lunedì 29 novembre 2010

L'amianto che uccide
A Milano continua la lotta per le "White"

Scende la prima neve a Milano quando lasciamo la casa di Elena, zona Famagosta, a sud della città. Lasciamo lei, i suoi figli, il suo compagno, gatti e cane. I racconti no, non li lasciamo, così come le lotte, ce le porteremo dietro a lungo, facendone tesoro. Scende la prima neve in questo freddo e povero 2010, neve bianca, come il colore di quell'incubo in cui Elena Ferrarese e la sua famiglia hanno vissuto dal 1984. Le White, le chiamavano. Le case bianche, "anche se dentro non c'era nessun presidente...". Bianche di amianto, con tutti quei pannelli a ricoprirne la superficie. Solo il tetto, al contrario di molti altri casi, non conteneva la sostanza killer.

"Quando ci hanno detto che quella diventava la nostra casa, avrebbe dovuto trattarsi di una situazione provvisoria, una sorta di casa parcheggio, per tre o quattro anni", racconta Elena. "Invece siamo stati lì fino a pochi mesi fa. La mia è stata l'ultima famiglia a uscirne, a luglio di quest'anno. Negli ultimi tempi era diventato qualcosa di invivibile: perdite d'acqua, allagamenti, crolli, topi... topi enormi".

Era il 1984 quando il Comune di Milano assegna quegli appartamenti di edilizia popolare, in via Feltrinelli 16, zona Rogoredo, a famiglie provenienti da case di piazzale Dateo e corso Lodi, oppure da sfratti esecutivi in varie zone della città. Ma ben presto gli abitanti si rendono conto della pericolosità della loro "gabbia bianca" e di quei pannelli, che in tutto all'interno contengono 3 tonnellate di amianto. "La prima volta che abbiamo visto quella casa, bianchissima, non sapevamo cosa pensare. Ci sembrava un ospedale o, meglio, un manicomio. Oppure un carcere...". Strano credere che nel 1984, quando il pericolo dell'amianto era già noto da tempo - e solo due anni prima della chiusura dell'Eternit in Italia - si potesse costruire una casa ricoprendola interamente di questa sostanza assassina.

Gli inquilini se ne sono resi presto conto. Nel 1986 hanno fondato un comitato per seguire il problema amianto. Quindi sono arrivate le prime morti, tante, troppe. Come quella di Giammarco, che se n'è andato nel 2003, a soli 26 anni, a causa di tre tumori che gli hanno consumato la vita. Una vita che l'ha abbandonato proprio nel giorno del compleanno della sua mamma. E poi gli impegni per la bonifica, mai rispettati. Doveva partire anni fa, l'ultima promessa era per l'estate del 2009, ma in realtà la casa è ancora lì, svuotata definitivamente dalle famiglie nel luglio scorso. E ora, che quei pannelli ormai grigi sono vuoti e silenziosi da quattro mesi, ancora nessun lavoro è iniziato. Qui in visita erano venute pure il sindaco Moratti e il ministro Prestigiacomo, seguite da grandi scorte. Tante promesse, ma nulla è stato fatto.

Quelle 152 famiglie, con i loro morti e le loro malattie, non hanno mai smesso di battersi. Perché la vita là dentro non era semplice, anzi, pericolosa, per via di questo spettro che ogni giorno le accompagnava. Eppure si era creata un'unione, una corrispondenza di intenti, una combattività difficile da smontare, anche se oggi quelle famiglie sono state divise, riassegnate in case sparse per la città. "Qui, nel complesso dove viviamo noi, avrebbero potuto metterci in molti", ci fa notare Elena, "ci sono un sacco di appartamenti vuoti, che non vengono assegnati".

