Gli occhi si stropicciano dalle notti insonni. «Ma il morale è altissimo» assicura Giorgio al presidio di Susa. Il cellulare può squillare alle tre o alle quattro. E devi partire. Per questo lo tieni vicino al letto, con le scarpe ai bordi. In valle, se qualcuno avvista strani spostamenti, lancia subito un messaggio, un sms, una mail: «Una trivella a Susa», «Un'altra a Condove». E il tam tam corre da Venaus ad Avigliana. Non fai in tempo a vestirti, che vedi già i compagni di lotta salutarti: «Sarà düra», il motto dei No Tav. Martedì erano corsi a Susa, per il settimo sondaggio, ieri invece si sono diretti a Chiusa San Michele, dove nelle prime ore del mattino è iniziato l'ottavo dei 91 carotaggi previsti dall'Osservatorio sulla Torino-Lione guidato da Mario Virano. Militarizzato come il precedente. Ancora una volta, la trivella scortata da centinaia di forze dell'ordine. Ma non si sono lasciati sorprendere: hanno allestito presidi, bloccato il Tgv e, alla sera, respinto l'arrivo di nuovi blindati occupando la statale del Moncenisio.
Un'altra giornata di lotta lungo tutta la valle. «Sono solo sondaggi mediatici, non trivellano nemmeno. È una prova di forza per sbloccare i fondi di Bruxelles», rincara Giorgio: «Non è come la raccontano i giornali, il movimento è forte. Pensi che ha appena chiamato una signora da Genova, ci invita a resistere e sabato sarà con noi». Ci sarà una grande manifestazione a Susa contro la Tav e contro tutte le mafie, attese più di ventimila persone.
Al presidio, vicino all'autoporto, fa freddo e ci si scalda con il fuoco e il tè. «Avevano detto che i carotaggi sarebbero stati alla luce del sole, trasparenti, avvisando i sindaci. Invece sono venuti di notte, come i ladri» racconta Pupi che di mestiere fa l'edicolante ed è appena tornato dai due presidi di Condove e Chiusa San Michele, più a valle. Li hanno allestiti in mattinata, uno vicino alla rotonda della statale 24, quella del Monginevro, l'altro dall'altra parte dei binari. In mezzo uno spiegamento massiccio di carabinieri che hanno impedito l'accesso alla stazione. «Sono le forze dell'ordine a bloccare il passaggio» recita un cartellone dei manifestanti lungo la strada. Momenti anche di tensione con una carica dei carabinieri.
«Abbiamo cercato di forzare il blocco - racconta Alberto Perino del movimento - perché le forze dell'ordine facevano passare solo chi aveva l'abbonamento mentre l'accesso alla stazione deve essere garantito a tutti. Sono stato colpito da una ginocchiata e sono stato gettato a terra».
A mezzogiorno, la lotta si sposta a Sant'Antonino, il comune di cui è sindaco Antonio Ferrentino, che nel 2005 era uno dei leader dei No Tav. Tempo n'è passato: è rimasto l'unico tra i sindaci della Valle a rimanere nell'Osservatorio. Gli altri si sono ritirati. Dopo un'assemblea, i manifestanti si dirigono alla stazione. Sta per arrivare il Tgv. Non scendono tra i binari, agitano le bandiere, quelle classiche bianche e rosse. Ci sono anziani e giovanissimi. Chi ha la barba bianca e chi va ancora a scuola, non vogliono che la Tav devasti un territorio già fin troppo martoriato. Il Tgv arriva, si ferma. Una ragazzina dice sottovoce «con tutti i ritardi per motivi futili, finalmente una giusta causa». Scende il macchinista, i manifestanti gli offrono un trancio di pizza. Lui sorride, si dimostra solidale: «Se non fossi sopra, sarei lì con voi». Un nastro lanciato da un marciapiede all'altro inaugura un'immaginaria stazione: «Sant'Antonino la Trippa». Al megafono, sarcastici: «Sarà contento il sindaco Ferrentino, Sant'Antonino ha la sua stazione internazionale dove si fermano pure i Tgv». Passano più di quaranta minuti. «Giusto il tempo per far rimborsare i biglietti ai passeggeri».
A Condove più a Valle il presidio continua, tra panettone e vin brulé. Arriva gente. C'è Simone che è stato buttato giù dal letto da un sms alle 6, c'è Elisa che viene a dar man forte compatibalmente al ruolo di mamma di una bimba di quattro mesi. I carabinieri, invece, rimangono in posizione, a piedi stretti. Dei sondaggi non è stato nemmeno avvertito il sindaco Domenico Usseglio che si è presentato all'alba: «Il prefetto Paolo Padoin aveva assicurato di informarci, è stata una grave scorrettezza». I No Tav vogliono la valle libera, scandiscono cori: «Giù le mani dalla Val Susa», «Fuori le truppe di occupazione». Intanto, alle spalle delle forze dell'ordine arriva un regionale. È «la beffa dei manifestanti». Una quarantina, partiti da Sant'antonino, scendono alla stazione in mezzo ai due cordoni, aggirarando il blocco. Qualcuno si avvicina alla trivella. Un ragazzo ci rimedia una manganellata e finisce all'ospedale di Susa.
A Susa avevamo lasciato Giorgio e Pupi. Si avvicina anche Emilio: «I media ci dipingono come egoisti. Noi lottiamo per tutti, perché i soldi della Tav e quelli per le forze dell'ordine sono di tutti gli italiani. Dicono che siamo isolati, non è vero qui passano i principali collegamenti con la Francia». Roberto riassume le infrastrutture: «Due statali, una ferrovia internazionale e una locale, più un'autostrada, il traforo del Frejus, oltre alla Dora Baltea. Concentrati in una valle stretta, con una forte incidenza tumorale». Emilio: «Tu ce li faresti vivere i tuoi figli?». Sono decisi, uniti. Anche se non riusciranno a bloccare tutti i sondaggi, L'obiettivo principale è fermare la Tav: «Passeran nen».
di Mauro Ravarino da il manifesto del 21 gennaio 2010
giovedì 21 gennaio 2010
mercoledì 20 gennaio 2010
C'era una volta la Ivrea Valley.
