venerdì 7 maggio 2010

Uppercut. Un pugno al razzismo

Naceur ha i capelli scuri, con qualche lieve sfumatura grigia. Nel corpo una forza esplosiva, la voce tonante, gli occhi profondi. È tunisino, cintura nera, quarto dan di Taekwondo. Ha fatto parte della Nazionale del suo Paese, partecipando alle selezioni per Seul 1988. Oggi insegna la sua arte nella palestra della Polisportiva Antirazzista Uppercut. Una realtà nata ad Alessandria nel 2007 nel Centro Sociale Crocevia, e che dall’aprile 2009 ha trovato una sede ufficiale in via Piave 65, nell’ex caserma dei Vigili del Fuoco, riuscendo a dare il via a diverse nuove attività.

Le grida degli allievi impegnati nell’allenamento si sentono fin dalla strada. Una popolazione mista di italiani e migranti, da bambini di 4-5 anni riuniti con altri giovanissimi in un corso specifico ai trentenni del corso per adulti. Si stanno preparando per una gara e per l’esame di cintura. Alcuni la indossano bianca, alcuni gialla, poi blu e rossa. Nera solo Naceur, almeno per ora. “Questo corso è il nostro fi ore all’occhiello”, sorridono soddisfatti Federica e Andrea, due dei ragazzi che hanno dato via al laboratorio sportivo e sociale di via Piave, diventato ormai un cuore pulsante della città. Non solo per le attività sportive che al suo interno si svolgono, ma per tutta una serie di iniziative rivolte alla popolazione italiana e migrante. Impegno politico e sociale, partecipazione attiva, condivisione.

Tutto inizia nell’ottobre 2008, quando un gruppo di ragazzi appartenenti a varie realtà alessandrine come il Centro Sociale Crocevia, il Movimento Studentesco, la Rete Sociale per la Casa e la stessa Uppercut, ancora agli inizi del suo percorso, affiancati dalla Comunità di San Benedetto di Genova (quella di Don Gallo, per intenderci), occupano lo stabile di via Piave, dismesso ormai da due anni, dopo il trasferimento dei Vigili del Fuoco in una nuova sede. La caserma è grande, costituita da diverse palazzine e da un corpo centrale che un tempo al piano terra ospitava uffi ci e al primo piano una palestra, non tanto grande e nemmeno nuova, ma in buono stato. Fino ad alcuni anni fa vi si allenavano i vigili del fuoco e gli atleti della storica Società Ginnastica Scapolan di Alessandria, costretti ad abbandonare l’impianto nel 1995. L’occupazione dura due settimane, poi i ragazzi indicono un’assemblea pubblica, il 17 ottobre. Un appello alla cittadinanza, al motto di “Abbiamo liberato uno spazio, ora liberiamo le idee!”, e una richiesta all’amministrazione provinciale, proprietaria dell’immobile.

“L’obiettivo era recuperare un luogo dismesso da troppo tempo e restituirlo alla città”, spiega Federica. “Volevamo uno spazio che fosse antirazzista, antifascista, antisessista e antiproibizionista. Insomma, uno spazio aperto a tutti. E così ci siamo dati una sorta di regolamentazione, per cui abbiamo deciso, ad esempio, di non bere e non fumare all’interno dello stabile. Un modo per dimostrare il rispetto verso culture e sensibilità diverse, e per permettere a tutti di avere accesso a questo nuovo ambiente e di viverlo nel migliore dei modi”.

In seguito all’assemblea, la Provincia concede lo spazio in comodato d’uso gratuito ai ragazzi e da quel momento partono i lunghi mesi di ristrutturazione. L’inaugurazione, il 24 aprile 2009, dà il via a tante attività: dai corsi di alfabetizzazione e lingua italiana per bambini, ragazzi e adulti stranieri, ai corsi di lingua araba e spagnola; dallo sportello legale a quello per la raccolta e distribuzione di vestiti; dalle attività della Rete Sociale per la Casa e dell’Associazione “Migranti Senza Frontiere” all’idea di dar vita a un laboratorio teatrale multietnico. Ma, soprattutto, la dinamica e vitale palestra, che, come le altre realtà, ha avuto un ruolo importante anche in occasione dello sciopero nazionale dei migranti, tenutosi in tutta Italia il 1° marzo e organizzato ad Alessandria a suon di assemblee che hanno visto protagonisti, oltre ai rappresentanti di tante associazioni di migranti del territorio, anche i ragazzi dei corsi, i genitori, gli insegnanti. In vista di quell’appuntamento la palestra era stata teatro di un incontro pubblico, il 13 febbraio, in cui è stato presentato l’evento ai cittadini e proiettato un video sui fatti di Rosarno. Quel giorno la palestra era affollata, ma in realtà è popolata tutti i giorni. Ogni settimana, dal lunedì al giovedì, a partire dalle 18, quel grande spazio dalle pareti bianche e in qualche punto un po’ ammuffi te, si riempie di bambini e ragazzi che partecipano ai corsi. Alle pareti campeggiano striscioni e manifesti che riportano scritte del tipo: “Nello sport come nella vita. Nella vita come nella lotta. Solidali”. E lo spirito che si respira al suo interno è davvero questo.

