La pagina web del governo in Honduras è stata oscurata. Non è possibile inviare mail direttamente agli ufficili governativi e presidenziali.
Spett.le
Ambasciata dell’HONDURAS
alla c.a dell’Ambasciatore
Roberto Ochoa Madrid
Tel. +39-06-3207236
Fax +39-06-3207973
Email: embhon@fastwebnet.it
Noi cittadini, esponenti della società civile e politica italiana, giornalisti e uomini di cultura, difensori dei diritti umani, viste le gravi notizie che giungono dall’Honduras di un colpo di stato in atto in queste ore, condannato anche dall’Unione Europea, abbiamo sentito la necessità di costituirci autonomamente e spontaneamente in un Comitato provvisorio di solidarietà al presidente legittimo dell’Honduras Manuel Zelaya.
Condanniamo pertanto fermamente quanto sta avvenendo a Tegucigalpa ed esprimiamo grande preoccupazione per la situazione dei diritti umani, civili e politici del popolo hondureño, dal momento che circolano voci di militari armati per le vie della città e della presenza di francotiratori e chiediamo inoltre l’immediato ritorno di Manuel Zelaya alla presidenza del paese e il ripristino dell’ordine costituzionale.
dal sito di Annalisa Melandri
lunedì 29 giugno 2009
mercoledì 17 giugno 2009
Torino, mobilitazione e teatro
per lottare contro le morti bianche
La lotta contro le morti bianche punta su Torino con due giorni di iniziative giovedì 18 e venerdì 19 giugno al Caffè Basaglia di via Mantova 34. A organizzare l'evento è l'associazione Legami d’Acciaio (ex lavoratori ThyssenKrupp e familiari delle vittime) in collaborazione con la Rete Nazionale per la Sicurezza nei luoghi di Lavoro.
Spiegano gli organizzatori: "La piaga e la vergogna tutta Italiana, che fa detenere il triste primato in Europa al nostro Paese per i morti (1300 circa all’anno, 4 al giorno, 1 ogni sette ore) i feriti (decine di migliaia ogni anno) e gli invalidi da lavoro (ricosciuti dall’Inail nell’ordine delle migliaia), fa sì che questo tema sensibile e trasversale nell’opinione pubblica, citato e decantato dalle Istituzioni, dalle forze Politiche e dalle Parti Sociali (Sindacati compresi) non trovi ancora soluzioni".
Un impegno costante quello della Rete Nazionale, "per dare risposte e combattere lo stillicidio quotidiano, che c’era da prima della tragica e maledetta notte del 6 dicembre alla ThyssenKrupp e che continua senza tregua nella strage di lavoratori in tutto il Paese soprattutto nell’Industria, nell’ Edilizia e nell’Agricoltura". Una lotta che verrà ribadita a Roma il 27 giugno, con un'assemblea nazionale delle Associazioni delle Vittime da lavoro, delle Rsu-Rls, di lavoratori di tutto il Paese. Proprio in preparazione di questa Assemblea, Torino si mobilita, con una conferenza stampa giovedì 18 giugno alle ore 11 in via Mantova 34 presso il Circolo Arci “Caffè Basaglia", a cui seguirà venerdì 19, alle ore 19, un aperitivo/assemblea della Rete Nazionale Torino che farà da prologo allo Spettacolo a cura del Teatro delle Ceneri "Ballata per una Morte Bianca" (ore 21).
Per contatti: Ciro Argentino 339.5062186 (responsabile organizzativo e relazioni esterne Associazione Legami d’Acciaio)
Spiegano gli organizzatori: "La piaga e la vergogna tutta Italiana, che fa detenere il triste primato in Europa al nostro Paese per i morti (1300 circa all’anno, 4 al giorno, 1 ogni sette ore) i feriti (decine di migliaia ogni anno) e gli invalidi da lavoro (ricosciuti dall’Inail nell’ordine delle migliaia), fa sì che questo tema sensibile e trasversale nell’opinione pubblica, citato e decantato dalle Istituzioni, dalle forze Politiche e dalle Parti Sociali (Sindacati compresi) non trovi ancora soluzioni".
Un impegno costante quello della Rete Nazionale, "per dare risposte e combattere lo stillicidio quotidiano, che c’era da prima della tragica e maledetta notte del 6 dicembre alla ThyssenKrupp e che continua senza tregua nella strage di lavoratori in tutto il Paese soprattutto nell’Industria, nell’ Edilizia e nell’Agricoltura". Una lotta che verrà ribadita a Roma il 27 giugno, con un'assemblea nazionale delle Associazioni delle Vittime da lavoro, delle Rsu-Rls, di lavoratori di tutto il Paese. Proprio in preparazione di questa Assemblea, Torino si mobilita, con una conferenza stampa giovedì 18 giugno alle ore 11 in via Mantova 34 presso il Circolo Arci “Caffè Basaglia", a cui seguirà venerdì 19, alle ore 19, un aperitivo/assemblea della Rete Nazionale Torino che farà da prologo allo Spettacolo a cura del Teatro delle Ceneri "Ballata per una Morte Bianca" (ore 21).
