrazione penitenziaria.Ma ripercorriamo insieme le tappe:
15 ottobre 2009, ore 23,30: Stefano Cucchi viene arrestato per possesso di modesta quantità di sostanze stupefacenti. E’ sano, la mattina era stato in palestra ad allenarsi.
16 ottobre, sotterranei del tribunale di Roma: al processo Cucchi arriva con il volto gonfio e con delle ecchimosi sotto gli occhi.
22 ottobre ore 03,00: Stefano Cucchi muore per disidratazione nel padiglione carcerario dell’ospedale Pertini di Roma; è denutrito, ha il corpo ricoperto di ematomi, fratture e altre lesioni.
La procura avvia un’indagine per omicidio preterintenzionale, la salma del giovane romano viene riesumata per ulteriori accertamenti, il 13 novembre arrivano i primi avvisi di garanzia ai tre agenti della polizia penitenziaria e ai tre medici del Pertini.
Il DAP, dipartimento di amministrazione penitenziaria, dispone un’inchiesta interna e assolve gli agenti; i medici vengono rimossi dalla Asl ma, in seguito alle proteste dei colleghi e dell’ordine dei medici, vengono reintegrati.
Oggi cade l’accusa di omicidio, la posizione degli agenti della penitenziaria si attenua, è vero, ma quella dei medici fa venire la pelle d’oca, rischiano otto anni di carcere.
Hanno abbandonato Stefano, hanno aggiustato la cartella clinica, hanno “orientato” la destinazione in un reparto, quello carcerario, non adatto alle condizioni del paziente e infine hanno mentito sulle “buone condizioni di salute”. Scrivono i pm:“ intenzionalmente gli procuravano un danno ingiusto di rilevante gravità nel ricoverarlo in un centro inidoneo”.
Ma ancora una volta non si riesce a dare una risposta alla domanda: come un ragazzo arrestato in buone condizioni di salute si è ritrovato morto in un letto d’ospedale dopo soli sei giorni? I medici lo avrebbero potuto salvare ma chi lo ha ridotto in quello stato?
E’ quanto si cercherà di capire nel dibattimento. Negli atti depositati qualche altro frammento di verità viene fuori: si riconosce, intanto, che all’origine del decesso c’è stata un’aggressione e forse più d’una; c’è l’ipotesi che “in concorso tra loro alcuni agenti, abusando della loro autorità, spingendo e colpendo con calci Stefano Cucchi, lo facevano cadere in terra causandogli politraumatismo, lesioni e fratture alla IV vertebra sacrale” e perchè si sarebbero così accaniti contro il detenuto? “per farlo desistere dalla richiesta di farmaci e dalle continue lamentele”.
Gli agenti non sopportavano i lamenti di dolore del geometra romano, non volevano sentirlo, dava loro fastidio dunque bisognava punirlo.
La famiglia di Stefano Cucchi non si arrende, la sorella Ilaria parla di ricostruzione “allucinante” di quei momenti. “Ora so che mio fratello è stato ucciso -ha detto- questa cosa è stata chiarita, Stefano è stato letteralmente abbandonato dai medici che si sarebbero dovuti prendere cura di lui” ha aggiunto Ilaria. La sorella e tutta la famiglia di Stefano ora sperano che nei prossimi giorni si faccia chiarezza e si scopra la verità sulle prime ore dopo l’arresto del ragazzo, partendo dal pestaggio potrebbe nuovamente cambiare la posizione degli agenti della penitenziaria che lo tennero in custodia.
Ma bisognerà attendere il processo per avere una risposta alle centinaia di domande che tutti noi ci siamo posti in questi interminabili 200 giorni. Appare chiaro però l’impulso sadico che ha invaso corpo e mente di questi 13 uomini, una violenza gratuita, una cattiveria difficilmente raccontabile forse dettata dalla paura di essere scoperti e additati come torturatori che prima ha fatto marcire, nelle celle di sicurezza del tribunale, un giovane romano arrestato per 20 grammi di hashish e due di cocaina e poi lo ha lasciato morire sapendo che si sarebbe potuto salvare con un semplice bicchiere di acqua e zucchero.
di Roberta Serdoz, da Articolo21, 2 maggio 2010
venerdì 26 marzo 2010
Pazzi per il cinema
Attraversano l’Abruzzo con un pullman per portare film e vita agli isolati delle new town. Loro, che sono MattiL'AQUILA - Il brusio si sente anche dall’esterno, la stanza è una scatola sottile. Un container anonimo, come se ne vedono tanti dopo una catastrofe. Isolato, a lato dei padiglioni che un tempo ospitavano il manicomio di Collemaggio a L’Aquila. Rispetto ai muri crepati delle vecchie strutture, questo parallelepipedo bianco dà una certa sicurezza.
Ogni giorno si ritrovano qui una ventina di ragazzi del Centro di salute mentale. “Una beffa del destino tornare nel luogo che avevamo abbandonato più di dieci anni fa, al termine di una lunga lotta. È una collocazione di sofferenza, ma l’abbiamo accettata, dopo sette mesi passati in tendopoli”. Alessandro Sirolli, direttore del Centro, ha modi gentili e barba incolta. È uno psicologo di frontiera: allievo di Franco Basaglia, è stato impegnato fin dagli anni ’70 nel processo di smantellamento dei manicomi, in particolare quello di Collemaggio, chiuso nel 1996.
Ripartire dopo il terremoto non è stato semplice, ma Sirolli l’ha voluto fare proprio con i suoi matti e con un’iniziativa particolare. Dal 20 febbraio, infatti, gira con loro per le new town abruzzesi a bordo del Cinebus. “È un autobus trasformato in cinema -spiega lo psicologo-, per portare film e dibattiti nei nuovi quartieri, dove mancano spazi di socialità e la gente è sempre più isolata”.
L’Ama, l’azienda dei trasporti aquilana, ha concesso un pullman. La onlus romana “Chiara e Francesco” e l’associazione “180 amici” si sono fatte carico dell’impianto di proiezione e dei costi per due operatori. La prima tappa è stata la piazza del Duomo, nel centro de L’Aquila. Il Cinebus ha poi toccato le frazioni di Roio, Paganica e Colle Brincioni.
Il tour andrà avanti per tutta la primavera. Nei fine settimana il pullman raggiunge una delle new town, la gente si accomoda sui sedili e si gode lo spettacolo. Finora sono stati proiettati la fiction su Basaglia “C’era una volta la città dei matti”, “Si può fare”, del regista Claudio Manfredonia con la partecipazione di Claudio Bisio, e “Tutta la vita davanti”, di Paolo Virzì.
“È un ottimo modo per coinvolgere i matti, che mi accompagnano nelle diverse tappe del viaggio. Alla fine di ogni pellicola i cittadini e le persone che frequentano il Centro discutono di quello che hanno visto ma anche delle condizioni in cui stiamo vivendo oggi”.
Il contatto con la cittadinanza è linfa vitale per Sirolli e la sua attività. “Già prima del terremoto, avevamo pensato a una serie di iniziative da realizzare nella nostra sede appena ristrutturata, in via San Marciano, un palazzo settecentesco ora inagibile: un milione e 300mila euro di danni causati dal sisma”. L’idea era quella di presentare testi di scrittori abruzzesi. La scossa, però, ha sconvolto tutto. “Dopo il 6 aprile, la nostra terra si è riempita di giornalisti ed è arrivata una valanga di libri sul terremoto”, racconta Sirolli. I libri sono stati il primo veicolo per intraprendere quelli che lo psicologo chiama “laboratori di cittadinanza”.
I ragazzi di Sirolli hanno vissuto nelle tende, in mezzo agli altri. “Abbiamo scelto di stare nella tendopoli, quella del campo Globo, che si è trasformata nella sede provvisoria del Centro e in casa per decine di ragazzi che avevano perso la propria. Non senza resistenza della Protezione civile che ci voleva isolare su una collina. La tenda è uno spazio di socialità e contaminazione, proprio quello che cercavamo quando nel 1996 siamo usciti dal manicomio per permettere a queste persone di vivere in appartamenti in città”.