Finora le discipline che sono state attivate sono quattro. Il già citato Taekwondo, arte marziale coreana il cui nome significa letteralmente “arte dei calci volanti e dei pugni”; la boxe, come testimoniano i sacchi appesi a una delle pareti lunghe della palestra, attività in cui l’Uppercut collabora con l’Associazione Pugilistica
Valenzana; il calcio a cinque, sezione in cui si sono già formate diverse squadre maschili e femminili, che hanno partecipato a tornei antirazzisti e puntano per il futuro a un ingresso nei tornei Uisp, di cui l’intera Polisportiva fa parte. Infine, l’ultima arrivata, il minibasket, i cui corsi sono organizzati dalla associazione senegalese Diaspora.

Prezzi popolari per le iscrizioni, le cui quote finiscono completamente in cassa comune. Allievi e sportivi provenienti da tutte le parti del mondo, dal Nordafrica all’America Latina, dai Paesi dell’Est europeo all’Africa nera. In questa palestra tutti i giorni lo sport diventa veicolo di unione e socializzazione, il tentativo di costruire qualcosa senza grandi risorse economiche ma con grandi risorse umane, passione e serietà. Lo dimostra l’impegno di Naceur, che è anche coordinatore regionale della Fita (Federazione Italiana di Taekwondo), e nei prossimi mesi ha già programmato una serie di competizioni a livello regionale e non solo. Per una gara se ne andrà addirittura in Svizzera con i suoi allievi, a cui chiede puntualità, impegno, partecipazione. “Ogni calcio e ogni pugno preso o dato qui dentro, spiegano i ragazzi della Polisportiva, è contro il razzismo e punta alla partecipazione di tutti, senza barriere, per costruire un percorso comune di lotta contro le discriminazioni e di valorizzazione delle differenze”.

Un percorso che parte dalla strada, dalle esperienze condivise, dalle difficoltà: lo dice il nome stesso della Polisportiva, “Uppercut”, un pugno che parte dal basso.

di Ilaria Leccardi, da Piemonte Mese di maggio 2010

martedì 4 maggio 2010

Stefano Cucchi: falsità ed omissioni per nascondere il pestaggio

Sarebbe bastato un semplice cucchiaino di zucchero sciolto in un bicchiere di acqua a salvare la vita di Stefano Cucchi. E’ quanto i pubblici ministeri Barba e Loy scrivono nell’atto di fine indagine appena depositato che contesta “le mancate cure” al giovane da parte del primario dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dei quattro medici e dei tre infermieri. Le accuse sono precise: favoreggiamento e abbandono di incapace con l’aggravante di averne provocato la morte, abuso di ufficio e falso ideologico. Tredici le persone coinvolte che finiranno sotto processo tra personale medico e paramedico, secondini e un dirigente dell’amministrazione penitenziaria.

Ma ripercorriamo insieme le tappe:
15 ottobre 2009, ore 23,30: Stefano Cucchi viene arrestato per possesso di modesta quantità di sostanze stupefacenti. E’ sano, la mattina era stato in palestra ad allenarsi.
16 ottobre, sotterranei del tribunale di Roma: al processo Cucchi arriva con il volto gonfio e con delle ecchimosi sotto gli occhi.
22 ottobre ore 03,00: Stefano Cucchi muore per disidratazione nel padiglione carcerario dell’ospedale Pertini di Roma; è denutrito, ha il corpo ricoperto di ematomi, fratture e altre lesioni.
La procura avvia un’indagine per omicidio preterintenzionale, la salma del giovane romano viene riesumata per ulteriori accertamenti, il 13 novembre arrivano i primi avvisi di garanzia ai tre agenti della polizia penitenziaria e ai tre medici del Pertini.
Il DAP, dipartimento di amministrazione penitenziaria, dispone un’inchiesta interna e assolve gli agenti; i medici vengono rimossi dalla Asl ma, in seguito alle proteste dei colleghi e dell’ordine dei medici, vengono reintegrati.

Oggi cade l’accusa di omicidio, la posizione degli agenti della penitenziaria si attenua, è vero, ma quella dei medici fa venire la pelle d’oca, rischiano otto anni di carcere.
Hanno abbandonato Stefano, hanno aggiustato la cartella clinica, hanno “orientato” la destinazione in un reparto, quello carcerario, non adatto alle condizioni del paziente e infine hanno mentito sulle “buone condizioni di salute”. Scrivono i pm:“ intenzionalmente gli procuravano un danno ingiusto di rilevante gravità nel ricoverarlo in un centro inidoneo”.