La crisi della Compumaint di Scarmagno
Fino a neanche sette mesi fa era considerata un’azienda solida, benché avesse cambiato nome almeno cinque volte nel giro di dieci anni. Con sede a Scarmagno, a meno di 15 chilometri da Ivrea, nell’ex complesso della Olivetti e impegnata nella manutenzione di stampanti, la sua garanzia erano gli importanti clienti con cui lavorava, come la società Italia Logistica del gruppo Poste Italiane e la stessa Olivetti. Oggi la Compumaint, questo l’ultimo nome assunto ad agosto, si ritrova nell’incertezza del futuro. Da quel mese, infatti, trentacinque lavoratori assunti con contratto metalmeccanico e venticinque tecnici co.co.pro. hanno smesso di percepire lo stipendio e non hanno ricevuto alcun tipo di ammortizzatore sociale. Una proprietà aziendale scomparsa nel nulla e sulle spalle tanta rabbia perché il lavoro che permetterebbe di mantenere viva l’attività ci sarebbe pure.
«Solo nelle ultime settimane si sono aperti alcuni spiragli – spiega Lino Malebra, rappresentante della Fiom Cgil per la zona di Settimo Torinese e Ivrea – I venticinque co.co.pro sono stati assorbiti da Italia Logistica e l’azienda locale CellTell ha dimostrato interesse verso gli altri lavoratori, assumendone dieci che da lunedì lavorano in ditta. Ma per gli altri il futuro è assolutamente incerto».
Una serie di cambi di proprietà negli ultimi anni, da OP Computer (ex Olivetti), fallita nel 1999, a Ics, da questa a Cms e poi C&P Technology, non avevano spaventato più di tanto i lavoratori, benché alcuni dei passaggi fossero stati piuttosto sofferti. L’ultimo però è stato fatale. La vendita da C&P Technology a Compumaint, srl lombarda facente capo a Raimondo Magnoni (fratello recentemente scomparso dell’attuale ad, Davide Magnoni), sarebbe dovuta essere una soluzione temporanea, verso la cessione definitiva alla più grande Coas, con sede a Ghemme (Novara) e stabilimenti in diverse città italiane. Ma l’operazione, che ha più il sapore della speculazione sulle spalle di 60 lavoratori, non è mai avvenuta. Da allora è iniziata la battaglia.
I dipendenti per alcuni mesi hanno continuato a lavorare, nonostante la proprietà non pagasse gli stipendi. E poi tra novembre e dicembre si sono battuti, per evitare il peggio. La Compumaint ha chiuso i rubinetti, ha provato a trovare un accordo, senza il coinvolgimento dei sindacati, con la All Computer di Pieve di Fizzonasco, azienda che Malerba non esita a definire «di banditi», per l’affitto del ramo d’azienda. Una soluzione rischiosa che avrebbe comportato quasi sicuramente il passaggio in terra lombarda delle commesse di Poste Italiane e Olivetti, ma non la tutela dei lavoratori di Scarmagno. Gli operai si sono battuti, a colpi di latte e strumenti di lavoro, qualche uovo e la difesa degli impianti di lavorazione, azioni contro cui i proprietari di Compumaint hanno risposto con i carabinieri. E poi si sono rivolti direttamente ai clienti dell’azienda, con una lettera aperta, per chiedere attenzione e ribadire il loro impegno a non abbandonare l’attività.
Alla fine, intorno al 10 dicembre, All Computer si è ritirata e le speranze si sono riaperte anche grazie all’arrivo di un po’ di soldi: Italia Logistica e Olivetti hanno pagato direttamente ai lavoratori gli stipendi di settembre e ottobre. Una boccata d’aria, ma non abbastanza per essere soddisfatti. E la lotta è continuata. «A inizio dell’anno è arrivato l’interessamento da parte di CellTell – continua Malerba – un’azienda con sede a Scarmagno che si occupa di manutenzione di dispositivi informatici. Purtroppo però a nulla sono valse le richieste per la tutela e l’integrazione di tutti e trentacinque i dipendenti di Compumaint. La CellTell ne ha assunti dieci, promettendo che, a seconda delle commesse che arriveranno, potrebbe arrivare a integrarne fino a trenta». Ma non trentacinque.
«Abbiamo anche chiesto una mano per la gestione degli ammortizzatori sociali, sollecitando l’assunzione di tutti i lavoratori e l’eventuale richiesta di cassa integrazione. Ma ci hanno risposto che la loro azienda, in cui sono impegnati circa 200 lavoratori, non è mai ricorsa alla cassa e non intende farlo ora». Una questione forse più di immagine che di sostanza. «E così, ad oggi, rimangono venticinque lavoratori senza stipendio di novembre e dicembre, mentre matura anche gennaio, e senza la tredicesima del 2009. Una brutta storia, che fino a poco tempo fa nessuno si aspettava di dover affrontare». E che si unisce alle vicende di una terra martoriata, dove spicca la questione Agile-Eutelia. Nel frattempo, dopo un ultimatum di 48 ore, pochi giorni fa i sindacati hanno chiesto l’istanza fallimentare per la Compumaint, al fine di accedere agli ammortizzatori sociali per quei venticinque dipendenti ancora senza un futuro lavorativo.
di Ilaria Leccardi, da Terra Comune del 20 gennaio 2010
«Solo nelle ultime settimane si sono aperti alcuni spiragli – spiega Lino Malebra, rappresentante della Fiom Cgil per la zona di Settimo Torinese e Ivrea – I venticinque co.co.pro sono stati assorbiti da Italia Logistica e l’azienda locale CellTell ha dimostrato interesse verso gli altri lavoratori, assumendone dieci che da lunedì lavorano in ditta. Ma per gli altri il futuro è assolutamente incerto».
Una serie di cambi di proprietà negli ultimi anni, da OP Computer (ex Olivetti), fallita nel 1999, a Ics, da questa a Cms e poi C&P Technology, non avevano spaventato più di tanto i lavoratori, benché alcuni dei passaggi fossero stati piuttosto sofferti. L’ultimo però è stato fatale. La vendita da C&P Technology a Compumaint, srl lombarda facente capo a Raimondo Magnoni (fratello recentemente scomparso dell’attuale ad, Davide Magnoni), sarebbe dovuta essere una soluzione temporanea, verso la cessione definitiva alla più grande Coas, con sede a Ghemme (Novara) e stabilimenti in diverse città italiane. Ma l’operazione, che ha più il sapore della speculazione sulle spalle di 60 lavoratori, non è mai avvenuta. Da allora è iniziata la battaglia.