Oggi c'è ancora molto da fare. C'è la lotta da portare avanti, c'è la via processuale difficile da intraprendere, c'è l'idea di ritrovarsi con altri comitati, altre situazioni simili e altrettanto dolorose, c'è la voglia di non mollare, anche se le forze a volte iniziano a mancare. Ci sono le malattie da sconfiggere e la paura per i figli. Il grido una madre che piange di terrore ogni volta che il suo ragazzo sente anche solo un lieve mal di testa. Ma Elena e la sua famiglia ci hanno insegnato molto. Ci hanno insegnato che, anche se la vita pubblica, e soprattutto chi la amministra, a volte sembra prenderti in giro, si può comunque guardare avanti, senza arrendersi.

Ilaria Leccardi

mercoledì 27 ottobre 2010

Solvay, il 14 dicembre al via il processo

Il 14 dicembre partirà il processo contro la Solvay Solexis/Arkema per l'inquinamento del polo chimico di Spinetta Marengo, emerso nel 2008 con la dispersione nella falda acquifera di cromo esavalente.

Gli imputati sono 38. I capi d'accusa sono avvelenamento doloso e dolosa mancata bonifica. L'associazione Medicina Democratica, insieme a un centinaio di residenti della Fraschetta ed ex dipendenti della Solvay che in questi anni hanno riportato danni fisici e psicologici, si costituirà parte civile, per ottenere risarcimenti.

Secondo l'associazione, la Solvay sarebbe stata sempre a conoscenza della presenza nel sottosuolo di sostanze inquinanti. Chi vuole presentarsi come parte civile al processo, può contattare Medicina Democratica al numero 3470182679. La Solvay non ha ritenuto necessario commentare l'iniziativa di Medicina Democratica.

dal sito di RadioGold

martedì 26 ottobre 2010

Le intimidazioni non piegano la lotta

Riportiamo il comunicato stampa dell'Associazione Voci della Memoria, in seguito al vile attacco intimidatorio a Marta, lavoratrice precaria del Teatro di Alessandria, in questi giorni al centro di una drammatica storia di contaminazione di amianto.

L’Associazione Culturale Voci della Memoria di Casale Monferrato deve suo malgrado occuparsi di cronaca nera, è la prima volta che capita ma non ci esimiamo dal farlo.

Venerdì 22 ottobre siamo stati ospiti di un interessante e partecipato dibattito pubblico presso il Laboratorio Sociale di via Piave 65 ad Alessandria, dibattito condotto da una lavoratrice precaria del Teatro Comunale di Alessandria coinvolto nella triste vicenda delle altissime concentrazioni di polveri d’amianto riscontrate dall’ASL che ha portato alla chiusura del Teatro stesso in attesa di bonifica, Marta, e che fra gli ospiti ha visto oltre a noi molti lavoratori del Teatro Comunale Alessandrino, Romana Blasotti Pavesi Presidente dell’Associazione Famigliari Vittime Amianto di Casale Monferrato e Bruno Pesce del Comitato Vertenza Amianto.

Nella serata si sono poste le basi per la costituzione di un Comitato Alessandrino Contro l’Amianto e molte persone presenti in sala hanno deciso di intervenire il giorno successivo alla fiera Ambiente e Ambienti che si teneva presso la Cittadella in Alessandria al fine di volantinare e sensibilizzare una volta di più l’opinione
pubblica.

Da quanto ci è dato sapere, purtroppo non dagli organi di stampa, all’arrivo dei pacifici manifestati alcuni individui li avrebbero prima provocati e poi aggrediti, in particolare Marta (la lavoratrice precaria sopraccitata) è dovuta ricorrere alle cure del pronto soccorso in Alessandria dove le sono stati dati quattro giorni di prognosi dai medici.