Ma ancora una volta non si riesce a dare una risposta alla domanda: come un ragazzo arrestato in buone condizioni di salute si è ritrovato morto in un letto d’ospedale dopo soli sei giorni? I medici lo avrebbero potuto salvare ma chi lo ha ridotto in quello stato?
E’ quanto si cercherà di capire nel dibattimento. Negli atti depositati qualche altro frammento di verità viene fuori: si riconosce, intanto, che all’origine del decesso c’è stata un’aggressione e forse più d’una; c’è l’ipotesi che “in concorso tra loro alcuni agenti, abusando della loro autorità, spingendo e colpendo con calci Stefano Cucchi, lo facevano cadere in terra causandogli politraumatismo, lesioni e fratture alla IV vertebra sacrale” e perchè si sarebbero così accaniti contro il detenuto? “per farlo desistere dalla richiesta di farmaci e dalle continue lamentele”.
Gli agenti non sopportavano i lamenti di dolore del geometra romano, non volevano sentirlo, dava loro fastidio dunque bisognava punirlo.

La famiglia di Stefano Cucchi non si arrende, la sorella Ilaria parla di ricostruzione “allucinante” di quei momenti. “Ora so che mio fratello è stato ucciso -ha detto- questa cosa è stata chiarita, Stefano è stato letteralmente abbandonato dai medici che si sarebbero dovuti prendere cura di lui” ha aggiunto Ilaria. La sorella e tutta la famiglia di Stefano ora sperano che nei prossimi giorni si faccia chiarezza e si scopra la verità sulle prime ore dopo l’arresto del ragazzo, partendo dal pestaggio potrebbe nuovamente cambiare la posizione degli agenti della penitenziaria che lo tennero in custodia.

Ma bisognerà attendere il processo per avere una risposta alle centinaia di domande che tutti noi ci siamo posti in questi interminabili 200 giorni. Appare chiaro però l’impulso sadico che ha invaso corpo e mente di questi 13 uomini, una violenza gratuita, una cattiveria difficilmente raccontabile forse dettata dalla paura di essere scoperti e additati come torturatori che prima ha fatto marcire, nelle celle di sicurezza del tribunale, un giovane romano arrestato per 20 grammi di hashish e due di cocaina e poi lo ha lasciato morire sapendo che si sarebbe potuto salvare con un semplice bicchiere di acqua e zucchero.

di Roberta Serdoz, da Articolo21, 2 maggio 2010

sabato 1 maggio 2010

Eternit: le menzogne, l'irrisione, le spie

"La politica dell’Eternit era di negare, quasi ridicolizzare, coloro che prendevano posizione sulla pericolosità dell’amianto. L’azienda escludeva la possibilità di rischi. Anche contro questo abbiamo dovuto batterci, per recuperare una coscienza collettiva". Lunedì 26 aprile, al maxiprocesso contro i dirigenti della multinazionale dell’amianto, è stato il giorno di Bruno Pesce, il secondo teste chiamato dal pm. Segretario della Camera del Lavoro di Casale Monferrato dal 1979 e referente dell’Associazione Famigliari delle Vittime, Pesce ha ripercorso gli ultimi anni di vita dello stabilimento casalese, chiuso nel 1986, e la lotta mai cessata contro l’amianto. E ha raccontato come, proprio negli anni in cui operai e cittadini iniziavano a comprendere la correlazione tra polveri di amianto e morti, la multinazionale lavorava per smentire ogni preoccupazione.

"Ricordo appelli della Eternit, anche sui giornali, che invitavano i cittadini a visitare la fabbrica. L’azienda negava i pericoli, lo ha fatto in Italia, ma anche all’estero, in Francia, in Svizzera, per non parlare del Brasile. Addirittura il dottor Costa, un dirigente dell’area commerciale, in un convegno del 1979 affermò che l’amianto blu non era cancerogeno. Ma non era vero e da noi quell’amianto si usava, soprattutto per la lavorazione dei tubi". Poi un giorno l’Inail smise di pagare il premio supplementare per chi lavorava in Eternit, prendendo per buoni i dati dell’azienda secondo cui il pericolo in fabbrica non esisteva più. Una decisione contro cui sindacato e lavoratori si batterono, intraprendendo nel 1981 una vertenza collettiva e portando l’Inail in tribunale, con una causa vinta nell’89.

Le attività del sindacato stavano diventando pericolose per i vertici aziendali, tanto che alle calcagna di Pesce e compagni fu messa addirittura una spia. "Si chiamava Cristina Bruno, una giornalista freelance che aveva scritto articoli sui giornali locali, come Il Piccolo e La Vita Casalese. Veniva ai nostri incontri, era insistente e petulante. Voleva partecipare alle riunioni private e noi non ci preoccupavamo". Solo dopo si scoprì che era pagata da una società di Milano incaricata di informare i vertici Eternit sulle mosse del sindacato. Un interesse costante della multinazionale che però non si traduceva nella volontà di fare qualcosa per rimediare al disastro ambientale sul territorio, come dimostra lo stato di abbandono in cui furono lasciati gli stabilimenti dopo il 1986, anno di chiusura della Eternit in Italia. "La bonifica è stata fatta a partire dal 2000, ma solo con fondi pubblici, senza alcun contributo dell’impresa".