Il giorno dopo il terremoto era arrivata anche una proposta. Inaccettabile. “Tranquilli, ve li prendiamo noi i matti”. Erano i responsabili di Villa Pini, la casa di cura di Chieti di proprietà della famiglia Angelini, oggi al centro di un’inchiesta giudiziaria per truffa.
Sirolli ha voluto difendere i propri matti, scegliendo una soluzione precaria come quella della tendopoli. “C’era chi si lamentava perché il matto faceva la pipì fuori dalla tenda -ricorda-, poi magari si scopriva che era stato un vecchietto che non ce la faceva ad arrivare ai bagni. Ma soprattutto abbiamo ricevuto espressioni di vicinanza”. Il 2 novembre, quando il Centro è stato trasferito nel container e i ragazzi sono tornati a vivere nelle proprie case o nella new town, molti hanno pianto. “E ancora oggi se ci incontrano per strada ci chiedono come stanno Luigi, Danilo e gli altri”.
Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
Da Terre di mezzo di marzo
giovedì 18 febbraio 2010
"Milleproroghe" all'amianto
Una questione di giustizia ed eguaglianza di fronte alla legge. Una questione capace di creare allarmismi, ma anche di privare realmente i cittadini di un diritto che era stato loro riconosciuto dopo una lunga lotta. L’approvazione in Senato del cosiddetto decreto legge “Milleproroghe”, avvenuta giovedì scorso con l’ennesimo voto di fiducia dell’era Berlusconi, ha acceso gli animi tra coloro che da anni si battono a favore delle vittime dell’amianto. All’interno del documento è infatti presente un emendamento, a firma del senatore Antonio Battaglia del Pdl, che cancella gli effetti di un’importante sentenza emessa lo scorso anno dal Tar del Lazio. Una sentenza che annullava quella parte del Decreto Ministeriale del marzo 2008 che limitava i benefici contributivi per gli esposti all’amianto ai lavoratori di 15 siti oggetto di atto di indirizzo del Ministro del Lavoro, tra cui la Michelin a Torino, la Lucchini a Piombino e l’Ilva a Taranto, a fronte di oltre 500 siti a rischio in tutta Italia. L’atto di indirizzo è una certificazione del ministero attraverso cui ai lavoratori viene riconosciuto il beneficio amianto senza la necessità di dimostrare l’esposizione qualificata. L’emendamento Battaglia ha fatto gridare molti allo scandalo e su di esso sono intervenuti sia il presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso che la senatrice del Pd Magda Negri, la quale si è rivolta al candidato della destra alla Regione Piemonte, Roberto Cota, chiedendo: "Cosa intende fare l’onorevole Cota per i tanti piemontesi che si trovano in questa situazione a Torino, a Casale e in altre parti del Piemonte e per tutelare i cittadini i cui diritti sono limitati da questa iniziativa del Governo?". L’avvocato romano Ezio Bonanni, da anni segue le vertenze legate all’amianto ed è stato uno dei paladini del ricorso al Tar del Lazio: "Non bisogna creare falsi allarmi. Non sono a rischio né i processi già in corso come l’Eternit ne altri di dimensioni più ridotte, né i risarcimenti già elargiti. Ma la questione rimane grave perché riguarda l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e il tentativo di far passare come valido un principio già riconosciuto illegittimo dal Tar". Il decreto “Milleproroghe” deve essere approvato ora in via definitiva dalla Camera e si spera che l’emendamento venga cancellato ma le associazioni di esposti all’amianto e l’Osservatorio Nazionale sull’Amianto sono pronti ad azioni forti. "Chiederemo che il Capo dello Stato affinché non firmi quel decreto – continua Bonanni – integreremo il ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo e alla Commissione Europea, e non escludiamo la possibilità di citare per danni il governo e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi davanti al Tribunale civile di Roma".
Ilaria Leccardi da Terra Comune
Ilaria Leccardi da Terra Comune
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domenica 31 gennaio 2010
Si alza il grido dell'Alessandria meticcia e antirazzista. Verso il 1° marzo
E' bastato un richiamo, porre l'attenzione su una malattia della società, l'intolleranza, la diseguaglianza, l'insofferenza verso chi viene considerato diverso, fosse per il colore della pelle, per la lingua o la religione. E' bastato lanciare un messaggio: "Facciamo qualcosa". E la gente è accorsa. Nel pomeriggio di ieri, sabato 30 gennaio, come una settimana prima, una grande assemblea di quasi cento persone han affollato le sale del Laboratorio Sociale Ex Caserma VVFF di Alessandria. Un'assemblea vivace, tappa dell'avvicinamento alla giornata del 1° marzo 2010, "Un giorno senza di noi", ventiquattro ore senza stranieri, in tutta Italia, anche ad Alessandria, per rendere visibile, tramite l'assenza dal lavoro, dalla scuola, dai supermercati e dalla vita commerciale e lavorativa in generale, quella che è la vera ricchezza dell'Italia di oggi.
E' così che Alessandria pone le basi per un'ampia partecipazione a questa iniziativa. Un avvicinamento che vedrà come momento fondamentale la giornata del 13 febbraio, quando il Laboratorio Sociale Ex Caserma VVFF, di via Piave 65, aprirà le porta alla città e a tutte le associazioni che vorranno presentarsi e parlare di sé. Raccontare una storia a volte può essere banale, ma ti permettere di esistere. Ed è anche per questo che nelle due assemblee finora svolte la partecipazione più grande è stata proprio quella di ragazzi provenienti da Paesi stranieri. C'erano l'Associazione Senegalesi di Felizzano, i Migrantes Ecuatorianos, StudentAlb (Associazione degli studenti Albanesi), e ancora tante altre associazioni e persone venute singolarmente per dare il proprio contributo di proposte e appoggio alla manifestazione.
Il 13 febbraio sarà una giornata ricca di appuntamenti. A partire dalle 15, quando nella palestra al primo piano della struttura di via Piave ogni associazione avrà la possibilità di presentarsi e di raccontare i progetti che sta portando avanti ad Alessandria e provincia. Quindi alle 17, dopo la proiezione di un video sui fatti di Rosarno, si terrà il dibattito pubblico "Verso il 1° marzo" alla presenza di Adama Mbodj, segretario della Fiom-Cgil di Biella, Stefania Ragusa, del Comitato 1° marzo, e Don Andrea Gallo. Il tutto si concluderà alle 21 con il concerto dell'Orchestra Multietnica Furastè (ingresso libero).
Uno dei ragazzi della Associazione senegalesi di Felizzano ieri raccontava: "Io non conoscevo il colore della mia pelle prima di venire in Italia. L'ho scoperto quando sono arrivato qui. Mi hanno detto: "Sei nero!". E io allora me ne sono reso conto. Perché qui davvero ti fanno sentire diverso". E allora noi vorremmo dimenticarcene, vorremmo riuscire a far sì che negli occhi della gente non ci siano colori, razze e diversità, ma solo esseri umani.
Queste le associazioni che aderiscono alle giornate del 13 febbraio e del 1° marzo:
Associazione Migranti Senza Frontiere - Associazione Laksiba - Associazione Senegalesi di Felizzano (ASEF) - Associazione di Volontariato Diaspora - Migrantes Ecuatorianos - Associazione San Benedetto al Porto - StudentAlb (ass. degli studenti Albanesi) - Polisportiva Antirazzista Uppercut - Associazione Verso il Kurdistan - Onda Studentesca - Centro Sociale Crocevia - Rete Sociale per la Casa - Uomini e donne migranti e antirazzisti
E' così che Alessandria pone le basi per un'ampia partecipazione a questa iniziativa. Un avvicinamento che vedrà come momento fondamentale la giornata del 13 febbraio, quando il Laboratorio Sociale Ex Caserma VVFF, di via Piave 65, aprirà le porta alla città e a tutte le associazioni che vorranno presentarsi e parlare di sé. Raccontare una storia a volte può essere banale, ma ti permettere di esistere. Ed è anche per questo che nelle due assemblee finora svolte la partecipazione più grande è stata proprio quella di ragazzi provenienti da Paesi stranieri. C'erano l'Associazione Senegalesi di Felizzano, i Migrantes Ecuatorianos, StudentAlb (Associazione degli studenti Albanesi), e ancora tante altre associazioni e persone venute singolarmente per dare il proprio contributo di proposte e appoggio alla manifestazione.