L’Associazione Voci della Memoria, fiduciosa nel lavoro della magistratura inquirente che ha raccolto stamane la denuncia effettuata dall’aggredita, vuole testimoniare a Marta e a tutti i manifestanti ieri presenti la propria solidarietà a fronte della vigliacca aggressione subita perché rei di chiedere Verità e Giustizia sui fatti del Teatro Comunale di Alessandria e di manifestare il proprio dissenso sulla gestione della vicenda, l’Associazione intende altresì ribadire la propria vicinanza a tutti i cittadini (4000!) che hanno frequentato le sale quando già erano contaminate ed ai lavoratori per più giorni esposti, mettendosi a loro disposizione per ogni eventuale iniziativa nelle prossime settimane.

La violenza non potrà fermare mai la sete di Giustizia e la ricerca di Verità dei cittadini, tantomeno di quelli che hanno buona Memoria e ogni giorno cercano di condividerla con più persone possibili.

Associazione Voci della Memoria, Casale Monferrato

martedì 19 ottobre 2010

La tragedia dell’amianto, da Casale Monferrato al Teatro di Alessandria

Da molti anni le strade e le case in cui viviamo tutti i giorni nascondono una pericolosa minaccia celata tra le tegole dei tetti, negli impianti di aereazione, nei tubi dell'acqua: l'amianto, materiale estremamente utile e polivalente utilizzato per differenti scopi, nonostante l'altissimo tasso di nocività per l'uomo e per l'ambiente riconosciuto in Italia dagli anni sessanta. Nel nostro Paese il problema dell'amianto è sempre stato affrontato con estrema superficialità e questo ha permesso che ditte come l'Eternit di Casale Monferrato proseguissero nella lavorazione e nella messa in commercio dell'asbesto fino al 1986, senza curarsi delle vittime che questo materiale ha provocato e continua tutt'ora a provocare tra ex lavoratori dell'azienda e cittadini (fino ad ora i decessi accertati causati dall'inalazione di polveri di amianto sono circa 1400, di cui 900 tra i dipendenti e 500 tra i cittadini).

La drammaticità della situazione in cui si trovano gli abitanti di Casale è tra le più gravi ed eclatanti in Italia, con una media di circa 50 morti all'anno per mesotelioma pleurico e asbestosi, centinaia di famiglie distrutte e un tasso di polveri di amianto presenti nell'aria ancora oggi sopra le norme; in più le malattie provocate dall'asbesto si manifestano solo dopo diversi anni dall'esposizione e questo significa che saranno ancora molte le vittime causate da questo materiale e dagli imprenditori che hanno deciso di continuare a utilizzarlo per gonfiare le proprie tasche, senza preoccuparsi della vita di migliaia di persone.
Ancora oggi le polveri di asbesto fanno parte della quotidianità della vita dei casalesi; i comitati e le associazioni che da anni lottano contro questa terribile piaga hanno più volte denunciato il fatto che solo il 50% dell'asbesto presente in città è stato bonificato correttamente e che sono ancora molte le abitazioni con tetti o altre parti di strutture in amianto, anche perché tuttora non esiste alcuna legge che impone ai privati di provvedere alla bonifica negli edifici di loro proprietà.

Evidentemente anni di lotta e di processi portati avanti dai comitati casalesi non sono bastati a far sì che le istituzioni e le ditte incaricate di bonificare e smaltire l'amianto si preoccupassero di farlo correttamente e senza rischi per le persone e questo è palesemente dimostrato da ciò che sta accadendo nelle ultime settimane nel Teatro Comunale di Alessandria.

Chiunque abbia seguito la questione sui giornali locali si sarà sicuramente reso conto dell'alone di mistero e di non detti che la dirigenza del teatro (in particolare nella figura della Presidente Elvira Mancuso), il Comune della città e la ditta Switch 1988, esecutrice della bonifica, hanno creato intorno alla faccenda, come se la verità non riguardasse i lavoratori, i 4000 cittadini che hanno attraversato il teatro durante il periodo a rischio e la cittadinanza tutta.
Cerchiamo di mettere un po’ di ordine anche se risulta particolarmente complicato.
La ditta Switch 1988 di proprietà del signor Maurizio Dufour ha eseguito i lavori di bonifica del teatro che gli sono stati affidati dal Consiglio di Amministrazione della Fondazione Teatro Regionale Alessandrino di cui fanno parte i signori Elvira Mancuso, Roberto Livraghi, Lorenzo Repetto (già Sindaco del Comune di Castelletto D’Orba e attuale Presidente dell’AMAG) e Gianluca Veronesi. Non è stata effettuata nessuna gara di appalto pubblica per l’esecuzione dei lavori, ma è stata direttamente scelta la ditta Switch 1988 con sede nella città di Genova e una sede operativa nella città di Castelletto D’orba in provincia di Alessandria.