L’azienda, che ancora oggi sostiene di lavorare l’amianto in modo sicuro, ad esempio in Canada, durante gli anni di attività in Italia nemmeno si preoccupava del problema. Lo ha detto anche Ezio Buffa, l’ultimo testimone chiamato ieri a parlare in tribunale. Assunto nel 1954 e pensionato dal 1978, perché malato di asbestosi (oggi al 76%), Buffa ha raccontato la sua realtà, quella dei lavoratori: le macchine che perdevano polveri, i pavimenti puliti a colpi scopa, gli scarti industriali rotti nel piazzale con un caterpillar cingolato e il polverino regalato alle famiglie da usare in casa come isolante o pavimentazione. E poi la conferma: dall’azienda nessuna protezione, nessun avvertimento e nemmeno la possibilità di parlare del problema amianto durante le ore di lavoro.

A margine del processo una notizia di cronaca sportiva. E’ morto Sergio Castelletti, terzino sinistro della Nazionale e della Fiorentina negli anni sessanta. Era nato a Casale il 30 dicembre del 1937, e sul campo dove le buche venivano colmate con il polverino si era allenato fin da ragazzino. Il mesotelioma ha ucciso anche lui.

di Ilaria Leccardi, da Terra Comune del 30 aprile 2010

giovedì 15 aprile 2010

Eternit. Nicola Pondrano, il primo testimone, commuove il tribunale

"Alberto aveva 47 anni, Mario ne aveva 53, Franca 58, come Evasio. Lo chiama­vamo “il palombaro”, perché andava in giro ricoperto di sacchetti di plastica dicendo: “Ho una bella moglie giovane, un figlio piccolo, non voglio morire”. Se n’è andato anche lui. Erano i miei compagni, lavoravano con me. Persone con cui ho diviso il panino, tutti i giorni, e anche i momenti di allegria. Morivano, i miei amici moriva­no. Era la quotidianità di questi addii che rendeva la situazione insopportabile".

Le parole di Nicola Pondrano hanno ammuto­lito l’aula 1 del Tribunale di Torino, durante l’ottava udienza del maxiprocesso Eternit. La prima deposizione, lunga, sofferta, per un uomo, operaio, delegato e poi dirigente sindacale della Cgil di Casale, che ha pas­sato oltre 30 anni a battersi contro l’amian­to e i suoi effetti. È iniziata così la lunga serie di audizioni al maxiprocesso Eternit, respinta dalla Corte la richiesta della di­fesa di chiamare a testimoniare tutte le parti lese e ammessi solo due consulenti per parte e due testimoni per ogni titolo di prova. Quattro ore di testimonianza in cui l’uomo, assunto nello stabilimento di Ca­sale nel 1974 a poco più di vent’anni, ha raccontato il modo di lavorare in fabbrica, le prime prese di coscienza di una trage­dia già in corso da tempo, ma allora an­cora senza volto e senza nome.

"Hanno iniziato a insospettirmi i tanti, troppi, ma­nifesti che in campagna si definiscono “da morto” appesi all’esterno della fabbrica. Riportavano nome, cognome ed età. Tutti giovani, 50, 48 anni. Io e gli altri lavoratori ci interrogavamo sulle polveri, evidenti in quello stabilimento vetusto. Si vedevano a occhio nudo, sulle tute blu che portava­mo a lavare a casa a fine settimana. Si vedevano nei reparti". Così come per le strade, quando camionette scoperte trasportavano in città gli scarti di produzione frantumati. "Bastava un soffio di vento e le polveri si spargevano ovunque".

Che in Eternit si morisse di amianto si sape­va da qualche tempo. Aveva iniziato ad occuparsene il prete operaio Bernardino Zanella che ispirò l’impegno di Pondrano nei primi anni di lavoro in fabbrica, e dise­gnò una prima mappa grezza delle fonti di rischio dell’Eternit. Ma lo sapeva anche la coscienza collettiva dei lavoratori. "Mi ri­cordo Piero Marengo. Stava seduto su un sacco di amianto, dimostrava ottant’anni anche se ne aveva molti meno. Era uno degli ultimi facchini della Eternit ad aver lavorato l’amianto con le mani e averlo spostato con il forcone. Si trovava in un reparto in cui io, giovane operaio e delegato sindacale, un giorno ero andato a curiosa­re. Mi ha visto giovane, forse più giovane degli anni che avevo, e mi ha detto: “Cosa sei venuto a fare qui dentro. Sei venuto a morire anche te?”".