Per contatti: Ciro Argentino 339.5062186 (responsabile organizzativo e relazioni esterne Associazione Legami d’Acciaio)
lunedì 15 giugno 2009
Denis, che lotta per una scuola decolonizzata in Benin

Incastonato tra Togo e Nigeria, il Benin è una lunga striscia di terra, grande quanto un terzo dell’Italia, che si affaccia nel Golfo di Guinea, Oceano Atlantico, Africa occidentale. E’ un paese di 7 milioni di abitanti, prettamente agricolo e dall’economia fortemente arretrata. La sua storia politica è turbolenta e negli ultimi quarant’anni ruota attorno alla figura discussa di Mathieu Kérékou, presidente del Benin dal 1972 al 1991, con un regime marxista solo nel nome, e ancora dal 1996 al 2006, questa volta in veste «democratica».
Il Benin sconta tutti i problemi strutturali dell’Africa e del suo mancato sviluppo: il peso mai tramontato del colonialismo, la corruzione al potere e l’analfabetismo. Quest’ultima è la vera piaga: riguarda l’80% della popolazione. Soprattutto nelle zone rurali, dove le famiglie più povere vendono i figli più piccoli ai trafficanti di «vidomegons», dal nome dell’antica tradizione locale per cui nelle campagna si mandavano i figli a studiare in città dai parenti ricchi. Ma adesso dai parenti, per lo più, non ci vanno e comunque mai a studiare. L’Unicef stima che nel 2007 sono stati quasi 140 mila i bambini beninesi sottratti alle proprie famiglie per essere portati a lavorare nei mercati o nelle case della capitale Porto Novo o in quelle del centro economico Cotonou oppure nelle piantagioni di Nigeria Togo e Costa d’Avorio. Una vera e propria tratta di esseri umani.
Se c’è un luogo da dove dovrebbe ripartire la lotta contro l’analfabetismo e contro la tratta questo è la scuola. Le classi sono affollate e l’abbandono è frequente (anche a causa dell’ostacolo della lingua, il francese, che a casa i piccoli delle campagne non parlano). In Benin, c’è chi si batte per una formazione diversa, uno di questi è Denis Yao Sindété, avvocato, politico, insegnante, ex prigioniero del regime Kérékou. Mauro Ravarino lo ha incontrato a Novara lo scorso autunno. Questa la sua storia.
Denis nasce nel 1958 in un villaggio sulla costa atlantica, non distante dal Togo. Già da piccolo era un bambino con le sue idee: «A 5 o 6 anni – racconta - per poter andare a scuola bisognava dimostrare di sapersi toccare le orecchie con la mano opposta. Non ce la facevo ancora, ma la voglia di iniziare, di fare quello che facevano i bambini più grandi, era tanta. E, allora, mi misi a protestare. Alla fine cedettero e mia zia, che abitava in una cittadina a 20 chilometri di distanza, mi prese in carico». Cominciano le scuole elementari. Denis gioca, si applicava nei compiti e dà una mano nei lavori domestici.
Gli anni corrono, il ragazzo diventa grande. Alle superiori conosce la politica e prende parte ad un’associazione studentesca. «La libertà di associazione era proibita, erano permesse solo le organizzazioni formalizzate e riconosciute dal regime». Nel 1978 Denis si trasferisce a Cotonou per frequentare l’università e si iscrive alla facoltà di diritto. Gli anni sono caldi, sono diversi i tentativi di colpo di stato e, soprattutto, «cresce il malcontento popolare nei confronti del regime marxista di Kérékou e del suo partito Partito popolare rivoluzionario del Benin (l’unico riconosciuto), al pari della povertà e della corruzione al potere». Gli studenti reclamano migliori condizioni di vita e di studio. «Le facoltà erano poche, come i laboratori e le biblioteche. Un’offerta scarsa rispetto ai diecimila studenti di Cotonou». Denis prende parte alle mobilitazioni e si avvicina al clandestino partito comunista del Dahomey (antico nome del Benin): «Nulla a che fare con Kérékou, per lui il comunismo era solo una copertura, infatti, nel 1989 per costruirsi una facciata democratica disse che del marxismo non aveva capito nulla». La contestazione sale: «C’erano già state proteste tra gli studenti e diversi arrestati. Nel 1979 i movimenti erano al loro picco di partecipazione. Chiedevano a gran voce che i dirigenti della cooperativa universitaria (unica associazione studentesca ammessa) venissero eletti e non stabiliti a priori dall’esecutivo di Kérékou». Il governo usa la mano pesante. Durante una manifestazione pacifica ci sono arresti di massa di professori e studenti. Uno di questi è Denis. «Dissero che nella cooperativa era pieno di spie e la colpa di tutto era del Partito comunista». Alcuni dei manifestanti erano iscritti al Pcd, ma la maggior parte non aveva nulla a che fare. Così, Denis finisce in carcere, accusato di attentato alla sicurezza dello Stato. Prima a Cotonou, poi viene trasferito a Porto Novo.