Il 13 febbraio sarà una giornata ricca di appuntamenti. A partire dalle 15, quando nella palestra al primo piano della struttura di via Piave ogni associazione avrà la possibilità di presentarsi e di raccontare i progetti che sta portando avanti ad Alessandria e provincia. Quindi alle 17, dopo la proiezione di un video sui fatti di Rosarno, si terrà il dibattito pubblico "Verso il 1° marzo" alla presenza di Adama Mbodj, segretario della Fiom-Cgil di Biella, Stefania Ragusa, del Comitato 1° marzo, e Don Andrea Gallo. Il tutto si concluderà alle 21 con il concerto dell'Orchestra Multietnica Furastè (ingresso libero).
Uno dei ragazzi della Associazione senegalesi di Felizzano ieri raccontava: "Io non conoscevo il colore della mia pelle prima di venire in Italia. L'ho scoperto quando sono arrivato qui. Mi hanno detto: "Sei nero!". E io allora me ne sono reso conto. Perché qui davvero ti fanno sentire diverso". E allora noi vorremmo dimenticarcene, vorremmo riuscire a far sì che negli occhi della gente non ci siano colori, razze e diversità, ma solo esseri umani.
Queste le associazioni che aderiscono alle giornate del 13 febbraio e del 1° marzo:
Associazione Migranti Senza Frontiere - Associazione Laksiba - Associazione Senegalesi di Felizzano (ASEF) - Associazione di Volontariato Diaspora - Migrantes Ecuatorianos - Associazione San Benedetto al Porto - StudentAlb (ass. degli studenti Albanesi) - Polisportiva Antirazzista Uppercut - Associazione Verso il Kurdistan - Onda Studentesca - Centro Sociale Crocevia - Rete Sociale per la Casa - Uomini e donne migranti e antirazzisti
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venerdì 15 gennaio 2010
Vogliono zittire la stampa indipendente
Honduras: parla Cesar Silva, il giornalista sequestrato e torturato dai golpisti
Da un punto non precisato della regione centroamericana parla il giornalista che è stato sequestrato e torturatoLo scorso 29 dicembre, César Silva, comunicatore sociale impegnato a raccontare la lotta del popolo honduregno contro il colpo di Stato, è stato sequestrato e selvaggiamente percosso e torturato da sconosciuti, che Silva assicura essere membri dell'esercito o della polizia. Secondo le varie organizzazioni dei diritti umani dell'Honduras, quanto accaduto a Silva fa parte di una strategia repressiva promossa dal governo di fatto usando il braccio armato delle forze militari del paese, per seminare il terrore tra la popolazione ed i mezzi di comunicazione che non si sono piegati alle forze golpiste.
César Silva, insieme a Edwin Renán Fajardo, il ragazzo di 22 anni assassinato lo scorso 22 dicembre, sono autori di un'infinità di audiovisivi che sono stati materiale imprescindibile per raccontare al mondo la tragedia del popolo honduregno dopo il 28 giugno e per organizzare attività formative e di coscientizzazione della Resistenza in numerosi quartieri e colonie della capitale e nel resto del paese.
Durante il suo sequestro è stato incappucciato e portato nella zona periferica di Tegucigalpa, dove è stato interrogato per tutto il giorno e la notte affinché desse informazioni su presunti depositi di armi della Resistenza nel paese. È stato selvaggiamente percosso e torturato, denudato e quasi soffocato e alla fine è stato liberato, quasi come è accaduto a Walter Tróchez, il difensore di diritti umani della comunità LGBT assassinato pochi giorni dopo il suo sequestro.
Sirel e la Lista Informativa "Nicaragua y más" si sono mobilitate verso un luogo imprecisato della regione centroamericana per riunirsi con César Silva, il quale, immediatamente dopo il suo sequestro e liberazione, ha deciso di ascoltare i consigli di amici ed amiche ed ha abbandonato il paese con la sua famiglia.
Come è avvenuto il sequestro?
Venivo dal sud del paese dove era andato per distribuire del materiale audiovisivo ad organizzazioni contadine e arrivando alla capitale sono sceso dall'autobus ed ho preso un taxi per andare a casa. Non potevo certo immaginare che avevano intercettato il mio cellulare e che stavano ascoltando le mie chiamate dove segnalavo i miei spostamenti. Quando sono arrivato nella zona dell'anello periferico, una macchina si è accostata al taxi e le persone che stavano dentro hanno estratto la pistola, intimando al taxista di fermarsi. Pensando ad una rapina ho detto loro di prendere pure la telecamera e il computer, ma la loro risposta è stata molto chiara: "Non è questa m... che c'interessa, siamo venuti a prendere te, figlio di p...". Mi hanno fatto salire sull'auto, hanno minacciato il tassista affinché si dimenticasse di quanto accaduto e sono partiti. Prima mi hanno obbligato a chinare la testa e metterla tra le mie gambe e quando non ce la facevo più, mi hanno colpito violentemente sul viso e mi hanno incappucciato. Dopo circa un'ora siamo arrivati in un casolare, credo in campagna, e mi hanno rinchiuso in una stanza completamente buia. Dopo circa due ore è iniziato l'interrogatorio.
Che cosa è successo dopo?
L'aggressività di chi m'interrogava cresceva con il passare dei minuti, benché ci fosse sempre uno dei sequestratori che fingeva di essere il buono della situazione. Mi domandavano dove fossero le armi, chi le faceva entrare nel paese, quante cellule armate comandavo e quali erano i miei contatti internazionali. Io non capivo che cosa volessero da me e ripetevo loro che ero un giornalista e che non sapevo nulla delle armi. Hanno iniziato ad innervosirsi e a colpirmi sulla faccia, nello stomaco, sulla schiena e nei testicoli. Mi hanno spogliato e bagnato con acqua, poi mi hanno buttato per terra e mi hanno messo acqua delle narici. Infine mi hanno messo una sedia sulla trachea e ci si sono seduti. Stavo asfissiando. Dai loro commenti era chiaro che sapevano perfettamente chi fossi ed hanno anche parlato del materiale audiovisivo e di Renán Fajardo. Verso le tre del mattino hanno cercato di spaventarmi ancora di più ed a voce alta hanno iniziato a pianificare il mio omicidio. Alla fine hanno però detto che mi avrebbero liberato e che avevo un angelo custode che per il momento mi aveva protetto. Mi hanno fatto salire sulla macchina, sempre incappucciato e dopo circa un'ora si sono fermati. Hanno aperto la porta e la persona che stava al mio fianco mi ha dato un calcio e mi ha buttato fuori dalla macchina. Poi sono ripartiti.
Mi sono alzato a fatica e sono corso al Cofadeh per denunciare l'accaduto.
Ti sei chiesto il perché del tuo sequestro?
Quando la repressione già non avviene durante le manifestazioni, iniziano le catture selettive. Nel mio caso, credo che il lavoro fatto con Renán durante la chiusura di Radio Globo e Cholusat Sud-Canale 36 abbia fatto piuttosto male ai golpisti, perché il nostro materiale arrivava in tutti gli angoli del paese e in un certo modo aiutava a rompere l'isolamento e la disinformazione che erano gli obiettivi del governo di fatto. Producevamo materiale audiovisivo in cui facevamo vedere ciò che stava accadendo nel paese e che, ovviamente, nessun telegiornale o radio riportava. Raccontavamo la repressione, gli omicidi, la violenza e lo distribuivamo affinché la Resistenza l'usasse per informare la gente che non poteva ascoltare o vedere i mezzi di comunicazione che erano stati chiusi dai golpisti. Alla fine abbiamo deciso di sospendere le proiezioni perché sono iniziate le perquisizioni nei quartieri e nelle colonie dove svolgevamo le attività. Molti leader della Resistenza che promuovevano queste attività sono stati assassinati.