Ma la questione inizia presto ad emergere anche nei documenti, nei volantini diffusi dal consiglio di fabbri­ca. Da una parte Pondrano, membro della commissione ambiente di quel consiglio, che si batte assieme agli altri sindacalisti, si arrabbia, rivendica, cerca una conferma scientifica, che trova quando si comincia a parlare di un tumore specifico legato a questo tipo di lavorazioni, il mesotelioma. Dall’altra parte l’azienda, che sminuisce, e parla addirittura in difesa dell’amianto blu. Nel 1978 il Sil (Servizio Igiene Lavoro), strumento tecnico della Eternit addetto alle rilevazioni in fabbrica, con cui i sindacalisti hanno frequenti colloqui, emette un docu­mento in cui sostiene che i dati sull’am­biente nello stabilimento siano sotto i limiti imposti dalla legge, e chiude "… ricorda­tevi che il fumo di sigaretta è nocivo e pro­voca il cancro".

Il botta e risposta tra il pm Gianfranco Colace e Nicola Pondrano, anche attraverso l’utilizzo di filmati storici, ricostruisce passo dopo passo quali fos­sero le modalità di lavoro, l’utilizzo e il trat­tamento dei materiali di scarto delle produzioni, dove e come si mangiava, dallo scaldavivande portato da casa alla mensa istituita nel 1978. Poi i reparti. Quelli dove si lavorava a mano, e quelli più “balordi”, in cui Pondrano, cassa integrato e vittima come molti altri della crisi che colpì l’azien­da alla fine degli anni ‘70, viene mandato a lavorare saltuariamente. Qualche volta a pulire i filtri delle polveri, protetto solo da una tuta di carta, oppure per due mesi a insaccare il materiale macinato dal mulino Hazemag.

"Nel 1976 avevo 26 anni. An­davo lì con un sacco in mano, la polvere cadeva pesantemente dentro e si alzava. Avevo tanti capelli e quando arrivavo a casa mia figlia mi chiedeva se poteva farmi cadere dalla testa quella polvere bianca. E io, pur occupandomi di temi ambienta­li, non ho avuto l’intelligenza o la maturità per dirle no. Adesso mi porto dietro questa paura, la paura che capiti qualcosa a lei". Ma a morire di amianto non erano solo gli operai dei reparti peggiori. Erano anche il capo della manutenzione, gli impiegati, coloro che lavoravano nel reparto plasti­ca. La Eternit era tutta “contaminata”, come attestato da una causa avanzata in quegli anni da lavoratori e sindacato. Una “morbigenità ambientale” provocata an­che da eventi detti “straordinari”, ma in realtà molto frequenti, come l’intasamen­to delle tubazioni. "Bisognava sbloccarle a mano e si alzavano nuvole di polveri". Un delegato sindacale fu anche licenziato dopo una reazione forte, in seguito a un evento simile. E le pulizie straordinarie, fatte a forza di scopa e paletta, avveniva­no quando si sapeva che sarebbero "… arrivati gli svizzeri".

Ilaria Leccardi da Terra Comune del 14 aprile 2010

venerdì 26 marzo 2010

Pazzi per il cinema

Attraversano l’Abruzzo con un pullman per portare film e vita agli isolati delle new town. Loro, che sono Matti

L'AQUILA - Il brusio si sente anche dall’esterno, la stanza è una scatola sottile. Un container anonimo, come se ne vedono tanti dopo una catastrofe. Isolato, a lato dei padiglioni che un tempo ospitavano il manicomio di Collemaggio a L’Aquila. Rispetto ai muri crepati delle vecchie strutture, questo parallelepipedo bianco dà una certa sicurezza.

Ogni giorno si ritrovano qui una ventina di ragazzi del Centro di salute mentale. “Una beffa del destino tornare nel luogo che avevamo abbandonato più di dieci anni fa, al termine di una lunga lotta. È una collocazione di sofferenza, ma l’abbiamo accettata, dopo sette mesi passati in tendopoli”. Alessandro Sirolli, direttore del Centro, ha modi gentili e barba incolta. È uno psicologo di frontiera: allievo di Franco Basaglia, è stato impegnato fin dagli anni ’70 nel processo di smantellamento dei manicomi, in particolare quello di Collemaggio, chiuso nel 1996.

Ripartire dopo il terremoto non è stato semplice, ma Sirolli l’ha voluto fare proprio con i suoi matti e con un’iniziativa particolare. Dal 20 febbraio, infatti, gira con loro per le new town abruzzesi a bordo del Cinebus. “È un autobus trasformato in cinema -spiega lo psicologo-, per portare film e dibattiti nei nuovi quartieri, dove mancano spazi di socialità e la gente è sempre più isolata”.

L’Ama, l’azienda dei trasporti aquilana, ha concesso un pullman. La onlus romana “Chiara e Francesco” e l’associazione “180 amici” si sono fatte carico dell’impianto di proiezione e dei costi per due operatori. La prima tappa è stata la piazza del Duomo, nel centro de L’Aquila. Il Cinebus ha poi toccato le frazioni di Roio, Paganica e Colle Brincioni.