Sono gli anni più duri. «Le condizioni erano terribili, vivevamo tutti ammassati. Quindici persone in celle di 9 metri quadrati, dormendo su stuoie incastrati piedi contro teste. L’igiene era inesistente e il rischio di malattie infettive altissimo. Ci torturavano. C’era chi impazziva, non ce la faceva, non resisteva. Un mio compagno morì per le percosse. Io mi ammalai, ma lo scoprii solo anni dopo: era tubercolosi». Nonostante le difficoltà, il gruppo di studenti e professori non si dà per vinto e inizia una battaglia interna, sensibilizzando i detenuti comuni. Le proteste e la denuncia sulle condizioni in cui sono costretti a vivere superano le mura della prigione e arrivano fino in Francia, ad Amnesty International, che adotterà, tra gli altri, il caso di Denis, considerato «prigioniero di coscienza». Passano quattro anni. «Nel marzo del 1983, io e altri nove riuscimmo ad evadere ed eludere la sorveglianza. Fuggimmo in campagna, in clandestinità. Fino all’agosto 1984, fu un periodo di forte repressione ma anche di proteste nella società che indussero il governo a concedere l’amnistia per i detenuti politici». Finalmente liberi. «Tornai all’università e ci ritrovammo noi sopravvissuti al carcere. Nel dolore e nella difficoltà eravamo ancora più uniti e consapevoli che la lotta per una società giusta e libera dovesse continuare». Un anno dopo scoppiano molti scioperi e rischia di nuovo l'arresto. Il governo gioca la carta della repressione e a Denis tocca nascondersi. «Ero ricercato vivo o morto – spiega – dal 1985 al 1989 rimasi in clandestinità, passando di casa in casa». Ma il mondo sta cambiando e anche il Benin se ne accorge. La morsa del governo - forse per questo e per gli equilibri che ne conseguiranno - si allenta. Il primo agosto del 1989, mancavano tre mesi al crollo del muro di Berlino, viene concessa un’amnistia generale per persone e organizzazioni. Intanto Kérékou si prepara a travestirsi da «democratico». Nel 1991 ci sono le elezioni, ma viene sconfitto; ritornerà in sella cinque anni dopo.
«E’ vero - commenta - le elezioni nel mio paese ci sono, ma non sono democratiche perché l’analfabetismo è la più grande piaga, riguarda oltre l’80 della popolazione. La corruzione dilaga ed è capitato spesso che votassero pure i morti. E poi, il clientelismo: i voti vengono comprati fuori dal seggio in cambio di un po’ di sale». Denis lo racconta con voce pacata ma ferma. E’ venuto a Novara per curare i postumi della tubercolosi contratta vent’anni fa in carcere e, inoltre, perché è in contatto da tempo con la sezione locale di Amnesty, con cui mantiene un rapporto epistolare dagli anni della prigionia.
Dopo il carcere e la clandestinità, Denis è riuscito a completare gli studi, si è laureato in scienze politiche e relazioni internazionali. Ha insegnato diritto nelle scuole superiori, dove un professore di ruolo prende 150 euro e un precario ne guadagna 100. Ora, lavora all’Iniref, un’ong che si occupa di ricerca e formazione. Nel frattempo, si è sposato con Philomene, che fa la maestra e insegna alle elementari davanti a classi sovraffollate: «L’ultima è di 116 bambini», racconta non senza stupore. Ma a scuola gli alunni ci vanno poco, in Benin la dispersione scolastica è enorme. Uno dei motivi dell’abbandono è la lingua francese, un ostacolo per molti. «La si insegna fin dal primo anno. Un vero trauma, perché i piccoli a casa non la parlano e sui banchi si trovano di fronte a tante difficoltà. E a un certo punto mollano la scuola e vanno a lavorare». Il francese è la lingua ufficiale del Benin, più che altro un retaggio coloniale: diffusa solo nei centri urbani, lo è per nulla nelle campagne. Le lingue indigene più utilizzate sono, invece, il fon e lo yoruba. «Ci battiamo – spiega Denis che in Benin è molto attivo nel sociale – per una proposta di legge che preveda la prima alfabetizzazione (almeno tre anni) nelle lingue nazionali e dal quarto anno si parta col francese». Solo dalla scuola possono nascere cittadini consci dei propri diritti. Solo combattendo l’analfabetismo si possono affrontare i problemi dell’Africa. «La mobilitazione è ampia e ha coinvolto anche i genitori. Il governo sembra intenzionato ad accettare un progetto di riforma, ma è un’attenzione solo formale. Per adesso, non ha fatto nulla. La verità è che la Francia non vuole. Fino a quando non ci emanciperemo dal colonialismo non cambierà nulla. E’ uno dei problemi fondamentali che affligge l’Africa, insieme all’analfabetismo e alla corruzione al potere». E, intanto, la crisi continua.