I dipendenti per alcuni mesi hanno continuato a lavorare, nonostante la proprietà non pagasse gli stipendi. E poi tra novembre e dicembre si sono battuti, per evitare il peggio. La Compumaint ha chiuso i rubinetti, ha provato a trovare un accordo, senza il coinvolgimento dei sindacati, con la All Computer di Pieve di Fizzonasco, azienda che Malerba non esita a definire «di banditi», per l’affitto del ramo d’azienda. Una soluzione rischiosa che avrebbe comportato quasi sicuramente il passaggio in terra lombarda delle commesse di Poste Italiane e Olivetti, ma non la tutela dei lavoratori di Scarmagno. Gli operai si sono battuti, a colpi di latte e strumenti di lavoro, qualche uovo e la difesa degli impianti di lavorazione, azioni contro cui i proprietari di Compumaint hanno risposto con i carabinieri. E poi si sono rivolti direttamente ai clienti dell’azienda, con una lettera aperta, per chiedere attenzione e ribadire il loro impegno a non abbandonare l’attività.
Alla fine, intorno al 10 dicembre, All Computer si è ritirata e le speranze si sono riaperte anche grazie all’arrivo di un po’ di soldi: Italia Logistica e Olivetti hanno pagato direttamente ai lavoratori gli stipendi di settembre e ottobre. Una boccata d’aria, ma non abbastanza per essere soddisfatti. E la lotta è continuata. «A inizio dell’anno è arrivato l’interessamento da parte di CellTell – continua Malerba – un’azienda con sede a Scarmagno che si occupa di manutenzione di dispositivi informatici. Purtroppo però a nulla sono valse le richieste per la tutela e l’integrazione di tutti e trentacinque i dipendenti di Compumaint. La CellTell ne ha assunti dieci, promettendo che, a seconda delle commesse che arriveranno, potrebbe arrivare a integrarne fino a trenta». Ma non trentacinque.
«Abbiamo anche chiesto una mano per la gestione degli ammortizzatori sociali, sollecitando l’assunzione di tutti i lavoratori e l’eventuale richiesta di cassa integrazione. Ma ci hanno risposto che la loro azienda, in cui sono impegnati circa 200 lavoratori, non è mai ricorsa alla cassa e non intende farlo ora». Una questione forse più di immagine che di sostanza. «E così, ad oggi, rimangono venticinque lavoratori senza stipendio di novembre e dicembre, mentre matura anche gennaio, e senza la tredicesima del 2009. Una brutta storia, che fino a poco tempo fa nessuno si aspettava di dover affrontare». E che si unisce alle vicende di una terra martoriata, dove spicca la questione Agile-Eutelia. Nel frattempo, dopo un ultimatum di 48 ore, pochi giorni fa i sindacati hanno chiesto l’istanza fallimentare per la Compumaint, al fine di accedere agli ammortizzatori sociali per quei venticinque dipendenti ancora senza un futuro lavorativo.
di Ilaria Leccardi, da Terra Comune del 20 gennaio 2010
venerdì 15 gennaio 2010
Vogliono zittire la stampa indipendente
Honduras: parla Cesar Silva, il giornalista sequestrato e torturato dai golpisti
Da un punto non precisato della regione centroamericana parla il giornalista che è stato sequestrato e torturatoLo scorso 29 dicembre, César Silva, comunicatore sociale impegnato a raccontare la lotta del popolo honduregno contro il colpo di Stato, è stato sequestrato e selvaggiamente percosso e torturato da sconosciuti, che Silva assicura essere membri dell'esercito o della polizia. Secondo le varie organizzazioni dei diritti umani dell'Honduras, quanto accaduto a Silva fa parte di una strategia repressiva promossa dal governo di fatto usando il braccio armato delle forze militari del paese, per seminare il terrore tra la popolazione ed i mezzi di comunicazione che non si sono piegati alle forze golpiste.
César Silva, insieme a Edwin Renán Fajardo, il ragazzo di 22 anni assassinato lo scorso 22 dicembre, sono autori di un'infinità di audiovisivi che sono stati materiale imprescindibile per raccontare al mondo la tragedia del popolo honduregno dopo il 28 giugno e per organizzare attività formative e di coscientizzazione della Resistenza in numerosi quartieri e colonie della capitale e nel resto del paese.
Durante il suo sequestro è stato incappucciato e portato nella zona periferica di Tegucigalpa, dove è stato interrogato per tutto il giorno e la notte affinché desse informazioni su presunti depositi di armi della Resistenza nel paese. È stato selvaggiamente percosso e torturato, denudato e quasi soffocato e alla fine è stato liberato, quasi come è accaduto a Walter Tróchez, il difensore di diritti umani della comunità LGBT assassinato pochi giorni dopo il suo sequestro.
Sirel e la Lista Informativa "Nicaragua y más" si sono mobilitate verso un luogo imprecisato della regione centroamericana per riunirsi con César Silva, il quale, immediatamente dopo il suo sequestro e liberazione, ha deciso di ascoltare i consigli di amici ed amiche ed ha abbandonato il paese con la sua famiglia.
Come è avvenuto il sequestro?
Venivo dal sud del paese dove era andato per distribuire del materiale audiovisivo ad organizzazioni contadine e arrivando alla capitale sono sceso dall'autobus ed ho preso un taxi per andare a casa. Non potevo certo immaginare che avevano intercettato il mio cellulare e che stavano ascoltando le mie chiamate dove segnalavo i miei spostamenti. Quando sono arrivato nella zona dell'anello periferico, una macchina si è accostata al taxi e le persone che stavano dentro hanno estratto la pistola, intimando al taxista di fermarsi. Pensando ad una rapina ho detto loro di prendere pure la telecamera e il computer, ma la loro risposta è stata molto chiara: "Non è questa m... che c'interessa, siamo venuti a prendere te, figlio di p...". Mi hanno fatto salire sull'auto, hanno minacciato il tassista affinché si dimenticasse di quanto accaduto e sono partiti. Prima mi hanno obbligato a chinare la testa e metterla tra le mie gambe e quando non ce la facevo più, mi hanno colpito violentemente sul viso e mi hanno incappucciato. Dopo circa un'ora siamo arrivati in un casolare, credo in campagna, e mi hanno rinchiuso in una stanza completamente buia. Dopo circa due ore è iniziato l'interrogatorio.