Perché credi che abbiano deciso di non ucciderti?
Credo che non avessero ricevuto l'ordine di farlo, altrimenti non ci avrebbero pensato due volte. Ma soprattutto sono convinto che l'obiettivo fosse quello di usare il mio caso per seminare terrore tra i colleghi honduregni, che portano avanti un lavoro che arreca danni e dà fastidio ai golpisti. Il messaggio è per gli altri: se hanno potuto fare questo a me, lo possono fare in qualunque momento con qualsiasi altro giornalista. Ciò che vogliono è zittirci. Quello che comunque mi preoccupa di più è che esiste una gran quantità di colleghi che si sono venduti per alcune monete ai poteri golpisti. Hanno venduto il sangue della gente per un lavoro.
Perché hai deciso di abbandonare il paese?
Dopo il mio sequestro sapevo che in qualunque momento potevano arrivare a casa mia ed assassinarmi.Gli organismi dei diritti umani e vari amici mi hanno inoltre detto che non volevano vedere sui giornali altre foto di vittime della dittatura e mi hanno consigliato di uscire dal paese per un po' di tempo. Spero sia solo per un periodo, perché voglio tornare e continuare il mio lavoro. Non ho paura, anche se devo essere più cauto per non rendere le cose troppo facili a questi assassini. Se mi vogliono ammazzare, che almeno facciano un po' di fatica.
Testo e foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org
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venerdì 25 settembre 2009
Paz sin fronteras
Che piaccia o no, il megaconcerto di domenica 20 settembre, nella Plaza de la Revolución all'Avana, è stato un vero successo: 15 interpreti assai popolari, fra cui il nostro Jovanotti, Silvio Rodríguez, Miguel Bosé, la portoricana Olga Tañón, Víctor Manuel, gli Orishas (il gruppo cubano che lavora all'estero e che da anni non tornava a casa), Amaury Pérez, X Alfonso, il grande Juan Formell con i suoi Van Van ed altri, hanno animato le cinque ore di musica, sotto un sole implacabile, riuniti intorno all'iniziativa del colombiano Juanes che vuole fare della musica un potente strumento di pace.
Quando Juanes ha organizzato un concerto alla frontiera fra Venezuela e Colombia, una frontiera bruciante e rischiosa, e l'ha chiamato "Paz sin fronteras", gli elogi per l'iniziativa si sono sprecati. Questa volta, invece, l'idea di scegliere la Plaza de la Revolución, un luogo assai simbolico per l'America Latina, con il mural del Che in fondo, ha suscitato scandalo, rabbia, una battaglia dei mass media davvero massiccia e senza esclusione di colpi.
I dischi di Juanes sono stati fracassati nella pubblica via a Miami, dove il cantante colombiano vive e dove sua moglie, in attesa del terzo figlio, ha dovuto sostenere il peso di un ostracismo così violento. Neanche la grande popolarità dell'autore di "Camisa negra" è riuscita a sedare gli animi dell'esilio cubano a Madrid, a New York e dovunque si sia stabilita una comunità di transfughi dall'isola. I motivi di una rabbia così sfrenata appaiono evidenti: il concerto di ieri, davanti a un milione e centocinquantamila spettatori che hanno sopportato con allegria l'implacabile sole del pomeriggio, è stato un grande successo per la musica, per la gestione intelligente dei cubani e del ministro della Cultura Abel Prieto, per l'affiatamento dei musicisti provenienti da diverse parti del mondo ispanico.
L'evento è stato trasmesso in diretta dalla catena di televisione Cuatro e anche se il servizio d'ordine -come sempre a Cuba nelle grandi manifestazioni di massa- è stato severo, tutto si è svolto nel migliore dei modi.
I quindici artisti hanno cantato gratis e gli organizzatori, Juanes in testa, si sono accollati le spese per gli impianti mentre Cuba offriva alloggi e organizzazione. E proprio per risparmiare qualcosa, il concerto si è svolto di giorno, all'implacabile luce del sole che però non ha scoraggiato un pubblico enorme. Un malevolo commentatore, su El País, ha intitolato che "la montagna ha partorito un topolino", affermando che il pubblico era costituito tutto da militanti e lavoratori intruppati nei camion e portati per forza. Davvero confortante pensare che all'Avana ci sia ancora un milione e passa di militanti!
Nella grande piazza dominava il colore bianco, bianco della pace, e tutti i ritmi della musica caraibica e, per chiudere il concerto, tutte e quindici le star del mondo ispanico hanno lasciato il posto alla voce calda, allegra, sfottente del grande Compay Segundo e del suo "Chan chan". Dall'oltre tomba, fumando il suo interminabile sigaro, quel vecchio adorabile se la sarà goduta.
di Alessandra Riccio,
da Latinoamerica
Quando Juanes ha organizzato un concerto alla frontiera fra Venezuela e Colombia, una frontiera bruciante e rischiosa, e l'ha chiamato "Paz sin fronteras", gli elogi per l'iniziativa si sono sprecati. Questa volta, invece, l'idea di scegliere la Plaza de la Revolución, un luogo assai simbolico per l'America Latina, con il mural del Che in fondo, ha suscitato scandalo, rabbia, una battaglia dei mass media davvero massiccia e senza esclusione di colpi.
I dischi di Juanes sono stati fracassati nella pubblica via a Miami, dove il cantante colombiano vive e dove sua moglie, in attesa del terzo figlio, ha dovuto sostenere il peso di un ostracismo così violento. Neanche la grande popolarità dell'autore di "Camisa negra" è riuscita a sedare gli animi dell'esilio cubano a Madrid, a New York e dovunque si sia stabilita una comunità di transfughi dall'isola. I motivi di una rabbia così sfrenata appaiono evidenti: il concerto di ieri, davanti a un milione e centocinquantamila spettatori che hanno sopportato con allegria l'implacabile sole del pomeriggio, è stato un grande successo per la musica, per la gestione intelligente dei cubani e del ministro della Cultura Abel Prieto, per l'affiatamento dei musicisti provenienti da diverse parti del mondo ispanico.
L'evento è stato trasmesso in diretta dalla catena di televisione Cuatro e anche se il servizio d'ordine -come sempre a Cuba nelle grandi manifestazioni di massa- è stato severo, tutto si è svolto nel migliore dei modi.
I quindici artisti hanno cantato gratis e gli organizzatori, Juanes in testa, si sono accollati le spese per gli impianti mentre Cuba offriva alloggi e organizzazione. E proprio per risparmiare qualcosa, il concerto si è svolto di giorno, all'implacabile luce del sole che però non ha scoraggiato un pubblico enorme. Un malevolo commentatore, su El País, ha intitolato che "la montagna ha partorito un topolino", affermando che il pubblico era costituito tutto da militanti e lavoratori intruppati nei camion e portati per forza. Davvero confortante pensare che all'Avana ci sia ancora un milione e passa di militanti!
Nella grande piazza dominava il colore bianco, bianco della pace, e tutti i ritmi della musica caraibica e, per chiudere il concerto, tutte e quindici le star del mondo ispanico hanno lasciato il posto alla voce calda, allegra, sfottente del grande Compay Segundo e del suo "Chan chan". Dall'oltre tomba, fumando il suo interminabile sigaro, quel vecchio adorabile se la sarà goduta.
di Alessandra Riccio,
da Latinoamerica
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giovedì 17 settembre 2009
Gaza, l'Onu condanna
i "crimini di guerra" di Israele
“Gravi violazioni del diritto internazionale”, “attacchi deliberatamente sproporzionati e volti a punire, umiliare e terrorizzare la popolazione civile”, “crimini di guerra e contro l’umanità”.