Il tour andrà avanti per tutta la primavera. Nei fine settimana il pullman raggiunge una delle new town, la gente si accomoda sui sedili e si gode lo spettacolo. Finora sono stati proiettati la fiction su Basaglia “C’era una volta la città dei matti”, “Si può fare”, del regista Claudio Manfredonia con la partecipazione di Claudio Bisio, e “Tutta la vita davanti”, di Paolo Virzì.

“È un ottimo modo per coinvolgere i matti, che mi accompagnano nelle diverse tappe del viaggio. Alla fine di ogni pellicola i cittadini e le persone che frequentano il Centro discutono di quello che hanno visto ma anche delle condizioni in cui stiamo vivendo oggi”.

Il contatto con la cittadinanza è linfa vitale per Sirolli e la sua attività. “Già prima del terremoto, avevamo pensato a una serie di iniziative da realizzare nella nostra sede appena ristrutturata, in via San Marciano, un palazzo settecentesco ora inagibile: un milione e 300mila euro di danni causati dal sisma”. L’idea era quella di presentare testi di scrittori abruzzesi. La scossa, però, ha sconvolto tutto. “Dopo il 6 aprile, la nostra terra si è riempita di giornalisti ed è arrivata una valanga di libri sul terremoto”, racconta Sirolli. I libri sono stati il primo veicolo per intraprendere quelli che lo psicologo chiama “laboratori di cittadinanza”.

I ragazzi di Sirolli hanno vissuto nelle tende, in mezzo agli altri. “Abbiamo scelto di stare nella tendopoli, quella del campo Globo, che si è trasformata nella sede provvisoria del Centro e in casa per decine di ragazzi che avevano perso la propria. Non senza resistenza della Protezione civile che ci voleva isolare su una collina. La tenda è uno spazio di socialità e contaminazione, proprio quello che cercavamo quando nel 1996 siamo usciti dal manicomio per permettere a queste persone di vivere in appartamenti in città”.

Il giorno dopo il terremoto era arrivata anche una proposta. Inaccettabile. “Tranquilli, ve li prendiamo noi i matti”. Erano i responsabili di Villa Pini, la casa di cura di Chieti di proprietà della famiglia Angelini, oggi al centro di un’inchiesta giudiziaria per truffa.

Sirolli ha voluto difendere i propri matti, scegliendo una soluzione precaria come quella della tendopoli. “C’era chi si lamentava perché il matto faceva la pipì fuori dalla tenda -ricorda-, poi magari si scopriva che era stato un vecchietto che non ce la faceva ad arrivare ai bagni. Ma soprattutto abbiamo ricevuto espressioni di vicinanza”. Il 2 novembre, quando il Centro è stato trasferito nel container e i ragazzi sono tornati a vivere nelle proprie case o nella new town, molti hanno pianto. “E ancora oggi se ci incontrano per strada ci chiedono come stanno Luigi, Danilo e gli altri”.

Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
Da Terre di mezzo di marzo

martedì 23 marzo 2010

Amianto, la conquista del Sud del mondo

Ci sono Paesi del mondo dove ad estrarre l’amianto dalle miniere sono le donne, e lo fanno a mani nude. Altri Paesi dove i governi negano e nascondono ogni forma di problema riguardante la pericolosità dell’amianto. Ci sono luoghi nei quali le multinazionali europee hanno siglato patti più o meno formali con i governi, dittature più o meno dichiarate, per portare avanti un’attività fatta di profitti e morte, disinteresse per la salute dei cittadini e dell’ambiente. Paesi in cui le polveri di amianto non sono considerate mortali, e nemmeno nocive, magari un po’ fastidiose per il respiro, ma comunque vengono viste come fonte di lavoro. La lunga mano dell’Eternit, e con lei di altre multinazionali dall’amianto come Saint-Gobain, a partire dagli anni ‘70, ha iniziato a lasciarsi alle spalle l’Europa per metter in atto una vera e propria colonizzazione dei paesi del Sud del Mondo. Lo hanno raccontato martedì diversi testimoni, nel corso della Conferenza organizzata dalla Iban (International Ban Asbestos Network) presso la sala convegni della Regione Piemonte, in corso Stati Uniti. Testimoni che si sono aggiunti ai loro colleghi europei, per raccontare storie di lotta e sfruttamento.