di Mauro Ravarino da R/umori fuori fuoco
mercoledì 27 maggio 2009
I tre morti alla Saras di Sarroch
e un video di testimonianza
Il bagno nessun turista si sogna di farlo a Sarroch, si va nelle vicine Pula e Domus de Maria. Sarroch ha un nuraghe Sa domu 'e s' Orcu e le Tombe dei Giganti e si trova presso la costa occidentale del Golfo degli Angeli. Non ci saranno seppelliti 3 morti sul lavoro in quella tomba, non erano dei giganti dell'economia produttiva, nè tantomeno degli angeli.
Un minuto di silenzio da Fini per 3 operai morti, otto ore di sciopero per i colleghi che pagheranno di tasca loro proposti dai sindacati, cordoglio e indagini avviate da tutte le Istituzioni.
Sono morti Bruno Muntoni, 58 anni, Daniele Melis e Pierluigi Solinas, entrambi 30enni, tutti di Villa San Pietro, della ditta "Comesa srl" morti nel primo pomeriggio del 26 maggio 2009, nell'impianto MHC1 dello stabilimento della Saras di Sarroch. Un quarto operaio della stessa ditta, all'esterno del serbatoio con funzioni di vigilanza, è stato anche lui colpito dalle esalazioni e ha perso i sensi.
L'origine del nome Sarroch, il luogo dell'accaduto, è misteriosa. Forse deriva dal fenicio "Sharak", grappolo d'uva, o forse dal catalano antico "S'arroch" per l'enorme roccia che domina il paese. Rimarranno" misteriose" queste morti, come quelle a Pietradefusi in Campania dove un operaio è caduto dall'altezza di 10 metri mentre riparava il solaio di un capannone industriale e in Puglia, ad Andria dove un altro uomo è morto dopo essere stato colpito e trascinato da un nastro trasportatore in un cantiere del cugino e non perché investito mentre era in bicicletta.
Da diverse settimane possiamo sapere che erano in corso una serie di interventi di manutenzione programmata sugli impianti. Possiamo sapere che La Saras ha una Sicurezza Globale. La Saras ha un'operatività attenta all'Ambiente. La Saras ha un sistema completo e complesso di produzione e anche che lo stabilimento della Saras è stata fondato da Angelo Moratti nel 1962 e ha dato ricchezza alla Sardegna, in luoghi dove si viveva "miseramente" con l'agricoltura e la pastorizia.
Altro che Crisi, in Italia c'è" bassa produttività". La parola al ministro Brunetta: "Per rompere questa malattia mortale, la nostra economia deve fare più privatizzazione e liberalizzazione, e più semplificazione da parte della burocrazia". La malattia mortale ha colpito ancora, non è febbre suina, niente di virale. "Nucleare, fonti rinnovabili e gas. Ma soprattutto il petrolio. Questi i temi affrontati durante il G8 dell'energia, la tre giorni che ha visto riuniti a Roma 23 ministri di altrettanti Paesi, in rappresentanza dell'80% della domanda e dell'offerta di energia globale".
Nessuna paura. Loro stanno lavorando per noi, sono attenti all'ambiente perchè il futuro è di tutti, come la morte per alcuni, anzitempo: un rischio da correre. Sotto accusa rimane il nostro silenzio, e non di un minuto, per la vita.
testo di Doriana Goracci
Io vi invito alla breve visione di Oil di Massimiliano Mazzotta
Un minuto di silenzio da Fini per 3 operai morti, otto ore di sciopero per i colleghi che pagheranno di tasca loro proposti dai sindacati, cordoglio e indagini avviate da tutte le Istituzioni.
Sono morti Bruno Muntoni, 58 anni, Daniele Melis e Pierluigi Solinas, entrambi 30enni, tutti di Villa San Pietro, della ditta "Comesa srl" morti nel primo pomeriggio del 26 maggio 2009, nell'impianto MHC1 dello stabilimento della Saras di Sarroch. Un quarto operaio della stessa ditta, all'esterno del serbatoio con funzioni di vigilanza, è stato anche lui colpito dalle esalazioni e ha perso i sensi.