Che cosa è successo dopo?
L'aggressività di chi m'interrogava cresceva con il passare dei minuti, benché ci fosse sempre uno dei sequestratori che fingeva di essere il buono della situazione. Mi domandavano dove fossero le armi, chi le faceva entrare nel paese, quante cellule armate comandavo e quali erano i miei contatti internazionali. Io non capivo che cosa volessero da me e ripetevo loro che ero un giornalista e che non sapevo nulla delle armi. Hanno iniziato ad innervosirsi e a colpirmi sulla faccia, nello stomaco, sulla schiena e nei testicoli. Mi hanno spogliato e bagnato con acqua, poi mi hanno buttato per terra e mi hanno messo acqua delle narici. Infine mi hanno messo una sedia sulla trachea e ci si sono seduti. Stavo asfissiando. Dai loro commenti era chiaro che sapevano perfettamente chi fossi ed hanno anche parlato del materiale audiovisivo e di Renán Fajardo. Verso le tre del mattino hanno cercato di spaventarmi ancora di più ed a voce alta hanno iniziato a pianificare il mio omicidio. Alla fine hanno però detto che mi avrebbero liberato e che avevo un angelo custode che per il momento mi aveva protetto. Mi hanno fatto salire sulla macchina, sempre incappucciato e dopo circa un'ora si sono fermati. Hanno aperto la porta e la persona che stava al mio fianco mi ha dato un calcio e mi ha buttato fuori dalla macchina. Poi sono ripartiti.
Mi sono alzato a fatica e sono corso al Cofadeh per denunciare l'accaduto.
Ti sei chiesto il perché del tuo sequestro?
Quando la repressione già non avviene durante le manifestazioni, iniziano le catture selettive. Nel mio caso, credo che il lavoro fatto con Renán durante la chiusura di Radio Globo e Cholusat Sud-Canale 36 abbia fatto piuttosto male ai golpisti, perché il nostro materiale arrivava in tutti gli angoli del paese e in un certo modo aiutava a rompere l'isolamento e la disinformazione che erano gli obiettivi del governo di fatto. Producevamo materiale audiovisivo in cui facevamo vedere ciò che stava accadendo nel paese e che, ovviamente, nessun telegiornale o radio riportava. Raccontavamo la repressione, gli omicidi, la violenza e lo distribuivamo affinché la Resistenza l'usasse per informare la gente che non poteva ascoltare o vedere i mezzi di comunicazione che erano stati chiusi dai golpisti. Alla fine abbiamo deciso di sospendere le proiezioni perché sono iniziate le perquisizioni nei quartieri e nelle colonie dove svolgevamo le attività. Molti leader della Resistenza che promuovevano queste attività sono stati assassinati.
Perché credi che abbiano deciso di non ucciderti?
Credo che non avessero ricevuto l'ordine di farlo, altrimenti non ci avrebbero pensato due volte. Ma soprattutto sono convinto che l'obiettivo fosse quello di usare il mio caso per seminare terrore tra i colleghi honduregni, che portano avanti un lavoro che arreca danni e dà fastidio ai golpisti. Il messaggio è per gli altri: se hanno potuto fare questo a me, lo possono fare in qualunque momento con qualsiasi altro giornalista. Ciò che vogliono è zittirci. Quello che comunque mi preoccupa di più è che esiste una gran quantità di colleghi che si sono venduti per alcune monete ai poteri golpisti. Hanno venduto il sangue della gente per un lavoro.
Perché hai deciso di abbandonare il paese?
Dopo il mio sequestro sapevo che in qualunque momento potevano arrivare a casa mia ed assassinarmi.Gli organismi dei diritti umani e vari amici mi hanno inoltre detto che non volevano vedere sui giornali altre foto di vittime della dittatura e mi hanno consigliato di uscire dal paese per un po' di tempo. Spero sia solo per un periodo, perché voglio tornare e continuare il mio lavoro. Non ho paura, anche se devo essere più cauto per non rendere le cose troppo facili a questi assassini. Se mi vogliono ammazzare, che almeno facciano un po' di fatica.
Testo e foto Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua - www.itanica.org
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giovedì 14 gennaio 2010
Ricostruzione di paglia
L'AQUILA - Piero ha il volto sporco d’intonaco, sta completando gli ultimi ritocchi della nuova casa. Fuori fa già freddo, eppure la neve non lo spaventa. Lui vive qui da sempre, in questo paesino alle pendici del Gran Sasso. Nemmeno il terremoto gli ha fatto cambiare idea: “Sono stanco di stare in roulotte. Ormai sono otto mesi da quando la mia casa è inagibile. Ma la mia terra non la voglio abbandonare”. I 45 abitanti di Pescomaggiore, un borgo di origine medievale a 12 chilometri da L’Aquila e a quasi mille metri sul livello del mare, si sarebbero dovuti spostare a Camarda, in una delle tante new town previste dal piano di ricostruzione del Governo, nove chilometri più a valle. Non se ne sono andati.
Quattro per ora le case che stanno prendendo forma. I loro muri sono fatti di paglia. Balle rettangolari, accatastate anche negli angoli del cantiere. “Al di là di quello che si possa pensare, la paglia è un materiale ottimo per la costruzione: solido, capace di non disperdere il calore e isolare dai rumori. E soprattutto economico ed ecologico”, spiegano Paolo Robazza e Fabrizio Savini, fondatori del “Beyond architecture group studio mobile”, team di architetti che si propone di dare il proprio contributo al recupero del patrimonio architettonico dell’Abruzzo. Hanno alle spalle diverse esperienze di “architettura sostenibile e partecipata”: Robazza in Sudafrica, Savini in Spagna e Brasile.