Sono alcune delle espressioni usate dalla commissione di inchiesta dalle Nazioni Unite per descrivere quanto avvenuto nel corso della cosiddetta operazione “Piombo fuso”, l’offensiva militare condotta da Tel Aviv nel gennaio scorso.
L’indagine – durata cinque mesi e presentata ieri a New York dal presidente della commissione, il magistrato sudafricano Richard Goldstone – mette sul banco degli imputati Israele, responsabile di avere preso di mira “l’intero popolo di Gaza”.
Accuse anche per i miliziani palestinesi, che nel lanciare razzi contro lo Strato ebraico “non hanno fatto distinzioni fra gli obiettivi militari e la popolazione civile”.
Crimini “provati”
Stando al rapporto, nelle tre settimane di offensiva a Gaza (dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009) Israele ha fatto deliberatamente "un uso della forza sproporzionato".
La commissione Onu afferma di aver trovato delle prove che "indicano che Israele durante il conflitto a Gaza ha commesso gravi violazioni del diritto internazionale e della legislazione sui diritti umani".
Le operazioni militari israeliane, costate la vita a oltre 1400 palestinesi, "sono state pianificate con attenzione in tutte le loro fasi come attacchi deliberatamente sproporzionati e volti a punire, umiliare e terrorizzare la popolazione civile".
Di fatto Tel Aviv ha "commesso azioni equivalenti a crimini di guerra e – talvolta - a crimini contro l’umanità", che hanno preso di mira “l’intero popolo di Gaza”.
Nel documento Onu non manca una condanna per il lancio di razzi in territorio israeliano da parte dei militanti palestinesi.
Il rapporto spiega che “lanciando missili e sparando colpi di mortaio sul sud di Israele, i gruppi armati palestinesi non hanno fatto distinzioni fra gli obiettivi militari e la popolazione civile” e “senza un obiettivo militare, essi costituiscono un deliberato attacco contro la popolazione civile”.
Rapporto “di parte”
Sia Israele che Hamas hanno criticato duramente le conclusioni della commissione guidata da Goldstone. Con una nota ufficiale, lo Stato ebraico ha accusato il magistrato di avere “scritto un capitolo vergognoso nella storia del diritto internazionale e del diritto dei popoli sull'autodifesa”, limitandosi “a raccogliere testimonianze false o unilaterali contro Israele”.
Successivamente, il portavoce del ministero degli Esteri Yigal Palmor ha definito il rapporto “scandaloso, estremista e del tutto sganciato dalla realtà”.
Toni duri anche da parte del movimento islamico che controlla Gaza. Il dirigente del partito, Ismail Radwan, ha parlato di “un rapporto politico, parziale e disonesto, perché mette sullo stesso piano coloro che commettono crimini di guerra e coloro che resistono”.
A difendere il documento, tuttavia, ci ha pensato lo stesso Goldstone, che in una conferenza stampa ha respinto le accuse antisemitismo mossegli dagli ambienti ebraici più radicali e ha sottolineato invece la sua “indipendenza”.
L’affidabilità del rapporto Onu, del resto, è stata ribadita da più parti. Secondo Tim Franks, analista della Bbc e corrispondente da Gerusalemme, quello presentato ieri è il documento più approfondito sui fatti di Gaza (575 pagine basate su 188 interviste, oltre 10mila pagine di documenti e 1.200 fotografie) e gode della garanzia fornita dall’autorevolezza dello stesso Goldstone.
Corte internazionale e Consiglio di sicurezza
Il rapporto della commissione Onu adesso potrebbe finire sul tavolo della Corte penale internazionale (Cpi) e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nella conferenza di ieri Goldstone ha chiesto che il pubblico ministero del tribunale dell’Aja, l'argentino Luis Moreno-Ocampo, esamini il dossier “il più rapidamente possibile”.
L’organizzazioni per i diritti umani Amnesty International (Ai) ha sollecitato invece il coinvolgimento del massimo organo decisionale delle Nazioni Unite. “Il Consiglio per i diritti umani dovrebbe approvare questo rapporto e le sue raccomandazioni e chiedere al segretario generale dell'Onu di trasmetterlo al Consiglio di sicurezza”, ha detto Donatella Rovera, responsabile di Ai e autrice a sua volta di un'inchiesta sull'offensiva di Gaza.
di Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq
(fonte: Bbc News, Ansa, Agence France Presse)
Sono alcune delle espressioni usate dalla commissione di inchiesta dalle Nazioni Unite per descrivere quanto avvenuto nel corso della cosiddetta operazione “Piombo fuso”, l’offensiva militare condotta da Tel Aviv nel gennaio scorso.
L’indagine – durata cinque mesi e presentata ieri a New York dal presidente della commissione, il magistrato sudafricano Richard Goldstone – mette sul banco degli imputati Israele, responsabile di avere preso di mira “l’intero popolo di Gaza”.
Accuse anche per i miliziani palestinesi, che nel lanciare razzi contro lo Strato ebraico “non hanno fatto distinzioni fra gli obiettivi militari e la popolazione civile”.
Crimini “provati”
Stando al rapporto, nelle tre settimane di offensiva a Gaza (dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009) Israele ha fatto deliberatamente "un uso della forza sproporzionato".
La commissione Onu afferma di aver trovato delle prove che "indicano che Israele durante il conflitto a Gaza ha commesso gravi violazioni del diritto internazionale e della legislazione sui diritti umani".
Le operazioni militari israeliane, costate la vita a oltre 1400 palestinesi, "sono state pianificate con attenzione in tutte le loro fasi come attacchi deliberatamente sproporzionati e volti a punire, umiliare e terrorizzare la popolazione civile".
Di fatto Tel Aviv ha "commesso azioni equivalenti a crimini di guerra e – talvolta - a crimini contro l’umanità", che hanno preso di mira “l’intero popolo di Gaza”.
Nel documento Onu non manca una condanna per il lancio di razzi in territorio israeliano da parte dei militanti palestinesi.
Il rapporto spiega che “lanciando missili e sparando colpi di mortaio sul sud di Israele, i gruppi armati palestinesi non hanno fatto distinzioni fra gli obiettivi militari e la popolazione civile” e “senza un obiettivo militare, essi costituiscono un deliberato attacco contro la popolazione civile”.
Rapporto “di parte”
Sia Israele che Hamas hanno criticato duramente le conclusioni della commissione guidata da Goldstone. Con una nota ufficiale, lo Stato ebraico ha accusato il magistrato di avere “scritto un capitolo vergognoso nella storia del diritto internazionale e del diritto dei popoli sull'autodifesa”, limitandosi “a raccogliere testimonianze false o unilaterali contro Israele”.
Successivamente, il portavoce del ministero degli Esteri Yigal Palmor ha definito il rapporto “scandaloso, estremista e del tutto sganciato dalla realtà”.
Toni duri anche da parte del movimento islamico che controlla Gaza. Il dirigente del partito, Ismail Radwan, ha parlato di “un rapporto politico, parziale e disonesto, perché mette sullo stesso piano coloro che commettono crimini di guerra e coloro che resistono”.
A difendere il documento, tuttavia, ci ha pensato lo stesso Goldstone, che in una conferenza stampa ha respinto le accuse antisemitismo mossegli dagli ambienti ebraici più radicali e ha sottolineato invece la sua “indipendenza”.
L’affidabilità del rapporto Onu, del resto, è stata ribadita da più parti. Secondo Tim Franks, analista della Bbc e corrispondente da Gerusalemme, quello presentato ieri è il documento più approfondito sui fatti di Gaza (575 pagine basate su 188 interviste, oltre 10mila pagine di documenti e 1.200 fotografie) e gode della garanzia fornita dall’autorevolezza dello stesso Goldstone.