I lavori non sono stati eseguiti regolarmente se è vero che attualmente il teatro è chiuso per la presenza di polveri di amianto. Le prime analisi fatte da un laboratorio privato (di cui ad oggi viene tenuto nascosto il nome ma che è sulla bocca di centinaia di cittadini) escludevano la presenza dell’amianto.

Dopo l’intervento dell’ASL si è chiarita la questione e conseguentemente si è optato per la chiusura del teatro e per una nuova e necessaria operazione di bonifica.
Si apprende stasera da fonti giornalistiche che per i nuovi lavori, il consiglio di amministrazione della fondazione teatro regionale alessandrino di cui fanno parte i signori Elvira Mancuso, Roberto Livraghi, Lorenzo Repetto (già Sindaco del Comune di Castelletto D’Orba e attuale Presidente dell’AMAG) e Gianluca Veronesi abbia scelto la ditta Switch 1988 con sede operativa nella città di Castelletto D’Orba.
In pratica la ditta, che ha eseguito i primi lavori di bonifica causando lo spargimento dell’amianto per tutto il teatro, viene nuovamente incaricata di rieseguire i lavori di bonifica vista la sua grande competenza nel settore.

I cittadini e i lavoratori hanno il diritto di sapere cosa sta accadendo nel Teatro di Alessandria e di capire come questa situazione estremamente grave e pericolosa venga gestita e affrontata dalla Giunta Comunale e dall'amministrazione del TRA.
Cittadini e lavoratori hanno il diritto di avere risposte ad alcune banali domande:
1) Per quale ragione non è stata eseguita una gara d’appalto per l’esecuzione dei lavori?
2) Per quale ragione il consiglio di amministrazione del TRA ha scelto la Switch 1988 con sede operativa a Castelletto D’Orba per eseguire i lavori?
3) Chi fra i membri del consiglio di amministrazione di cui fanno parte i signori Elvira Mancuso, Roberto Livraghi, Lorenzo Repetto (già Sindaco del Comune di Castelletto D’Orba e attuale Presidente dell’AMAG) e Gianluca Veronesi ha proposto che fosse la Switch 1988 con sede operativa a Castelletto D’Orba ad eseguire i lavori?
4) Chi doveva vigilare sull’esecuzione dei lavori?
5) Quale laboratorio ha detto che non c’era la presenza di amianto all’interno del Teatro?
6) Per quale ragione si sceglie nuovamente la ditta Switch 1988 con sede operativa a Castelletto D’Orba per eseguire i nuovi lavori?
7) Per quale ragione non si fa una gara d’appalto?
E molte altre domande che si potrebbero aggiungere.

Per queste ragioni, Venerdì 22 ottobre alle ore 21 presso il Laboratorio Sociale di via Piave 65 si terrà un dibattito pubblico.
Ad aiutarci ad affrontare la questione amianto parteciperanno:
Bruno Pesce (Comitato vertenza amianto Casale Monferrato)
Romana Blasotti Pavesi (Associazione famigliari vittime amianto Casale Monferrato)
Luca (Associazione Voci della Memoria)
Cittadini e Lavoratori contro l’amianto

da Alessandria in Movimento

lunedì 27 settembre 2010

Casale Chiama Ciriè. IPCA: storia d'una strage
Venerdì 1° ottobre a Casale Monferrato