Sono loro la mente del progetto Eva (Eco villaggio autocostruito), un’idea che avevano in mente da tempo e che nella tragedia del terremoto ha trovato vita. “Avevamo il desiderio di realizzare progetti partecipati con il coinvolgimento dei cittadini. Cercavamo chi ascoltasse le nostre soluzioni”, raccontano gli architetti. A Pescomaggiore c’era invece chi, come i ragazzi del Comitato per la rinascita del paese (nato ben prima del sisma, nel settembre del 2007), pensava si potesse ricostruire usando materiali poveri, appunto la paglia. Volevano provare, ma non sapevano come.
In tutto finora sono stati spesi 70mila euro, provenienti da donazioni e dall’autofinanziamento dei residenti. “Se il piano Case (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili, ndr) del Governo costa 2.700 euro al metro quadro, noi siamo stati più bravi, ne spendiamo solo 500”, spiega Fabrizio.
Ma la vera forza del progetto è nei volontari. Sessanta, da ogni parte d’Italia e pure dall’estero. C’è Max da Trieste, dove ha fondato una banca del tempo e fa il traslocatore, era già stato in Thailandia dopo lo tsunami del 2004: “Volevo venire giù subito, appena dopo il sisma. Quando ho letto su internet l’appello per salvare Pescomaggiore, mi sono precipitato”. Luciano, marchigiano, senza smettere di fumare “arriccia” il muro della casa di Piero: è uno dei pochi con esperienza in ambito edilizio, restaura volte a crociera.
Arianna, 27 anni, ha studiato filosofia e vorrebbe fare l’insegnante steineriana: “Sono arrivata qui ad agosto, poco dopo l’inizio dei lavori”. È grazie a lei che si sono uniti anche gli alpini di Caoria (Tn), il suo paese. “Loro sì che ci hanno dato un grande aiuto, in pochi giorni hanno tirato su una casa”. E poi Silvia, Ines e tanti altri ancora. Vivono in una piccola casa del paese, una delle poche agibili, come in una comune. Tra i gatti e i sughi al pomodoro, i libri e i materassi incrociati. In primavera sarà tutto pronto e Pescomaggiore sarà di nuovo in vita.
Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
Da Terre di mezzo di gennaio
mercoledì 25 novembre 2009
I tanti processi per amianto.
Il caso Montefibre di Pallanza
Lo chiamano sostanza killer, perché provoca malattie come il mesotelioma che non lascia scampo, o patologie croniche polmonari senza soluzione, come l’asbestosi, che causa insufficienza respiratoria, affanno, tosse continua. Un assassino subdolo, perché le sue vittime non muoiono subito, ma anni dopo averlo “incontrato”. Ma soprattutto un omicida onnipresente. È l’amianto che, oltre a colpire chi con esso ha lavorato, come in Italia gli operai Eternit, contro i cui dirigenti inizierà il processo a Torino il 10 dicembre, ha provocato stragi in tante industrie sparse sul territorio, dove veniva utilizzato negli indumenti che avrebbero dovuto proteggere i lavoratori dagli infortuni o come isolante.
È il caso della Montefibre di Pallanza (Verbania), ex Rhodiatoce, dal 1972 di proprietà Montedison, contro i cui dirigenti è iniziato il 6 ottobre il “processo bis”, ora in fase di udienza preliminare al Tribunale di Verbania. Un processo per omicidio colposo e lesioni personali che coinvolge 15 ex lavoratori dell’azienda che produceva nylon e rayon, morti per mesotelioma, e 9 operai che hanno contratto malattie asbestocorrelate. Imputati 16 dirigenti, alcuni dei quali già erano stati coinvolti nel primo processo per la morte di 11 operai. In quel caso il primo grado celebrato a Verbania si era concluso nel 2007 con un’assoluzione per 14 dirigenti perché, pur riconoscendo l’esposizione alla sostanza killer che nello stabilimento di Pallanza era utilizzato per la coibentazione di tubature e l’isolamento di impianti, il Tribunale di Verbania dichiarava l’impossibilità di attribuire la responsabilità ai singoli imputati che negli anni si erano susseguiti ai vertici dell’azienda. Una sentenza per molti scandalosa, ribaltata in secondo grado il 25 marzo di quest’anno dalla Terza sezione penale della Corte d’Appello di Torino che ha condannato gli imputati a pene tra gli 11 e i 20 mesi di reclusione. Si è in attesa ora della sentenza della Cassazione.
Nel “processo bis” alcuni nomi degli imputati ritornano, come quelli dell’ex presidente dell’Eni Giorgio Mazzanti, di Mario Valeri Manera, del Banco Ambrosiano, e di Alberto Grandi, ex amministratore delegato Montedison ed ex vice-presidente di Montefibre, altri cambiano. "Nell’udienza preliminare – spiega Laura D’Amico, legale delle parti civili e della Cgil – il Gup ha ammesso i congiunti dei morti, i lesionati e i loro congiunti, Cgil e Cisl di Verbania, Medicina Democratica, il Comune di Verbania, ma non la Provincia e la Regione Piemonte e nemmeno l’Associazione Italiana Esposti Amianto. Il secondo processo si è reso necessario perché le morti purtroppo continuano e continueranno ancora in futuro". Una sostanza come l’amianto provoca proprio questo, stragi diluite nel tempo che, senza l’impegno delle associazioni, rimarrebbero silenziose. "Uno dei grandi problemi riguarda i medici, spesso poco sensibili a segnalare casi di malattie che potrebbero derivare dall’esposizione all’amianto". L’udienza preliminare si aggiornerà il 25 febbraio.
Ilaria Leccardi di Terra Comune del 25 novembre 2009
È il caso della Montefibre di Pallanza (Verbania), ex Rhodiatoce, dal 1972 di proprietà Montedison, contro i cui dirigenti è iniziato il 6 ottobre il “processo bis”, ora in fase di udienza preliminare al Tribunale di Verbania. Un processo per omicidio colposo e lesioni personali che coinvolge 15 ex lavoratori dell’azienda che produceva nylon e rayon, morti per mesotelioma, e 9 operai che hanno contratto malattie asbestocorrelate. Imputati 16 dirigenti, alcuni dei quali già erano stati coinvolti nel primo processo per la morte di 11 operai. In quel caso il primo grado celebrato a Verbania si era concluso nel 2007 con un’assoluzione per 14 dirigenti perché, pur riconoscendo l’esposizione alla sostanza killer che nello stabilimento di Pallanza era utilizzato per la coibentazione di tubature e l’isolamento di impianti, il Tribunale di Verbania dichiarava l’impossibilità di attribuire la responsabilità ai singoli imputati che negli anni si erano susseguiti ai vertici dell’azienda. Una sentenza per molti scandalosa, ribaltata in secondo grado il 25 marzo di quest’anno dalla Terza sezione penale della Corte d’Appello di Torino che ha condannato gli imputati a pene tra gli 11 e i 20 mesi di reclusione. Si è in attesa ora della sentenza della Cassazione.