Corte internazionale e Consiglio di sicurezza
Il rapporto della commissione Onu adesso potrebbe finire sul tavolo della Corte penale internazionale (Cpi) e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nella conferenza di ieri Goldstone ha chiesto che il pubblico ministero del tribunale dell’Aja, l'argentino Luis Moreno-Ocampo, esamini il dossier “il più rapidamente possibile”.
L’organizzazioni per i diritti umani Amnesty International (Ai) ha sollecitato invece il coinvolgimento del massimo organo decisionale delle Nazioni Unite. “Il Consiglio per i diritti umani dovrebbe approvare questo rapporto e le sue raccomandazioni e chiedere al segretario generale dell'Onu di trasmetterlo al Consiglio di sicurezza”, ha detto Donatella Rovera, responsabile di Ai e autrice a sua volta di un'inchiesta sull'offensiva di Gaza.
di Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq
(fonte: Bbc News, Ansa, Agence France Presse)
giovedì 10 settembre 2009
Zitti. Non recitate
A Chivasso il sindaco Bruno Matola (Pdl, ex An) censura l’anteprima nazionale dello spettacolo A Ferro e fuoco della compagnia Teatro a Canone diretta dal regista Simone Capula. Il lavoro è ispirato al libro di Stefania Podda Nome di Battaglia Mara. Vita e morte di Margherita Cagol il primo capo delle Br. Il Sindaco dopo aver concesso in un primo tempo l’uso del Teatro comunale l’ha revocato 6 giorni dalla prima.
Motivo? «La tutela della morale pubblica». Matola, senza mai aver visto lo spettacolo, fa riferimento a «espressioni che possano essere ritenute offensive della dignità e della morale pubblica e pertanto potenzialmente lesive dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi che questa Amministrazione è tenuta a tutelare». La stessa sensibilità, però, non l’aveva avuta nel caso di discutibili invitati di estrema destra o di serate sul fascismo. E qualcuno si chiede: l’Italia dovrebbre essere uno Stato di diritto, non uno «Stato etico»?
Scrivono Frediano Dutto e Piero Meaglia, del Centro di Documentazione Paolo Otelli di Chivasso: «E’ evidente la scorrettezza di una revoca così tardiva, e il danno economico e professionale che implica per la compagnia: ma non è su questo aspetto che vogliamo soffermarci qui. Ciò che indigna è la motivazione prodotta dal sindaco: lo spettacolo sarebbe offensivo “della dignità e della morale pubblica”, e “potenzialmente lesivo dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi”. Una censura di fatto, esplicita, neppure mascherata da un pretesto (quale potrebbe essere, ad esempio, un impedimento tecnico all’uso della struttura). Per tutelare non si sa bene quali sentimenti che il sindaco ritiene di incarnare, egli procura certamente un danno a noi tutti come cittadini mediante la lesione del nostro diritto costituzionale alla libertà di espressione del pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (Articolo 21). Non vale la pena contestare qui punto per punto questa motivazione ridicola e pericolosa come questa destra di cui il sindaco è espressione. Possiamo solo aggiungere che lo spettacolo – pur affrontando un tema scabroso: la vicenda umana e politica della BR Mara Cagol – rappresenta un utile momento di riflessione critica, mai apologetica, sulla lotta armata e sul terrorismo che, ci piaccia o no, fanno parte della storia del nostro paese. Noi, che abbiamo visto le prove dello spettacolo, lo possiamo affermare serenamente. In ogni caso, per essere criticato, anche duramente, lo spettacolo avrebbe dovuto aver luogo. Voltaire avrebbe detto: “Non condivido nulla di quello che dici, ma mi batterò affinché tu possa farlo liberamente”. Voltaire viveva sotto una monarchia assoluta. Per i cittadini di una democrazia compiuta, questa lotta non dovrebbe più essere necessaria. Ma purtroppo non è così. Per queste ragioni, vi invitiamo a venire lo stesso, come se lo spettacolo avesse luogo, davanti al Teatrino civico alle 21 di questa sera, per riaffermare la volontà di difendere i nostri diritti costituzionali».
di Mauro Ravarino da r/umori fuori fuoco
Motivo? «La tutela della morale pubblica». Matola, senza mai aver visto lo spettacolo, fa riferimento a «espressioni che possano essere ritenute offensive della dignità e della morale pubblica e pertanto potenzialmente lesive dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi che questa Amministrazione è tenuta a tutelare». La stessa sensibilità, però, non l’aveva avuta nel caso di discutibili invitati di estrema destra o di serate sul fascismo. E qualcuno si chiede: l’Italia dovrebbre essere uno Stato di diritto, non uno «Stato etico»?
Scrivono Frediano Dutto e Piero Meaglia, del Centro di Documentazione Paolo Otelli di Chivasso: «E’ evidente la scorrettezza di una revoca così tardiva, e il danno economico e professionale che implica per la compagnia: ma non è su questo aspetto che vogliamo soffermarci qui. Ciò che indigna è la motivazione prodotta dal sindaco: lo spettacolo sarebbe offensivo “della dignità e della morale pubblica”, e “potenzialmente lesivo dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi”. Una censura di fatto, esplicita, neppure mascherata da un pretesto (quale potrebbe essere, ad esempio, un impedimento tecnico all’uso della struttura). Per tutelare non si sa bene quali sentimenti che il sindaco ritiene di incarnare, egli procura certamente un danno a noi tutti come cittadini mediante la lesione del nostro diritto costituzionale alla libertà di espressione del pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (Articolo 21). Non vale la pena contestare qui punto per punto questa motivazione ridicola e pericolosa come questa destra di cui il sindaco è espressione. Possiamo solo aggiungere che lo spettacolo – pur affrontando un tema scabroso: la vicenda umana e politica della BR Mara Cagol – rappresenta un utile momento di riflessione critica, mai apologetica, sulla lotta armata e sul terrorismo che, ci piaccia o no, fanno parte della storia del nostro paese. Noi, che abbiamo visto le prove dello spettacolo, lo possiamo affermare serenamente. In ogni caso, per essere criticato, anche duramente, lo spettacolo avrebbe dovuto aver luogo. Voltaire avrebbe detto: “Non condivido nulla di quello che dici, ma mi batterò affinché tu possa farlo liberamente”. Voltaire viveva sotto una monarchia assoluta. Per i cittadini di una democrazia compiuta, questa lotta non dovrebbe più essere necessaria. Ma purtroppo non è così. Per queste ragioni, vi invitiamo a venire lo stesso, come se lo spettacolo avesse luogo, davanti al Teatrino civico alle 21 di questa sera, per riaffermare la volontà di difendere i nostri diritti costituzionali».
di Mauro Ravarino da r/umori fuori fuoco
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lunedì 15 giugno 2009
Denis, che lotta per una scuola decolonizzata in Benin

Incastonato tra Togo e Nigeria, il Benin è una lunga striscia di terra, grande quanto un terzo dell’Italia, che si affaccia nel Golfo di Guinea, Oceano Atlantico, Africa occidentale. E’ un paese di 7 milioni di abitanti, prettamente agricolo e dall’economia fortemente arretrata. La sua storia politica è turbolenta e negli ultimi quarant’anni ruota attorno alla figura discussa di Mathieu Kérékou, presidente del Benin dal 1972 al 1991, con un regime marxista solo nel nome, e ancora dal 1996 al 2006, questa volta in veste «democratica».
Il Benin sconta tutti i problemi strutturali dell’Africa e del suo mancato sviluppo: il peso mai tramontato del colonialismo, la corruzione al potere e l’analfabetismo. Quest’ultima è la vera piaga: riguarda l’80% della popolazione. Soprattutto nelle zone rurali, dove le famiglie più povere vendono i figli più piccoli ai trafficanti di «vidomegons», dal nome dell’antica tradizione locale per cui nelle campagna si mandavano i figli a studiare in città dai parenti ricchi. Ma adesso dai parenti, per lo più, non ci vanno e comunque mai a studiare. L’Unicef stima che nel 2007 sono stati quasi 140 mila i bambini beninesi sottratti alle proprie famiglie per essere portati a lavorare nei mercati o nelle case della capitale Porto Novo o in quelle del centro economico Cotonou oppure nelle piantagioni di Nigeria Togo e Costa d’Avorio. Una vera e propria tratta di esseri umani.