America Latina
In Brasile, ha spiegato Mauro Menezes, rappresentante dell’Abrea (Associazione Brasiliana degli Esposti all’Amianto), esistono alcune tra le miniere e le fabbriche di amianto più grandi al mondo. Un esempio è la città di Osasco, nello stato di San Paolo, fondata da emigranti italiani provenienti proprio dall’omonimo paese in provincia di Torino, dove ha funzionato per decenni uno stabilimento Eternit. Grande produttore ed esportatore, il Brasile ha visto moltiplicarsi le morti negli scorsi anni. E, nonostante le pressioni delle multinazionali e dell’Istituto Brasiliano dell’Amianto,i lavoratori sono riusciti ad ottenere una storica vittoria nel 2005: in seguito a una class action, il Tribunale di San Paolo ha condannato la multinazionale a risarcire 2.500 operai esposti. Inoltre l’Abrea è stata in grado di fare approvare leggi per la proibizione dell’amianto in diversi stati del Brasile, ancora non in tutti, ma l’impegno continua. Più difficile la situazione a Lima, dove il lungo governo Fujimori, con le sue politiche neoliberiste e repressive, ha bloccato ogni forma di azione penale volta a contrastare l’utilizzo e la produzione di amianto. Vietato solo negli ultimi anni, oggi questo minerale viene ancora commercializzato in Perù e, come ha mostrato Eva Delgado, dell’Asociacion frente al asbesto, in una serie di diapositive, è trasportato su camion scoperti. Oppure viene utilizzato per costruire baracche nei quartieri più poveri di Lima.

Asia
Nei Paesi asiatici, se possibile, la situazione è ancora peggiore. L’aspetto che più preoccupa è la difficoltà di reperire dati sulla roduzione, l’utilizzo e le morti provocate dall’amianto in Paesi come Cina, il maggiore consumatore e produttore mondiale, India e Thailandia. In Giappone la Eternit è arrivata con il nome di Japan Eternit Pipe, affiancandosi nella produzione a una serie di aziende locali. Grazie al lavoro delle associazioni si è riusciti negli ultimi anni ad avere una stima abbastanza precisa delle morti legate all’esposizione, nel 2007 ne sono state conteggiate più di 500, nelle varie imprese produttrici di amianto, ma sono dati molto parziali. Drammatica la situazione illustrata da Madhumita Dutta, riguardo all’India, dove la Eternit, oggi non più presente nel Paese, ha lasciato una dura eredità. Forti sono i contatti con il Canada, paese da dove l’India importa ogni anno più 300 milioni di tonnellate di amianto bianco. E dove ancora rimangono funzionanti miniere a cielo aperto, tra cui anche un sito nello sta to del Rajasthan di estrazione della pericolosissima tremolite, proibita in tutto il mondo. E poi l’amianto è presente nella navi, il cui smantellamento occupa decine di migliaia di lavoratori nello stato indiano del Gujarat. Da alcuni anni in Asia è attiva la Anroav, rete asiatica per le vittime delle morti sul lavoro. Si occupa di incidenti e malattie professionali, cercando di monitorare i vari Paesi e dedicando molte attenzioni all’amianto e alle altre sostanze nocive utilizzate spesso senza controllo. Qualche passo avanti si è fatto, come in Indonesia, dove si è riusciti ad avviare dei programmi di formazione per i lavoratori e il prossimo ottobre dovrebbe nascere la rete per la proibizione dell’amianto.

Ilaria Leccardi da Terra Comune

martedì 9 marzo 2010

Valledora: una storia di resistenza

Trecento chilometri quadrati di pianura padana tra le province di Vercelli, Biella e Torino, tra le risaie e il lago di Viverone, fino alle propaggini della Serra di Ivrea. Un territorio di confine, che ospita i depositi di scorie nucleari di Saluggia e Trino, le centrali termoelettriche di Livorno Ferraris e Chivasso, le cave di Tronzano, la linea ad Alta velocità Milano-Torino e le discariche di Cavaglià e Alice Castello. In questo comune sono stoccati due milioni e cinquecentomila metri cubi di rifiuti. E di siti ce ne sono addirittura tre. Il più recente doveva essere una bonifica dei precedenti, ma si è trasformato in una nuova discarica, più grande delle altre due messe insieme: un milione e duecentomila metri cubi. Una concentrazione di impianti inquinanti forse unica in Italia.

Che le cose stavano cambiando si capiva già a inizio anni '90, ma prima che si formasse una coscienza collettiva su quello che stava accadendo di anni ne sono passati ancora. Col tempo sono nati comitati operativi nei paesi della zona. Mancava solo un’unità d’azione. Così il 7 novembre 2007 si sono riuniti in un’unica sigla: Movimento Valledora. Un nome per dare seguito a una critica condivisa, un modo per dire che i problemi non sono singole realtà a sé, ma fanno parte di una più ampia problematica. «Siamo come Don Chisciotte e stiamo lottando contro un nemico invisibile, che ci arriva da ogni parte. La cattiva pianificazione territoriale», spiega Anna Andorno, portavoce del Movimento.