Nel “processo bis” alcuni nomi degli imputati ritornano, come quelli dell’ex presidente dell’Eni Giorgio Mazzanti, di Mario Valeri Manera, del Banco Ambrosiano, e di Alberto Grandi, ex amministratore delegato Montedison ed ex vice-presidente di Montefibre, altri cambiano. "Nell’udienza preliminare – spiega Laura D’Amico, legale delle parti civili e della Cgil – il Gup ha ammesso i congiunti dei morti, i lesionati e i loro congiunti, Cgil e Cisl di Verbania, Medicina Democratica, il Comune di Verbania, ma non la Provincia e la Regione Piemonte e nemmeno l’Associazione Italiana Esposti Amianto. Il secondo processo si è reso necessario perché le morti purtroppo continuano e continueranno ancora in futuro". Una sostanza come l’amianto provoca proprio questo, stragi diluite nel tempo che, senza l’impegno delle associazioni, rimarrebbero silenziose. "Uno dei grandi problemi riguarda i medici, spesso poco sensibili a segnalare casi di malattie che potrebbero derivare dall’esposizione all’amianto". L’udienza preliminare si aggiornerà il 25 febbraio.
Ilaria Leccardi di Terra Comune del 25 novembre 2009
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sabato 14 novembre 2009
Ricostruire processi e casi giudiziari in tema di amianto. Ci prova Casale Monferato
Casale Monferrato città della sofferenza e dell’impegno, ma anche città all’avanguardia per la “cura” dei siti contaminati (più di 28mila i metri cubi di materiale bonificato) e per lo studio dei rischi derivanti dall’esposizione all’amianto. Tanto che, quando la Regione Piemonte ha dato vita a fine 2008 al Centro regionale per la ricerca, la sorveglianza e la prevenzione dei rischi da amianto, ha scelto come sede proprio la città in provincia di Alessandria. Qui, all’interno del Centro, da quest’estate ha preso il via un progetto affidato a Stefano Zirulia, ricercatore dell’Università di Milano, che va oltre alla dimensione prettamente medica, per puntare allo studio della materia giuridica, una delle più spinose per la mancanza di coordinamento delle procure sul territorio e di banche dati.
Un problema sottolineato anche durante la conferenza nazionale sull'amianto, tenutasi a Torino dal 6 all'8 novembre, dal Procuratore Generale della Repubblica di Firenze, Beniamino Deidda, che di questi temi si occupa da oltre 40 anni: «Tra i maggiori ostacoli nella lotta contro le malattie professionali c’è la difficoltà di fare arrivare nelle aule di tribunale le denunce avanzate all’Inail. Pochi i magistrati competenti in materia e pochi i medici che segnalano alle procure i casi di mesoteliomi e malattie legate all’amianto. Ma soprattutto è difficile risalire ai processi pendenti e alle denunce per i casi di malattia professionale, visto che i capi di imputazione vengono classificati solo genericamente come omicidio colposo».
Casale ha provato a rispondere anche a questo problema. «Abbiamo già attivato un servizio di newsletter e rassegna stampa sul sito dell’Asl di Alessandria (www.aslal.it, ndr) - spiega Zirulia - ma l’obiettivo principale è creare una banca dati giuridica, di libero accesso online, che contenga la giurisprudenza penale, civile e previdenziale sugli effetti dell’amianto sulla salute. Facciamo un lavoro di ricerca, ma vista l’insufficienza di fonti come banche dati giuridiche e riviste di settore, stiamo soprattutto interpellando giuristi, avvocati e associazioni delle vittime attive in tutta Italia. Opereremo anche sui registri dei mesoteliomi, per incrociare informazioni mediche e i loro sbocchi giuridici. Scopriamo ogni giorno che c’è moltissimo sommerso, non quantificabile. La tre giorni di Torino ci ha dato la possibilità di entrare in contatto con realtà e associazioni diverse e l’idea per il futuro è anche quella di unire le forze per un coordinamento di livello nazionale».
Un problema sottolineato anche durante la conferenza nazionale sull'amianto, tenutasi a Torino dal 6 all'8 novembre, dal Procuratore Generale della Repubblica di Firenze, Beniamino Deidda, che di questi temi si occupa da oltre 40 anni: «Tra i maggiori ostacoli nella lotta contro le malattie professionali c’è la difficoltà di fare arrivare nelle aule di tribunale le denunce avanzate all’Inail. Pochi i magistrati competenti in materia e pochi i medici che segnalano alle procure i casi di mesoteliomi e malattie legate all’amianto. Ma soprattutto è difficile risalire ai processi pendenti e alle denunce per i casi di malattia professionale, visto che i capi di imputazione vengono classificati solo genericamente come omicidio colposo».
Casale ha provato a rispondere anche a questo problema. «Abbiamo già attivato un servizio di newsletter e rassegna stampa sul sito dell’Asl di Alessandria (www.aslal.it, ndr) - spiega Zirulia - ma l’obiettivo principale è creare una banca dati giuridica, di libero accesso online, che contenga la giurisprudenza penale, civile e previdenziale sugli effetti dell’amianto sulla salute. Facciamo un lavoro di ricerca, ma vista l’insufficienza di fonti come banche dati giuridiche e riviste di settore, stiamo soprattutto interpellando giuristi, avvocati e associazioni delle vittime attive in tutta Italia. Opereremo anche sui registri dei mesoteliomi, per incrociare informazioni mediche e i loro sbocchi giuridici. Scopriamo ogni giorno che c’è moltissimo sommerso, non quantificabile. La tre giorni di Torino ci ha dato la possibilità di entrare in contatto con realtà e associazioni diverse e l’idea per il futuro è anche quella di unire le forze per un coordinamento di livello nazionale».
venerdì 16 ottobre 2009
Il borgo che non c'è più
Gli ultimi ad averlo abitato ufficialmente furono degli immigrati albanesi. Ora di Brusaschetto Nuovo, un gruppo di case popolari nell'alessandrino abbuttute pochi mesi fa dalle ruspe, non è rimasto nulla. Ma non è morta la storia di chi vi ha vissutoQuelli di Brusaschetto non l’hanno mai amato, si sono sempre rifiutati di andarci ad abitare. Un reticolo di strade squadrate, come una prigione a cielo aperto, alloggi da 60 metri quadrati, uno sopra l’altro, costruiti sotto la collina e a due passi dal Po. E dove li mettevano i covoni e gli attrezzi di campagna? In quei minuscoli ripostigli pronti per essere alluvionati?