Se c’è un luogo da dove dovrebbe ripartire la lotta contro l’analfabetismo e contro la tratta questo è la scuola. Le classi sono affollate e l’abbandono è frequente (anche a causa dell’ostacolo della lingua, il francese, che a casa i piccoli delle campagne non parlano). In Benin, c’è chi si batte per una formazione diversa, uno di questi è Denis Yao Sindété, avvocato, politico, insegnante, ex prigioniero del regime Kérékou. Mauro Ravarino lo ha incontrato a Novara lo scorso autunno. Questa la sua storia.
Denis nasce nel 1958 in un villaggio sulla costa atlantica, non distante dal Togo. Già da piccolo era un bambino con le sue idee: «A 5 o 6 anni – racconta - per poter andare a scuola bisognava dimostrare di sapersi toccare le orecchie con la mano opposta. Non ce la facevo ancora, ma la voglia di iniziare, di fare quello che facevano i bambini più grandi, era tanta. E, allora, mi misi a protestare. Alla fine cedettero e mia zia, che abitava in una cittadina a 20 chilometri di distanza, mi prese in carico». Cominciano le scuole elementari. Denis gioca, si applicava nei compiti e dà una mano nei lavori domestici.
Gli anni corrono, il ragazzo diventa grande. Alle superiori conosce la politica e prende parte ad un’associazione studentesca. «La libertà di associazione era proibita, erano permesse solo le organizzazioni formalizzate e riconosciute dal regime». Nel 1978 Denis si trasferisce a Cotonou per frequentare l’università e si iscrive alla facoltà di diritto. Gli anni sono caldi, sono diversi i tentativi di colpo di stato e, soprattutto, «cresce il malcontento popolare nei confronti del regime marxista di Kérékou e del suo partito Partito popolare rivoluzionario del Benin (l’unico riconosciuto), al pari della povertà e della corruzione al potere». Gli studenti reclamano migliori condizioni di vita e di studio. «Le facoltà erano poche, come i laboratori e le biblioteche. Un’offerta scarsa rispetto ai diecimila studenti di Cotonou». Denis prende parte alle mobilitazioni e si avvicina al clandestino partito comunista del Dahomey (antico nome del Benin): «Nulla a che fare con Kérékou, per lui il comunismo era solo una copertura, infatti, nel 1989 per costruirsi una facciata democratica disse che del marxismo non aveva capito nulla». La contestazione sale: «C’erano già state proteste tra gli studenti e diversi arrestati. Nel 1979 i movimenti erano al loro picco di partecipazione. Chiedevano a gran voce che i dirigenti della cooperativa universitaria (unica associazione studentesca ammessa) venissero eletti e non stabiliti a priori dall’esecutivo di Kérékou». Il governo usa la mano pesante. Durante una manifestazione pacifica ci sono arresti di massa di professori e studenti. Uno di questi è Denis. «Dissero che nella cooperativa era pieno di spie e la colpa di tutto era del Partito comunista». Alcuni dei manifestanti erano iscritti al Pcd, ma la maggior parte non aveva nulla a che fare. Così, Denis finisce in carcere, accusato di attentato alla sicurezza dello Stato. Prima a Cotonou, poi viene trasferito a Porto Novo.
Sono gli anni più duri. «Le condizioni erano terribili, vivevamo tutti ammassati. Quindici persone in celle di 9 metri quadrati, dormendo su stuoie incastrati piedi contro teste. L’igiene era inesistente e il rischio di malattie infettive altissimo. Ci torturavano. C’era chi impazziva, non ce la faceva, non resisteva. Un mio compagno morì per le percosse. Io mi ammalai, ma lo scoprii solo anni dopo: era tubercolosi». Nonostante le difficoltà, il gruppo di studenti e professori non si dà per vinto e inizia una battaglia interna, sensibilizzando i detenuti comuni. Le proteste e la denuncia sulle condizioni in cui sono costretti a vivere superano le mura della prigione e arrivano fino in Francia, ad Amnesty International, che adotterà, tra gli altri, il caso di Denis, considerato «prigioniero di coscienza». Passano quattro anni. «Nel marzo del 1983, io e altri nove riuscimmo ad evadere ed eludere la sorveglianza. Fuggimmo in campagna, in clandestinità. Fino all’agosto 1984, fu un periodo di forte repressione ma anche di proteste nella società che indussero il governo a concedere l’amnistia per i detenuti politici». Finalmente liberi. «Tornai all’università e ci ritrovammo noi sopravvissuti al carcere. Nel dolore e nella difficoltà eravamo ancora più uniti e consapevoli che la lotta per una società giusta e libera dovesse continuare». Un anno dopo scoppiano molti scioperi e rischia di nuovo l'arresto. Il governo gioca la carta della repressione e a Denis tocca nascondersi. «Ero ricercato vivo o morto – spiega – dal 1985 al 1989 rimasi in clandestinità, passando di casa in casa». Ma il mondo sta cambiando e anche il Benin se ne accorge. La morsa del governo - forse per questo e per gli equilibri che ne conseguiranno - si allenta. Il primo agosto del 1989, mancavano tre mesi al crollo del muro di Berlino, viene concessa un’amnistia generale per persone e organizzazioni. Intanto Kérékou si prepara a travestirsi da «democratico». Nel 1991 ci sono le elezioni, ma viene sconfitto; ritornerà in sella cinque anni dopo.
«E’ vero - commenta - le elezioni nel mio paese ci sono, ma non sono democratiche perché l’analfabetismo è la più grande piaga, riguarda oltre l’80 della popolazione. La corruzione dilaga ed è capitato spesso che votassero pure i morti. E poi, il clientelismo: i voti vengono comprati fuori dal seggio in cambio di un po’ di sale». Denis lo racconta con voce pacata ma ferma. E’ venuto a Novara per curare i postumi della tubercolosi contratta vent’anni fa in carcere e, inoltre, perché è in contatto da tempo con la sezione locale di Amnesty, con cui mantiene un rapporto epistolare dagli anni della prigionia.
Dopo il carcere e la clandestinità, Denis è riuscito a completare gli studi, si è laureato in scienze politiche e relazioni internazionali. Ha insegnato diritto nelle scuole superiori, dove un professore di ruolo prende 150 euro e un precario ne guadagna 100. Ora, lavora all’Iniref, un’ong che si occupa di ricerca e formazione. Nel frattempo, si è sposato con Philomene, che fa la maestra e insegna alle elementari davanti a classi sovraffollate: «L’ultima è di 116 bambini», racconta non senza stupore. Ma a scuola gli alunni ci vanno poco, in Benin la dispersione scolastica è enorme. Uno dei motivi dell’abbandono è la lingua francese, un ostacolo per molti. «La si insegna fin dal primo anno. Un vero trauma, perché i piccoli a casa non la parlano e sui banchi si trovano di fronte a tante difficoltà. E a un certo punto mollano la scuola e vanno a lavorare». Il francese è la lingua ufficiale del Benin, più che altro un retaggio coloniale: diffusa solo nei centri urbani, lo è per nulla nelle campagne. Le lingue indigene più utilizzate sono, invece, il fon e lo yoruba. «Ci battiamo – spiega Denis che in Benin è molto attivo nel sociale – per una proposta di legge che preveda la prima alfabetizzazione (almeno tre anni) nelle lingue nazionali e dal quarto anno si parta col francese». Solo dalla scuola possono nascere cittadini consci dei propri diritti. Solo combattendo l’analfabetismo si possono affrontare i problemi dell’Africa. «La mobilitazione è ampia e ha coinvolto anche i genitori. Il governo sembra intenzionato ad accettare un progetto di riforma, ma è un’attenzione solo formale. Per adesso, non ha fatto nulla. La verità è che la Francia non vuole. Fino a quando non ci emanciperemo dal colonialismo non cambierà nulla. E’ uno dei problemi fondamentali che affligge l’Africa, insieme all’analfabetismo e alla corruzione al potere». E, intanto, la crisi continua.
di Mauro Ravarino da R/umori fuori fuoco
giovedì 16 ottobre 2008
Argentina, l'appello di una nonna
per ritrovare la nipotina che la dittatura le portò via
La compagna Chicha Mariani è una delle fondatrici della Assocazione Abuelas de Plaza de Mayo, oggi ha più di 80 anni. Vuole con tutta la sua anima ritrovare sua nipote, rapita dai militari argentini durante la dittatura. Qualsiasi dato potrebbe essere utile. Nel caso qualcuno potesse aiutarla può contattare la Associazione Argentina Vientos del Sur, di Udine.