Raccontare per non dimenticare. E' questo l'impegno dell'associazione casalese Voci della memoria, nata da pochi mesi, ma già molto attiva sul territorio per dare parola alle ingiustizie, quelle del lavoro, quelle di un'Italia che dimentica troppo spesso le sue vittime, protagoniste di storie ormai passate sotto silenzio. Come le vittime della tragedia della fabbrica IPCA di Ciriè. Si racconterà la loro storia venerdì 1° ottobre, al circolo Pantagruel di Casale Monferrato (via Lanza 28), alle ore 21.

A ricordare, spiegare e raccontare saranno Daniele Stella, figlio di Albino operaio Ipca, Cinzia Franza, figlia di Benito operaio Ipca, assessore al Comune di Ciriè, e Paolo Randi ex-operaio Ipca, un sopravvissuto di quella fabbrica che ha ucciso praticamente tutti i suoi dipendenti.

Fondata nel 1922 dai fratelli Sereno e Alfredo Ghiotti nel territorio della frazione Borche, l'Industria Piemontese dei Colori di Anilina(IPCA) è passata alla storia per una tragica vicenda di inquinamento ambientale e per i moltissimi lavoratori deceduti per cancro alla vescica. Oltre 200 le vittime di una strage silenziosa che è potuta emergere solo grazie alla strenua lotta di due operai, Albino Stella e Benito Franza, entrambi malati di un tumore alla vescica che li porterà alla morte, ma forti abbastanza per presentare denuncia nel 1972 contro la fabbrica assassina.

Si racconterà la loro storia venerdì a Casale Monferrato, la storia della famiglie, del duro lavoro in fabbrica, delle troppe scomparse una dopo l'altra. In platea una presenza importante: i membri dell'Associazione Famigliari e Vittime Amianto, testimoni e protagonisti della lotta più grande di Casale Monferrato, quella contro la Eternit.

Per contatti e informazioni: info@vocidellamemoria.org, luca@vocidellamemoria.org, diego@vocidellamemoria.org, pamela@vocidellamemoria.org. Tel: 392.7449176

giovedì 23 settembre 2010

Addio a Pietro Mirabelli. Un uomo intero.
Il ricordo di Idra e Medicina Democratica

Una spinta naturale e irresistibile alla giustizia sociale, alla dignità della persona, ai diritti del lavoratore: questo e tanta calda umanità nel DNA di quest’uomo, Pietro Mirabelli, uomo intero, bandiera di un Sud che dopo 150 anni di cosiddetta unità d’Italia l’emigrazione ancora dissangua.

Il 29 marzo 2001 “Pietro il minatore”, delegato sindacale CGIL, volle scrivere al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, dal cantiere TAV del Carlone, una lettera aperta.

“Le ho stretto la mano quando, un mese fa, è venuto a “festeggiare” nella galleria di Vaglia dell’Alta Velocità ferroviaria l’abbattimento di un diaframma. L’ho chiamata con rispetto, Le ho stretto la mano e Le ho sussurrato: “Ci salvi Lei, Presidente!”. Ricorda? Mi ha guardato, ha avuto un moto di sorpresa forse: ero proprio io, quel rappresentante sindacale delegato alla sicurezza che Le aveva scritto poche ore prima per chiedere di poterLe parlare in occasione della sua visita. Avrei voluto raccontarLe i problemi che assillano ancora oggi la vita, e umiliano la dignità, di centinaia e centinaia di lavoratori aggiogati al ciclo continuo e a condizioni ambientali abbrutenti, qui nella civilissima Toscana, nelle viscere dell’Appennino, in mezzo all’acqua e al fumo, a mille chilometri da casa. Ma la Prefettura di Firenze mi informò che quel giorno Lei avrebbe avuto troppo poco tempo. E che tuttavia avrei potuto scriverLe, certo che Ella mi avrebbe letto.
Ecco dunque ciò che un delegato sindacale eletto dai minatori della TAV Le chiede con un ultimo (creda: ultimo) lumicino di speranza. Dopo che tutte le altre strade si sono mostrate sbarrate. E’ un appello con le valigie in mano, signor Presidente. E’ un appello a intervenire. A chi le scrive è rimasta solo la scelta di lasciare il proprio lavoro, la propria rappresentanza, le proprie speranze. Il proprio stesso Paese”.