Così quelle quindici palazzine, con chiesa annessa, nacquero già come corpo estraneo. Accanto alla strada, quasi non fossero di nessuno. Hanno vissuto la loro storia travagliata di emarginazione, sofferenza e anche morte, e ora che le hanno abbattute nessuno le rimpiange. Forse solo i clandestini, i cinghiali o i satanisti che sono stati i loro ultimi abitanti.
Brusaschetto Nuovo fu costruito alla fine degli anni Cinquanta perché il paese di sopra, in cima alla collina, stava franando a causa delle escavazioni intensive nella miniera, o meglio nella cava di marna da cemento, portate avanti da imprenditori come Buzzi e Cementi Victoria. In queste case sarebbero dovuti andare a vivere gli abitanti del vecchio paese, visto che le crepe nelle loro abitazioni si allargavano a vista d’occhio.
Ma così non è mai stato. Ci andò invece gente venuta da fuori per lavorare: gli operai della centrale nucleare di Trino Vercellese, proprio di fronte al di là del Po, e poi, negli anni Novanta, i migranti albanesi. Ma non era proprio l’America.
Quelle terre meritavano una nuova vita. Almeno, questo hanno pensato l’amministrazione di Camino, il comune di cui Brusaschetto è frazione, e il Parco del Po, che qui ne disegna i confini. Il 19 gennaio 2009 è iniziata la demolizione dell’intero borgo, con l’obiettivo di riqualificare l’area e includerla in un progetto di naturalizzazione entro il 2013.
Un paese di minatori
Le colline del Basso Monferrato nascondevano un tesoro. Un materiale povero, che avrebbe rappresentato però l’oro della modernizzazione architettonica del ventesimo secolo: la marna. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nella zona compresa tra Camino e Brusaschetto, un gruppo di lungimiranti imprenditori diede via all’attività estrattiva. E la vita cambiò, nelle forme del paesaggio e nel quotidiano della gente. I contadini divennero minatori, abbandonati campi e risaie si ritrovarono immersi nella rete di gallerie che anno dopo anno sempre di più penetrarono sotto la collina. E presto quasi tutte le famiglie di Brusaschetto si ritrovarono ad avere almeno un componente assunto nelle ditte estrattive, tra i rischi del grisou e un lavoro che logorava il fisico.
Ma non solo le nocche o la schiena, anche il corpo della collina mutava. Le sue sembianze si arricchivano di ponti e rotaie per il trasporto dei materiali, e l’intensità dell’estrazione la rendeva più vuota e più fragile.
Sulle case iniziarono a vedersi le crepe già negli anni Trenta, come rilevano gli studi del Servizio Geologico d’Italia. Talvolta sembrava arrivasse il terremoto, perché la terra vibrava. Invece erano piccole frane. La paura aumentava e il problema giunse fino a Roma, alle aule del Parlamento. Furono i deputati originari della zona a interessarsene, con interpellanze e richiesta al Ministero dei Lavori Pubblici. Prima Walter Audisio, comunista, poi Paolo Angelino, socialista, quindi Giuseppe Brusasca, democristiano e nato proprio a due passi, a Gabiano. Dal 1951 al 1957 fu un susseguirsi di sollecitazioni.
“Alcune case stanno crollando, altre sono lesionate” tuonava Walter Audisio in una seduta della Camera del 1° febbraio del 1956, citando le parole del parroco di Brusaschetto: “Alcune abitazioni sono già state evacuate e le vite sono in pericolo. Il campanile della chiesa è inclinato di 40 centimetri verso la canonica e la chiesa stessa. Ora siamo in ansiosa attesa, sperando, finalmente, comprensione ed umanità per un pronto, efficace e massiccio intervento governativo, prima che sia troppo tardi”. Rispondendo ad Angelino, il 28 febbraio di quello stesso anno, il sottosegretario di Stato per i Lavori pubblici Giuseppe Caron spiegava: “Dagli accertamenti è risultato che il dissesto statico è dovuto al cedimento di vecchie gallerie al di sotto e in prossimità dell’abitato, ricavate prima del 1927 per l’escavazione di marna di cemento. Al fine di dare alloggio alle famiglie che hanno avuto la casa danneggiata è stata disposta l’assegnazione all’Istituto Case Popolari di Alessandria di 100 milioni di lire per la costruzione di un primo lotto di alloggi”.
Questo fu l’inizio di Brusaschetto Nuovo. Ma passarono ancora due anni prima dell’avvio dei lavori, come testimonia l’allarme lanciato dall’onorevole Brusasca nell’ottobre del 1957: “Il Ministero ha fatto stanziamenti e disposto progetti per la costruzione di nuove case in un sito sicuro, ma le pratiche sono talmente lente che ci avviciniamo all’inverno e le opere sono ancora da eseguirsi”. Eppure, nonostante le richieste di aiuto dalla popolazione ripetute negli anni, la paura e l’incertezza che minavano la quotidianità, una volta terminati i lavori nel 1958 quelle case rimasero vuote.