L'origine del nome Sarroch, il luogo dell'accaduto, è misteriosa. Forse deriva dal fenicio "Sharak", grappolo d'uva, o forse dal catalano antico "S'arroch" per l'enorme roccia che domina il paese. Rimarranno" misteriose" queste morti, come quelle a Pietradefusi in Campania dove un operaio è caduto dall'altezza di 10 metri mentre riparava il solaio di un capannone industriale e in Puglia, ad Andria dove un altro uomo è morto dopo essere stato colpito e trascinato da un nastro trasportatore in un cantiere del cugino e non perché investito mentre era in bicicletta.
Da diverse settimane possiamo sapere che erano in corso una serie di interventi di manutenzione programmata sugli impianti. Possiamo sapere che La Saras ha una Sicurezza Globale. La Saras ha un'operatività attenta all'Ambiente. La Saras ha un sistema completo e complesso di produzione e anche che lo stabilimento della Saras è stata fondato da Angelo Moratti nel 1962 e ha dato ricchezza alla Sardegna, in luoghi dove si viveva "miseramente" con l'agricoltura e la pastorizia.
Altro che Crisi, in Italia c'è" bassa produttività". La parola al ministro Brunetta: "Per rompere questa malattia mortale, la nostra economia deve fare più privatizzazione e liberalizzazione, e più semplificazione da parte della burocrazia". La malattia mortale ha colpito ancora, non è febbre suina, niente di virale. "Nucleare, fonti rinnovabili e gas. Ma soprattutto il petrolio. Questi i temi affrontati durante il G8 dell'energia, la tre giorni che ha visto riuniti a Roma 23 ministri di altrettanti Paesi, in rappresentanza dell'80% della domanda e dell'offerta di energia globale".
Nessuna paura. Loro stanno lavorando per noi, sono attenti all'ambiente perchè il futuro è di tutti, come la morte per alcuni, anzitempo: un rischio da correre. Sotto accusa rimane il nostro silenzio, e non di un minuto, per la vita.
testo di Doriana Goracci
Io vi invito alla breve visione di Oil di Massimiliano Mazzotta
martedì 26 maggio 2009
Zanon, l'espropriazione è una realtà
dopo 8 anni di dura lotta
la fabbrica è dei lavoratori

Giovedì 21 maggio, dopo 8 anni di lotta, gli operai della fabbrica Zanon hanno ottenuto che il governo della provincia di Neuquén presentasse formalmente il progetto di espropriazione della Zanon alla legislatura provinciale.
Per l'occasione gli operai sono stati accompagnati da rappresentati di diverse organizzazioni, tra cui le Madri di Plaza de Mayo dell'Alto Valle, che hanno sempre appoggiato la loro lotta. Fin dalla fine del 2001, quando l'industriale di origine veneta Luigi Zanon decise di chiudere la fabbrica, lasciando senza lavoro più di 300 operai. Fin da quando, nel marzo 2002, gran parte di quei lavoratori rientrò in fabbrica, occupandola, e dando il via all'autogestione.
"Anche se questa espropriazione non è quella che abbiamo pianificato dall'inizio - spiegano gli operai - è un passo importante, dato che ci viene concessa la gestione definitiva della fabbrica attraverso la nostra cooperativa Fasinpat (Fabrica sin Patrones, ossia Fabbrica senza padroni, ndr) e terminano così le continue minacce di sgombero".
Oggi, martedì 26 maggio, il progetto di legge assumerà carattere parlamentare e domani si comincerà a lavorare nelle commissioni di bilancio e affari costituzionali.
"Questo fatto storico è stato frutto di una battaglia molto dura - continuano -. La lotta e la mobilitazione di questa gestione operaia insieme a lavoratori e lavoratrici del Paese, con l'appoggio della comunità e il riconoscimento internazionale, è riuscito a fare un passo in più. In mezzo a una crisi del capitalismo in cui gli imprenditori e i governi provano a scaricare le colpe contro i lavoratori del mondo, la Zanon sotto controllo operaio è un chiaro esempio di come noi lavoratori possiamo trovare un'uscita operaia dalla crisi. Oggi più che mai la Zanon è del popolo!"
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giovedì 21 maggio 2009
E' partita la campagna
contro i cacciabombardieri

E' partita la campagna promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo e dalla campagna Sbilanciamoci! per lo stop della partecipazione italiana alla produzione di 131 caccia bombardieri F-35 che ci costeranno ben 15 miliardi di euro.
I due portavoce della campagna Massimo Paolicelli della Rete Italiana per il Disarmo e Giulio Marcon della campagna Sbilanciamoci! hanno presentato gli obiettivi e le iniziative della campagna, e illustrato i contenuti del programma di riarmo e delle decisioni del parlamento e del governo italiano.