Quel giorno di novembre si incontrarono i comitati di Livorno Ferraris (con la lotta contro l’inceneritore ne è stato l’ispiratore), Borgo d’Ale, Alice Castello, Cavaglià, Tronzano e Santhià, dove si era costituito un gruppo di donne. Si trovarono per firmare una carta d’intenti. In seguito si aggiunsero quelli di Viverone e Moncrivello. Finalmente si partiva, parola d’ordine: «Salvare ciò che resta del nostro territorio e delle nostre storie». L’inizio, darsi un metodo e coordinarsi, non è stato facile. «Ma siamo cresciuti – racconta Anna Andorno -, abbiamo acquisito competenze. Ci battiamo perché si riprenda a

lottare per avere dignità e rispetto. Sembrerebbe un obiettivo timido, invece, è il primo passo verso qualcosa di rivoluzionario. Amare il proprio territorio non significa avere una senso protettivo o esclusivo nei suoi confronti, si tratta di ragionare in modo civico, di muoversi in una dimensione sociale, di non restare indifferenti ai problemi e di trattarli con partecipazione viva. Per fare questo abbiamo dovuto studiare, ricercare, informarci, chiedere consulenze, trattare con la diffidenza del potere politico».

La loro zona la raccontano come un territorio di confine “da colonizzare”. Non sanno dove mettere un impianto inquinante? Allora, lo piazzano qui ai confini tra le province, sperando di non avere troppe noie dagli abitanti. Ma c’è chi non ci sta: «Facciamo informazione – spiega ancora Andorno - verso la popolazione, le scuole, i gruppi. Da qui, l’idea di un documentario. Cercavamo un mezzo per arrivare al maggior numero di persone possibile, ci siamo autotassati e abbiamo affidato l’incarico al regista più bravo della zona, Matteo Bellizzi (autore di “Sorriso amaro”, ndr)». Un lavoro duro, 35 ore di ripresa. «Abbiamo trascinato Matteo ai convegni, ai tour sulle discariche, ai dibattiti nelle piazze, nelle cascine per intervistare i contadini locali». Poi la suspense del montaggio e la nascita di “Valledora. La terra del rifiuto”. «Un film bellissimo, vero, caldo. Il nostro problema è riassunto in 63 minuti e c’è proprio tutto. Matteo ha creato i personaggi e finalmente Valledora ha la sua storia».

In questi oltre due anni di lavoro il Movimento Valledora è diventata una presenza costante e “fastidiosa” sul territorio, con interventi puntuali ogni volta che si è prospettata l’apertura di un nuovo impianto potenzialmente inquinante. «Per ogni richiesta di apertura di cave, discariche o impianti richiediamo il progetto, informiamo la popolazione attraverso serate e volantinaggi, presentiamo osservazioni e tentiamo di incontrare le istituzioni». Una procedura che gli attivisti ripetono anche ad ogni nuova legge regionale o iniziativa provinciale che viene avanzata. E i primi segnali di ascolto da parte delle istituzioni sono arrivati. Il sindaco di Moncrivello (Vercelli) ha votato una mozione contro l’apertura di nuove cave sul territorio, anche se la ditta interessata ha comunque presentato una pratica di autorizzazione. Inoltre, la Regione Piemonte, anche sull’onda delle richieste del Movimento, ha commissionato il documento “Ipotesi di Piano strategico della Valledora”, che racconta lo scempio perpetrato a danno delle popolazioni locali e di quest’area in cui crescono i rischi per la salute se si considera la presenza delle falde acquifere e il pericolo che vengano inquinate dalle sostanze che si depositano nel sottosuolo.

E poi le azioni legali, difficili da portare avanti autonomamente perché costose. «Lavoriamo per i ricorsi al Tar con gli avvocati di Legambiente, Pro Natura e Lipu. Attualmente è in corso un’indagine della magistratura su un nostro esposto per un presunto danno ambientale provocato da una cava. In passato invece abbiamo vinto contro la provincia di Biella il ricorso sul Bioreattore di Cavaglià e abbiamo ottenuto un’ispezione della provincia di Vercelli alla discarica Ciorlucca di Alice Castello, dove sono state rilevate irregolarità”.

Un’attenzione allargata verso tutto ciò che può essere uso improprio del territorio e al tempo stesso risposta all’eccessivo consumo, a partire dalla più semplice delle azioni, come la raccolta differenziata. Anche per questo il Movimento Valledora ha aderito al Manifesto nazionale di “Stop al consumo del territorio”, un’iniziativa portata avanti da diversi comuni e associazioni italiane per sensibilizzare cittadinanza e istituzioni contro l’irrefrenabile marcia del cemento e lo sfruttamento incondizionato del paesaggio. In questo senso, ad esempio, a fronte della futura costruzione di tre nuove discariche nel comune di Livorno Ferraris il Movimento ha lanciato una petizione per l’impianto di 20mila alberi al posto di una discarica. «Siamo folli... – sorride Anna Andorno – Ma la nostra unica speranza è la coscienza dei cittadini. Che si risvegli e poi... nessuno ci fermerà».

di Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
da Cenerentola