E così si chiudeva, quella lettera che non passò certo inosservata, dopo che anche il cardinale di Firenze mons. Silvano Piovanelli aveva perorato in una omelia pasquale nella cattedrale di Santa Maria del Fiore la causa dei moderni ultimi:

“Le scrivo, Presidente, con un piede dentro e uno fuori da quel cantiere di Vaglia, in provincia di Firenze, in cui lavoro da due anni e che anche Lei ha visitato in un giorno molto, molto particolare. Non credo che potrò resistere a lungo nel clima di ostilità che si è costruito intorno a questa lotta giusta e condivisa. Temo proprio di dover gettare la spugna. Di dovermene andare.
Oso aspettarmi da Lei, Presidente, una risposta a questo ultimo grido di speranza, che Le indirizzo prima di essere costretto a cercare lavoro e dignità all’estero. Dove spero di trovare quel rispetto, quella civiltà, che la nostra Repubblica non sta dimostrando di saper garantire né a chi ha voce per protestare né ai mille protagonisti muti della costruzione di questa opera “pubblica” insieme alla quale si stanno distruggendo in realtà le loro vite, la loro dignità, le loro speranze. Ma in fondo anche i diritti di tutti.
Tutte le volte che ripasserò dalla Toscana, signor Presidente, mi farà male al cuore pensare che cosa c’è dietro l’immagine di questa regione, fino a ieri così positiva e progressiva, per tutti noi nel nostro povero Sud! Cosa c’è dietro questa mitica “terra delle libertà e dei diritti”!
Se non interverrà Lei, chi si potrà dire che la sta vincendo questa battaglia, signor Presidente? Lo Stato o la Prepotenza? Il Diritto o la Sopraffazione?”.


Da allora, è cambiato qualcosa?
Molti segni indicano che no, che in certi luoghi le condizioni di lavoro sono diventate addirittura peggiori.

Qualche mese fa, dopo aver perso l’impiego nei cantieri TAV, dopo mesi di inutile ricerca di un lavoro, l’alfiere dei diritti e della sicurezza ha dovuto abbandonare un nuovo impiego nei cantieri della Variante di valico, troppo umilianti per lui. Pietro è davvero partito, ha davvero lasciato non solo la Calabria e il suo paese di minatori da generazioni, ma anche l’Italia. Ed è andato a morire in Svizzera. Solo.
Di noi, era per molti versi il migliore. Di sicuro il più esposto, il più coraggioso. Ma alla fine non siamo stati in grado di trattenerlo. Non abbiamo saputo difendere fino in fondo chi difendeva l’umanità del lavoro. Un uomo che dalle autorità pubbliche avrebbe meritato attenzione, plauso e tutela, è morto solo, in terra straniera. Insieme a quei massi di galleria è precipitata su di lui la storia di un Sud che non cessa di soffrire e di emigrare, la storia di un Nord che non cessa di coltivare un’idea distorta ed egoistica di progresso, una storia che non sembra voler cambiare marcia e direzione. Ma noi non dimentichiamo, e anzi continuano a darci forza, il suo sorriso fraterno, il suo acuto intuito, il suo impegno intelligente, generoso e determinato.
Medicina Democratica onlus
Associazione di volontariato Idra

da Altra Città

martedì 20 luglio 2010

Uralita condannata, sentenza storica in Spagna

La lotta giudiziaria all'amianto continua, non solo in Italia. Dalla Spagna arriva notizia di una sentenza storica, che condanna la Uralita (dal 1959 partecipata Etrnit) a risarcire gli abitanti dei paesi di Cerdanyola e Ripollet, comuni vicino a Barcellona, tra i quali aveva sede la fabbrica. Asbestosi, mesoteliomi, danno morale: ecco l'articolo dal quotidiano iberico El País, del 14 luglio 2010