La conferma che questo progetto, che vede il governo americano come ente promotore, è un salto nel buio è arrivata dal nuovo rapporto del marzo 2009 del GAO (Government Accountability Office) che è il corrispettivo della nostra Corte dei Conti. Il GAO è fortemente scettico sul progetto, criticando principalmente le pressioni esercitate dal dipartimento della difesa (Dod) e dalle imprese appaltatrici affinché la fase di sviluppo dell’aviogetto venga portata a conclusione prima che le più importanti tecnologie divengano mature, iniziando così i test costruttivi dell’aereo prima che i progetti divengano definitivi e iniziando la fase di produzione prima che i test in volo dimostrino che l’aereo sia realmente pronto, con il forte rischio di scoprire eventuali difetti a posteriori, quando correggerli sarà estremamente complicato e costoso. A conferma di ciò la decisione di anticipare l’acquisizione del 15% del totale dei velivoli, cioè 360 aerei, testando solo il 17% delle capacità dell’F-35 in volo, per lasciare tutto il resto alle simulazioni di laboratorio.
da Sbilanciamoci
domenica 10 maggio 2009
Sicurezza sul lavoro e lotta di classe
A volte è colpa di un volantino. Altre volte di una manifestazione. Spesso di una denuncia sulle falle di sicurezza, soprattutto dove queste falle devono rimanere nascoste. Il licenziamento, o almeno la sua minaccia, è uno strumento subdolo che talvolta le dirigenze aziendali utilizzano per tacere le voci di chi osa denunciare situazioni di insicurezza sul luogo di lavoro. Tanti i casi italiani negli ultimi anni. Il più noto è forse quello del macchinista Dante De Angelis, Rls di Trenitalia, licenziato nell’agosto scorso per aver segnalato la carenza di manutenzione degli Eurostar.
È anche per dimostrare il proprio sostegno a coloro che con coraggio denunciano le condizioni pericolose in cui versano le aziende, che la Rete Nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro ha manifestato sabato 18 aprile a Taranto, la città dell’Ilva, la fabbrica italiana dove maggiore è il numero di morti sul lavoro.
Tra le vie di Taranto c’era ad esempio Salvatore Palumbo, ex delegato sindacale ed operaio alla Fincantieri di Palermo. Da quasi due anni sta portando avanti una battaglia legale per il reintegro, dopo esser stato licenziato perché, sostiene l’azienda, colto a pescare nel bacino in orario di lavoro, ma già da tempo preso di mira per le sue numerose segnalazioni. Palumbo ha già affrontato quattro tentativi di ricorso ex articolo 700 per ottenere la riassunzione in fabbrica, senza successo, e ora è impegnato in una causa civile. Una prima udienza nel gennaio scorso, quindi la seconda il 5 febbraio: “In quell’occasione mi hanno proposto una transazione di 40mila euro, che sarebbe potuta anche salire, ma io ho rifiutato – spiega –. Tra l’altro pochi giorni prima alcuni lavoratori della Fincantieri mi hanno segnalato che un operaio aveva subito un incidente. Io ho parlato di quell’episodio in un volantino, che il giorno dell’udienza l’avvocato dell’azienda ha portato davanti al giudice, dicendo: ‘Signor Palumbo, è così che vuole risolvere i suoi problemi?’. Io continuo semplicemente a fare il mio lavoro. Non si immagina quanti infortuni o piccoli incidenti vengano tenuti nascosti”. L’udienza è stata rinviata al 4 giugno, quando probabilmente l’avvocato di Palumbo, Nadia Spallitta, porterà davanti al giudice nuovi testimoni. La vicenda di Palumbo e della sua famiglia (moglie e tre figli) è una di quelle storie capaci di annientare una persona, oppure di risvegliare nella coscienza l’istinto per andare avanti. “Quello che non ho mai voluto perdere – conclude l’operaio – è la mia dignità di lavoratore. Per questo continuerò la mia battaglia. Non chiedo nient’altro che tornare ad avere il mio posto di lavoro”.