La vita comunque
Alla fine degli anni Cinquanta le miniere chiusero. E il paese in cima alla collina poco a poco si spopolò. Dai quasi 800 abitanti del 1921 si passò ai 195 del 1961. Proprio l’anno in cui a Trino Vercellese, al di là del fiume, iniziarono i lavori per la costruzione della centrale nucleare “Enrico Fermi”. E un lampo di vita arrivò anche a Brusaschetto Nuovo. Nessun contadino si decise a scendere in basso, la gente venne da fuori. Gli operai della centrale abitarono le case popolari per alcuni anni. E successivamente qualcuno continuò a vivere in questo reticolato di abitazioni tutte uguali, gialle con il tetto rosso, con un’alta chiesa di mattoni a fianco. Lo testimoniano i numeri dei censimenti: 80 persone nel 1971, 88 nel 1981 e 54 nel 1991.
Di questi uomini e di queste donne non rimane però niente nella memoria popolare. È come se coloro che vivevano da generazioni sulla collina avessero rinnegato quell’asettico villaggio, costruito per soccorrerli dalla frana, ma considerato fin dal primo momento un corpo estraneo. Eppure, nonostante tutto, la vita c’era. Travagliata, come dappertutto, forse solo un po’ più difficile. Muri quasi di cartone, non un negozio né un parco per i bambini. Si parla anche di un fatto di sangue, un giallo all’inizio degli anni Ottanta. Il Po era così vicino che le alluvioni non davano tregua, quelle del 1994 e nel 2000 sono solo le più note.
Negli anni Novanta arrivarono gli albanesi, sfollati in questo borgo. Il ritmo delle emigrazioni segnò il tempo fino al 2000, quando il Comune decise di murare gli ingressi e le finestre degli stabili. Eppure il tanto denigrato paese continuava ad essere un desiderio, o forse riparo, per qualcuno. Poveri, disadattati e clandestini che nel tempo hanno sfondato i mattoni e occupato quegli spazi, lasciandosi alle spalle pure i segni di un incendio. E di notte, anche se nessuno ha mai potuto dare un nome agli autori, comparivano scritte sataniste e murales grotteschi con protagonisti la centrale e l’ambiente contaminato di questo territorio. Ma anche un grande disegno in stile western che si dipanava su due case adiacenti, e una serie di scritte ammonitrici: “Mai più così. Viva il Po” e “Noi siamo vivi”.
Le ceneri del borgo
Quello di Brusaschetto Nuovo stava iniziando a diventare un problema. Più che altro per il degrado, la desolazione e lo stato di abbandono di strade e case. Fu anche cintata come zona pericolante. Fino a quando, nel 2008, maturò la convinzione che l’unica strada percorribile fosse abbattere il complesso edilizio e ricominciare da capo. Attori della svolta, il Comune di Camino e il Parco Fluviale del Po tratto vercellese-alessandrino, promotori di un intervento di riqualificazione.
Il progetto è stato presentato alla popolazione durante un’assemblea molto partecipata la sera del 15 gennaio 2009. “È un traguardo che vedevamo molto lontano, finalmente ce l’abbiamo fatta”, ha introdotto soddisfatto il sindaco Sergio Guttero, quasi a fine mandato. “L’idea, ha aggiunto il presidente del Parco del Po Ettore Broveglio, è di riqualificare un’area utilizzando i proventi dell’attività estrattiva. Ripristinando la situazione ambientale di oltre cent’anni fa”. La concessione ha una durata di cinque anni a partire dal settembre 2008. “Progressivamente, ha concluso Nemesio Ala, consulente della ditta Nord Scavi incaricata della demolizione e della riqualificazione, costruiremo habitat, ecosistemi e particolari isole per la fauna. Insomma, un luogo da un lato bello, dall’altro ricco di vita e biodiversità”.
La mattina del 19 gennaio la neve copriva ancora i tetti delle case. La Giunta comunale e i politici della provincia si erano radunati al gran completo per assistere a quello che nella zona stava diventando un vero e proprio evento. Fascia tricolore, taglio del nastro e via alla ruspe. In pochi giorni Brusaschetto non ci sarebbe più stato: spazzato via dal paesaggio come già lo era stato dalla memoria degli abitanti. La prima casa e poi le altre. Mano a mano che i muri e le stanze venivano sventrati emergevano i dettagli di una vita recente. Una parete dipinta di verde, fotografi e, una copia di Topolino, poltrone, brandine, coperte, addirittura vestiti. Come a dire: fino all’ultimo la vita c’era. E, se ti spostavi vicino alla chiesa, potevi vedere al centro della navata un’inquietante sedia a rotelle forse utilizzata per qualche strano rito. Anch’essa spazzata via dalle ruspe.
La rinascita
Le case ora non ci sono più, le macerie nemmeno. Dove un tempo sorgeva Brusaschetto Nuovo si incomincia a vedere un laghetto. Ma gli scavi andranno avanti ancora per molto e l’ambiente si modificherà ulteriormente. I camion che trasportano via la terra proseguiranno il loro lavoro e qualche disagio turberà il quieto vivere degli abitanti, costretti ad usare una strada battuta vicina al fiume Po in vista della realizzazione di quella nuova ai piedi della collina. Era proprio questo che più li preoccupava durante l’assemblea di gennaio. “Ce la farete prima dell’inverno?” si domandavano.
“Il progetto interessa circa 40 ettari di golena, di cui solo una piccola parte era occupata dagli edifici. Per rendere l’idea, pari a 40 campi di calcio, il doppio della superficie complessiva del parco del castello di Camino”, spiega Maria Teresa Bergoglio, responsabile del settore edilizio e urbanistico del Parco. E anche i cinghiali vogliono la loro parte. Sono infatti previsti attraversamenti per la fauna selvatica, che negli ultimi anni si era ricavata la sua strada a due passi dalle case. “Al termine dell’intervento, conclude Bergoglio, il progetto prevede circa metà superficie dedicata a bosco e radura, l’altra parte suddivisa tra aree umide e specchi d’acqua con profondità massima di 3,5 metri sotto falda, poco meno della quota del fondo alveo del Po”.
Così, il volto del futuro sarà come quello del passato e i cinquant’anni di Brusaschetto Nuovo non saranno mai esistiti. Non per tutti. C’è chi ce li ha ancora negli occhi, nelle mattine di rugiada o nei pomeriggi assolati, magari al ritorno dal lavoro. Perché, incastrata tra i colli e il Po, c’era una zona grigia che era stata per anni la vita di qualcuno.
Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
Da PiemonteMese di ottobre
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