Il tribunale di Madrid ha condannato Uralita a indennizzare con 3.918.594,64 euro un gruppo di abitanti di Cerdanyola e Ripollet (Barcellona) per i danni derivati dall'esposizione alla polvere di amianto generata dalla fabbrica che l'azienda aveva tra le due località. I danneggiati da parte loro richiedevano 5.414.139,54 euro.

La sentenza è storica per la Spagna. E' la prima volta infatti che coloro che chiedono i danni non sono lavoratori della fabbrica, ma 47 abitanti che vivevano nei pressi e che, secondo la sentenza, soffrono di malattie prodotte dal contatto avuto direttamente con l'amianto che utilizzava la Uralita per fabbricare i suoi materiali. Di questi 47 abitanti, sono stati 45 coloro che hanno ottenuto sentenza favorevole.

Il Tribunale di Primo Grado numero 46 di Madrid ha considerato come "è chiaro" che la causa delle malattie dei richiedenti, o dei loro familiari morti, è l'attività industriale portata avanti dal 1907 nella fabbrica di Uralita, situata tra Cerdanyola e Ripollet, municipi dove i malati hanno risieduto per decenni.

Secondo la sentenza, i mezzi di trasmissione che hanno causato le malattie vanno dalle emissioni della fabbrica in forma di polvere di amianto, alla manipolazione dei vestiti dei lavoratori da parte dei familiari nelle rispettive case, alla contaminazione derivata dalla degradazione dei depositi dei residui derivati dalla stessa attività industriale.

"La sentenza è storica. Siamo molto contenti. Non si tratta dei soldi, ma del riconoscimento: la Uralita ha contaminato tutto quello che avevamo attorno a noi", ha commentato Jesús Ferrare, membro della Asociación de Afectados por el Amianto, che ha assistito al processo di Madrid in rappresentazione dei malati. I compensi economici, ha detto, spero che servano almeno "per far fare ai malati, che non si possono curare, la vita più comoda possibile considerando i loro problemi". Sulle due persone per cui la sentenza non è stata favorevole questa settimana si riuniranno con i propri avvocati, per studiare se presentare ricorso. "Sappiamo che Uralita farà ricorso. Però almeno abbiamo aperto una via. Speriamo che tutti i malati si rendano conto, grazie alla sentenza, che, per quanto grande sia Uralita, si può vincere". Per ora Uralita non rilascia dichiarazioni. L'impresa sta analizzando la sentenza.

La lista degli indennizzi è lunga. Sono 45 i malati a cui è stata riconosciuto che l'infermità è legata all'amianto e il giudice ha accordato compensi che vanno da 43mila euro a 470mila euro. I malati soffrono per lo più di placche pleuriche, che possono provocare problemi respiratori che limitano le attività del malato. Alla maggioranza è stato riconosciuto il danno morale, che gli avvocati hanno chiesto, trattandosi di malattie incurabili e che peggiorano nel tempo. I compensi economici più alti vanno a chi soffre di lesioni polmonari già in fase avanzata, e che obbligano i malati, per esempio, a usare bombole di ossigeno per respirare, così come a chi soffre dell'incurabile mesotelioma.

Durante il processo, la Uralita ha riconosciuto che negli anni Settanta spargeva residui di fabbricazione e tubi di fibrocemento per le strade non ancora asfaltate. Con la pioggia, il materiale si compattava per le strade. I malati hanno spiegato di non aver mai creduto che fosse pericoloso e per questo, essendo bambini, giocavano con i resti del materiale tossico.