Difficile, ma non impossibile. Almeno così è stato per Donato Auria, operaio alla Fiat Sata di Melfi, licenziato nell’ottobre 2007 assieme a tre colleghi, Francesco Ferrentino, Michele Passannante e Vincenzo Miranda, accusati di essere dei “sovversivi”. “Dovevo fare il secondo turno ed ero ancora a letto – spiega Auria nel blog che ha creato per condurre la battaglia per il reintegro – alle 6 del mattino qualcuno bussa alla porta, è la Digos, c’è un mandato di perquisizione”. Controllano, frugano, leggono, guardano dappertutto, ma non trovano nulla, forse anche loro capiscono con chi hanno a che fare. “Un attivista sindacale che ha fatto tante denunce, con tre figli e moglie a carico, che sta in una casa di 60 metri quadrati, dove non c’è spazio neanche per i letti singoli. Qualche figlio si deve arrangiare con il letto a castello”. Passa poco tempo e arriva la lettera di sospensione dalla Fiat. Poi la notifica della Dda di Potenza in cui risulta che Auria è indagato per associazione sovversiva a fini terroristici. Licenziato. L’operaio però non si arrende e, dopo una lunga battaglia, a gennaio di quest’anno ottiene il reintegro.
Niente da fare invece per i colleghi per cui, come ad Auria, è stata decisa l’archiviazione nell’indagine su eversione e terrorismo.
A loro si unisce anche Tonino Innocenti, licenziato dalla Fiat Sata addirittura nel 2003. Il provvedimento nei confronti di Francesco Ferrentino, Rsu della FlmUniti-Cub, viene dichiarato illegittimo, ma il 19 dicembre scatta a suo danno un nuovo licenziamento per via di un volantino che, secondo l’azienda, contiene dichiarazioni diffamatorie nei confronti di un capo. Michele Passannante, dopo aver perso il ricorso ex articolo 700, è in attesa della causa di merito. Vincenzo Miranda, invece, quel ricorso lo vince, ma l’azienda terziarizzata Fiat di cui è dipendente lo trasferisce in Toscana.
A questi si aggiungono anche i licenziamenti di operai che, come Giovanni Chiarello ed Eugenio Scognamiglio dipendenti Maserati, si battono ogni giorno per la difesa del posto di lavoro. Nel loro caso l’impegno era stato a favore del rinnovo contrattuale di 112 interinali dell’azienda modenese. E poi la storia di Giolivo Zanotti, operaio delle Fonderie Officine Pilenga, di Comun Nuovo (Bergamo), che lo scorso anno ha subito una sospensione di tre giorni per aver denunciato le condizioni di insicurezza nella fonderia dove lavorano 250 operai.
“Per fortuna – spiega Ernesto Palatrasio, dello Slai Cobas di Taranto, uno degli organizzatori della manifestazione del 18 aprile – i licenziamenti rimangono circoscritti. Quello che pesa veramente è la minaccia di lasciare la gente senza lavoro, un’arma per far sì che in fabbrica si taccia. A questa si aggiungono forme di persecuzione silenziosa, ostruzionismo sul luogo di lavoro, situazioni di cui spesso non si viene a sapere nulla. Il vero problema è la poca forza che la figura dell’Rls ha all’interno delle fabbriche. All’Ilva di Taranto, ad esempio, dove lavorano 13 mila persone, gli Rls sono appena 6”.
E allora bisogna almeno tirare un sospiro di sollievo per aver scampato a febbraio gli emendamenti proposti dalla Lega al Testo Unico varato dall’ultimo governo Prodi. Misure che se approvate avrebbero privato i lavoratori di aziende con meno di 15 dipendenti della possibilità di eleggere un Rappresentate dei lavoratori per la sicurezza, ma anche di essere rappresentati da Rls territoriali. Dopo una prima accettazione, gli emendamenti sono stati respinti. Ancora per un po’ si può provare a sperare.
Ilaria Leccardi da Cenerentola
È anche per dimostrare il proprio sostegno a coloro che con coraggio denunciano le condizioni pericolose in cui versano le aziende, che la Rete Nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro ha manifestato sabato 18 aprile a Taranto, la città dell’Ilva, la fabbrica italiana dove maggiore è il numero di morti sul lavoro.
Tra le vie di Taranto c’era ad esempio Salvatore Palumbo, ex delegato sindacale ed operaio alla Fincantieri di Palermo. Da quasi due anni sta portando avanti una battaglia legale per il reintegro, dopo esser stato licenziato perché, sostiene l’azienda, colto a pescare nel bacino in orario di lavoro, ma già da tempo preso di mira per le sue numerose segnalazioni. Palumbo ha già affrontato quattro tentativi di ricorso ex articolo 700 per ottenere la riassunzione in fabbrica, senza successo, e ora è impegnato in una causa civile. Una prima udienza nel gennaio scorso, quindi la seconda il 5 febbraio: “In quell’occasione mi hanno proposto una transazione di 40mila euro, che sarebbe potuta anche salire, ma io ho rifiutato – spiega –. Tra l’altro pochi giorni prima alcuni lavoratori della Fincantieri mi hanno segnalato che un operaio aveva subito un incidente. Io ho parlato di quell’episodio in un volantino, che il giorno dell’udienza l’avvocato dell’azienda ha portato davanti al giudice, dicendo: ‘Signor Palumbo, è così che vuole risolvere i suoi problemi?’. Io continuo semplicemente a fare il mio lavoro. Non si immagina quanti infortuni o piccoli incidenti vengano tenuti nascosti”. L’udienza è stata rinviata al 4 giugno, quando probabilmente l’avvocato di Palumbo, Nadia Spallitta, porterà davanti al giudice nuovi testimoni. La vicenda di Palumbo e della sua famiglia (moglie e tre figli) è una di quelle storie capaci di annientare una persona, oppure di risvegliare nella coscienza l’istinto per andare avanti. “Quello che non ho mai voluto perdere – conclude l’operaio – è la mia dignità di lavoratore. Per questo continuerò la mia battaglia. Non chiedo nient’altro che tornare ad avere il mio posto di lavoro”.