Cara nipotina,
Sono la tua nonna Chicha Chorobik in Mariani, ti cerco dal momento nel quale Etchecolatz, Camps e le loro truppe ammazzarono tua madre e ti sequestrarono nella tua casa sita nella via 30 n° 1134 di La Plata, Repubblica Argentina. Era il 24 Novembre del 1976 e avevi 3 mesi di età. Da quel momento tuo padre e io ti abbiamo cercata fino al momento in cui ammazzarono anche lui.
Nonostante abbiano cercato di convincermi del fatto che eri morta nella sparatoria, io sapevo che eri viva. Oggi è una cosa certa che sei sopravvissuta e sei sotto il potere di qualcuno. Hai già 31 anni e il tuo numero di documento probabilmente è all’incirca il 25.476.305 con il quale ti abbiamo iscritta.
Vorrei chiederti di cercare fotografie che ti ritraggono a pochi mesi e fare il paragone con quelle allegate a questo testo.
Voglio raccontarti che tuo nonno paterno si era dedicato alla musica e io alle belle arti; che i tuoi nonni materni si dedicarono alle scienze, che tua madre amava la letteratura e tuo padre era laureato in economia.
Loro due avevano un gran senso di solidarietà e compromesso con la società, qualcosa che sicuramente tu avrai nella tua personalità perché, nonostante tu sia cresciuta in una famiglia diversa, l’essere umano conserva internamente i geni dei suoi antenati.
Sicuramente ci sono molte domande senza risposta che si muovono dentro di te.
Adesso ormai che ho più di 80 anni, il mio desiderio più grande è di abbracciarti e riconoscermi nel tuo sguardo, mi piacerebbe che tu mi venissi incontro per far sì che questa lunga ricerca si concretizzi nel più grande desiderio che mi tiene ancora in piedi, quello del nostro incontro.
Clara Anahì, mentre ti aspetto, continuerò a cercarti.
Ti abbraccia, la tua nonna, Chicha Mariani.
Cara nipotina,
Sono la tua nonna Chicha Chorobik in Mariani, ti cerco dal momento nel quale Etchecolatz, Camps e le loro truppe ammazzarono tua madre e ti sequestrarono nella tua casa sita nella via 30 n° 1134 di La Plata, Repubblica Argentina. Era il 24 Novembre del 1976 e avevi 3 mesi di età. Da quel momento tuo padre e io ti abbiamo cercata fino al momento in cui ammazzarono anche lui.
Nonostante abbiano cercato di convincermi del fatto che eri morta nella sparatoria, io sapevo che eri viva. Oggi è una cosa certa che sei sopravvissuta e sei sotto il potere di qualcuno. Hai già 31 anni e il tuo numero di documento probabilmente è all’incirca il 25.476.305 con il quale ti abbiamo iscritta.
Vorrei chiederti di cercare fotografie che ti ritraggono a pochi mesi e fare il paragone con quelle allegate a questo testo. Voglio raccontarti che tuo nonno paterno si era dedicato alla musica e io alle belle arti; che i tuoi nonni materni si dedicarono alle scienze, che tua madre amava la letteratura e tuo padre era laureato in economia.
Loro due avevano un gran senso di solidarietà e compromesso con la società, qualcosa che sicuramente tu avrai nella tua personalità perché, nonostante tu sia cresciuta in una famiglia diversa, l’essere umano conserva internamente i geni dei suoi antenati.
Sicuramente ci sono molte domande senza risposta che si muovono dentro di te.
Adesso ormai che ho più di 80 anni, il mio desiderio più grande è di abbracciarti e riconoscermi nel tuo sguardo, mi piacerebbe che tu mi venissi incontro per far sì che questa lunga ricerca si concretizzi nel più grande desiderio che mi tiene ancora in piedi, quello del nostro incontro.
Clara Anahì, mentre ti aspetto, continuerò a cercarti.
Ti abbraccia, la tua nonna, Chicha Mariani.
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venerdì 19 settembre 2008
Il neofascista Diodato dietro il massacro dei contadini di Pando

Il prefetto Leopoldo Fernández, principale accusato del recente massacro di 15 contadini indios di Pando, che stavano andando a una manifestazione in appoggio del presidente Evo Morales, è legato a Marco Marino Diodato (neofascista italiano e leader della mafia italiana in Bolivia) e a narcotrafficanti che operano nel Rio Branco, in Brasile. E' ciò che denuncia Aldo Michel Irusta, parlamentare ed ex responsabile per le idagini nel processo contro l'ex dittatore Luis Garcia Meza e i suoi collaboratori.
Michel è un ex legislatore, oggi editorialista del settimanale Alerta, e parte civile nei processi contro Diodato. Quest'ultimo, dopo esser stato condannato a 10 anni per narcotraffico nel paese, nel 1999 è riuscito ad eludere i controlli e fuggire.
Secondo l'ex parlamentare, la elite cruceña vuole mantenere a Santa Cruz un paradiso finanziario di guadagni illeciti, in relazione diretta con il clan di Diodato. "Abbiamo sviscerato l'agire dei gruppi paramilitari e abbiamo appurato la relazione degli stessi con il signor Leopoldo Fernández", ha detto Michel, aggiungendo che il prefetto di Pando ha precedenti illegali dagli anni '80.
Secondo Michel, Fernández ha consolidato una holding, una squadra, un clan, un cartello di gente legata all'ex dirigenza politica di Acción Democrática Nacionalista (ADN), oltre a legami con il gruppo Diodato e alla legittimazione di guadagni illeciti mediante le case di gioco clandestine.
"Il signor Leopoldo Fernández ha una relazione con gente che opera in Rio Grande (Brasile), con gente che è stata implicata in processi per narcotraffico", ha continuato Michel, il quale ha aggiunto che dopo aver seguito le autorità di Pando, si è scoperto che Fernández è riuscito a consolidare una struttura corporativa paramilitare senza alcun timore, reclutando delinquenti per formare un gruppo irregolare, con capacità di reazione bellica e armata.
Per Michel, la struttura criminale di Diodato è formata dai prefetti di Pando, Leopoldo Fernández, di Santa Cruz, Rubén Costas, oltre a Marincovik, Dabdoub, ai fratelli Landívar e alla Unión Juvenil Cruceñista.
"Il gruppo Diodato opera da più di 10 anni a Santa Cruz sotto copertura dei governi di Hugo Banzer, Jorge Turo Quiroga e Gonzalo Sánchez de Lozada", ha aggiunto Michel, secondo cui il massacro di contadini nel mese di maggio di quest'anno a Sucre è stata sistematicamente pianificata e operata da questi gruppi provenienti da Santa Cruz, Beni e Pando.
Per Michel questi gruppi paramilitari, insieme a sicari mercenari, sono responsabili del massacro dei contadini tra l'11 e il 12 agosto. Alla base delle azioni messe a segno a Pando ci sarebbe gente addestrata a imboscate, maneggio di armi, sadismo e sangue freddo.
Tradotto da Abi - Agencia boliviana de Informacion
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