Difficile, ma non impossibile. Almeno così è stato per Donato Auria, operaio alla Fiat Sata di Melfi, licenziato nell’ottobre 2007 assieme a tre colleghi, Francesco Ferrentino, Michele Passannante e Vincenzo Miranda, accusati di essere dei “sovversivi”. “Dovevo fare il secondo turno ed ero ancora a letto – spiega Auria nel blog che ha creato per condurre la battaglia per il reintegro – alle 6 del mattino qualcuno bussa alla porta, è la Digos, c’è un mandato di perquisizione”. Controllano, frugano, leggono, guardano dappertutto, ma non trovano nulla, forse anche loro capiscono con chi hanno a che fare. “Un attivista sindacale che ha fatto tante denunce, con tre figli e moglie a carico, che sta in una casa di 60 metri quadrati, dove non c’è spazio neanche per i letti singoli. Qualche figlio si deve arrangiare con il letto a castello”. Passa poco tempo e arriva la lettera di sospensione dalla Fiat. Poi la notifica della Dda di Potenza in cui risulta che Auria è indagato per associazione sovversiva a fini terroristici. Licenziato. L’operaio però non si arrende e, dopo una lunga battaglia, a gennaio di quest’anno ottiene il reintegro.
Niente da fare invece per i colleghi per cui, come ad Auria, è stata decisa l’archiviazione nell’indagine su eversione e terrorismo.
A loro si unisce anche Tonino Innocenti, licenziato dalla Fiat Sata addirittura nel 2003. Il provvedimento nei confronti di Francesco Ferrentino, Rsu della FlmUniti-Cub, viene dichiarato illegittimo, ma il 19 dicembre scatta a suo danno un nuovo licenziamento per via di un volantino che, secondo l’azienda, contiene dichiarazioni diffamatorie nei confronti di un capo. Michele Passannante, dopo aver perso il ricorso ex articolo 700, è in attesa della causa di merito. Vincenzo Miranda, invece, quel ricorso lo vince, ma l’azienda terziarizzata Fiat di cui è dipendente lo trasferisce in Toscana.
A questi si aggiungono anche i licenziamenti di operai che, come Giovanni Chiarello ed Eugenio Scognamiglio dipendenti Maserati, si battono ogni giorno per la difesa del posto di lavoro. Nel loro caso l’impegno era stato a favore del rinnovo contrattuale di 112 interinali dell’azienda modenese. E poi la storia di Giolivo Zanotti, operaio delle Fonderie Officine Pilenga, di Comun Nuovo (Bergamo), che lo scorso anno ha subito una sospensione di tre giorni per aver denunciato le condizioni di insicurezza nella fonderia dove lavorano 250 operai.
“Per fortuna – spiega Ernesto Palatrasio, dello Slai Cobas di Taranto, uno degli organizzatori della manifestazione del 18 aprile – i licenziamenti rimangono circoscritti. Quello che pesa veramente è la minaccia di lasciare la gente senza lavoro, un’arma per far sì che in fabbrica si taccia. A questa si aggiungono forme di persecuzione silenziosa, ostruzionismo sul luogo di lavoro, situazioni di cui spesso non si viene a sapere nulla. Il vero problema è la poca forza che la figura dell’Rls ha all’interno delle fabbriche. All’Ilva di Taranto, ad esempio, dove lavorano 13 mila persone, gli Rls sono appena 6”.
E allora bisogna almeno tirare un sospiro di sollievo per aver scampato a febbraio gli emendamenti proposti dalla Lega al Testo Unico varato dall’ultimo governo Prodi. Misure che se approvate avrebbero privato i lavoratori di aziende con meno di 15 dipendenti della possibilità di eleggere un Rappresentate dei lavoratori per la sicurezza, ma anche di essere rappresentati da Rls territoriali. Dopo una prima accettazione, gli emendamenti sono stati respinti. Ancora per un po’ si può provare a sperare.
Ilaria Leccardi da Cenerentola
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