venerdì 26 marzo 2010

Pazzi per il cinema

Attraversano l’Abruzzo con un pullman per portare film e vita agli isolati delle new town. Loro, che sono Matti

L'AQUILA - Il brusio si sente anche dall’esterno, la stanza è una scatola sottile. Un container anonimo, come se ne vedono tanti dopo una catastrofe. Isolato, a lato dei padiglioni che un tempo ospitavano il manicomio di Collemaggio a L’Aquila. Rispetto ai muri crepati delle vecchie strutture, questo parallelepipedo bianco dà una certa sicurezza.

Ogni giorno si ritrovano qui una ventina di ragazzi del Centro di salute mentale. “Una beffa del destino tornare nel luogo che avevamo abbandonato più di dieci anni fa, al termine di una lunga lotta. È una collocazione di sofferenza, ma l’abbiamo accettata, dopo sette mesi passati in tendopoli”. Alessandro Sirolli, direttore del Centro, ha modi gentili e barba incolta. È uno psicologo di frontiera: allievo di Franco Basaglia, è stato impegnato fin dagli anni ’70 nel processo di smantellamento dei manicomi, in particolare quello di Collemaggio, chiuso nel 1996.

Ripartire dopo il terremoto non è stato semplice, ma Sirolli l’ha voluto fare proprio con i suoi matti e con un’iniziativa particolare. Dal 20 febbraio, infatti, gira con loro per le new town abruzzesi a bordo del Cinebus. “È un autobus trasformato in cinema -spiega lo psicologo-, per portare film e dibattiti nei nuovi quartieri, dove mancano spazi di socialità e la gente è sempre più isolata”.

L’Ama, l’azienda dei trasporti aquilana, ha concesso un pullman. La onlus romana “Chiara e Francesco” e l’associazione “180 amici” si sono fatte carico dell’impianto di proiezione e dei costi per due operatori. La prima tappa è stata la piazza del Duomo, nel centro de L’Aquila. Il Cinebus ha poi toccato le frazioni di Roio, Paganica e Colle Brincioni.

Il tour andrà avanti per tutta la primavera. Nei fine settimana il pullman raggiunge una delle new town, la gente si accomoda sui sedili e si gode lo spettacolo. Finora sono stati proiettati la fiction su Basaglia “C’era una volta la città dei matti”, “Si può fare”, del regista Claudio Manfredonia con la partecipazione di Claudio Bisio, e “Tutta la vita davanti”, di Paolo Virzì.

“È un ottimo modo per coinvolgere i matti, che mi accompagnano nelle diverse tappe del viaggio. Alla fine di ogni pellicola i cittadini e le persone che frequentano il Centro discutono di quello che hanno visto ma anche delle condizioni in cui stiamo vivendo oggi”.

Il contatto con la cittadinanza è linfa vitale per Sirolli e la sua attività. “Già prima del terremoto, avevamo pensato a una serie di iniziative da realizzare nella nostra sede appena ristrutturata, in via San Marciano, un palazzo settecentesco ora inagibile: un milione e 300mila euro di danni causati dal sisma”. L’idea era quella di presentare testi di scrittori abruzzesi. La scossa, però, ha sconvolto tutto. “Dopo il 6 aprile, la nostra terra si è riempita di giornalisti ed è arrivata una valanga di libri sul terremoto”, racconta Sirolli. I libri sono stati il primo veicolo per intraprendere quelli che lo psicologo chiama “laboratori di cittadinanza”.

I ragazzi di Sirolli hanno vissuto nelle tende, in mezzo agli altri. “Abbiamo scelto di stare nella tendopoli, quella del campo Globo, che si è trasformata nella sede provvisoria del Centro e in casa per decine di ragazzi che avevano perso la propria. Non senza resistenza della Protezione civile che ci voleva isolare su una collina. La tenda è uno spazio di socialità e contaminazione, proprio quello che cercavamo quando nel 1996 siamo usciti dal manicomio per permettere a queste persone di vivere in appartamenti in città”.

Il giorno dopo il terremoto era arrivata anche una proposta. Inaccettabile. “Tranquilli, ve li prendiamo noi i matti”. Erano i responsabili di Villa Pini, la casa di cura di Chieti di proprietà della famiglia Angelini, oggi al centro di un’inchiesta giudiziaria per truffa.

Sirolli ha voluto difendere i propri matti, scegliendo una soluzione precaria come quella della tendopoli. “C’era chi si lamentava perché il matto faceva la pipì fuori dalla tenda -ricorda-, poi magari si scopriva che era stato un vecchietto che non ce la faceva ad arrivare ai bagni. Ma soprattutto abbiamo ricevuto espressioni di vicinanza”. Il 2 novembre, quando il Centro è stato trasferito nel container e i ragazzi sono tornati a vivere nelle proprie case o nella new town, molti hanno pianto. “E ancora oggi se ci incontrano per strada ci chiedono come stanno Luigi, Danilo e gli altri”.

Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
Da Terre di mezzo di marzo

martedì 23 marzo 2010

Amianto, la conquista del Sud del mondo

Ci sono Paesi del mondo dove ad estrarre l’amianto dalle miniere sono le donne, e lo fanno a mani nude. Altri Paesi dove i governi negano e nascondono ogni forma di problema riguardante la pericolosità dell’amianto. Ci sono luoghi nei quali le multinazionali europee hanno siglato patti più o meno formali con i governi, dittature più o meno dichiarate, per portare avanti un’attività fatta di profitti e morte, disinteresse per la salute dei cittadini e dell’ambiente. Paesi in cui le polveri di amianto non sono considerate mortali, e nemmeno nocive, magari un po’ fastidiose per il respiro, ma comunque vengono viste come fonte di lavoro. La lunga mano dell’Eternit, e con lei di altre multinazionali dall’amianto come Saint-Gobain, a partire dagli anni ‘70, ha iniziato a lasciarsi alle spalle l’Europa per metter in atto una vera e propria colonizzazione dei paesi del Sud del Mondo. Lo hanno raccontato martedì diversi testimoni, nel corso della Conferenza organizzata dalla Iban (International Ban Asbestos Network) presso la sala convegni della Regione Piemonte, in corso Stati Uniti. Testimoni che si sono aggiunti ai loro colleghi europei, per raccontare storie di lotta e sfruttamento.

America Latina
In Brasile, ha spiegato Mauro Menezes, rappresentante dell’Abrea (Associazione Brasiliana degli Esposti all’Amianto), esistono alcune tra le miniere e le fabbriche di amianto più grandi al mondo. Un esempio è la città di Osasco, nello stato di San Paolo, fondata da emigranti italiani provenienti proprio dall’omonimo paese in provincia di Torino, dove ha funzionato per decenni uno stabilimento Eternit. Grande produttore ed esportatore, il Brasile ha visto moltiplicarsi le morti negli scorsi anni. E, nonostante le pressioni delle multinazionali e dell’Istituto Brasiliano dell’Amianto,i lavoratori sono riusciti ad ottenere una storica vittoria nel 2005: in seguito a una class action, il Tribunale di San Paolo ha condannato la multinazionale a risarcire 2.500 operai esposti. Inoltre l’Abrea è stata in grado di fare approvare leggi per la proibizione dell’amianto in diversi stati del Brasile, ancora non in tutti, ma l’impegno continua. Più difficile la situazione a Lima, dove il lungo governo Fujimori, con le sue politiche neoliberiste e repressive, ha bloccato ogni forma di azione penale volta a contrastare l’utilizzo e la produzione di amianto. Vietato solo negli ultimi anni, oggi questo minerale viene ancora commercializzato in Perù e, come ha mostrato Eva Delgado, dell’Asociacion frente al asbesto, in una serie di diapositive, è trasportato su camion scoperti. Oppure viene utilizzato per costruire baracche nei quartieri più poveri di Lima.

Asia
Nei Paesi asiatici, se possibile, la situazione è ancora peggiore. L’aspetto che più preoccupa è la difficoltà di reperire dati sulla roduzione, l’utilizzo e le morti provocate dall’amianto in Paesi come Cina, il maggiore consumatore e produttore mondiale, India e Thailandia. In Giappone la Eternit è arrivata con il nome di Japan Eternit Pipe, affiancandosi nella produzione a una serie di aziende locali. Grazie al lavoro delle associazioni si è riusciti negli ultimi anni ad avere una stima abbastanza precisa delle morti legate all’esposizione, nel 2007 ne sono state conteggiate più di 500, nelle varie imprese produttrici di amianto, ma sono dati molto parziali. Drammatica la situazione illustrata da Madhumita Dutta, riguardo all’India, dove la Eternit, oggi non più presente nel Paese, ha lasciato una dura eredità. Forti sono i contatti con il Canada, paese da dove l’India importa ogni anno più 300 milioni di tonnellate di amianto bianco. E dove ancora rimangono funzionanti miniere a cielo aperto, tra cui anche un sito nello sta to del Rajasthan di estrazione della pericolosissima tremolite, proibita in tutto il mondo. E poi l’amianto è presente nella navi, il cui smantellamento occupa decine di migliaia di lavoratori nello stato indiano del Gujarat. Da alcuni anni in Asia è attiva la Anroav, rete asiatica per le vittime delle morti sul lavoro. Si occupa di incidenti e malattie professionali, cercando di monitorare i vari Paesi e dedicando molte attenzioni all’amianto e alle altre sostanze nocive utilizzate spesso senza controllo. Qualche passo avanti si è fatto, come in Indonesia, dove si è riusciti ad avviare dei programmi di formazione per i lavoratori e il prossimo ottobre dovrebbe nascere la rete per la proibizione dell’amianto.

Ilaria Leccardi da Terra Comune

martedì 9 marzo 2010

Valledora: una storia di resistenza

Trecento chilometri quadrati di pianura padana tra le province di Vercelli, Biella e Torino, tra le risaie e il lago di Viverone, fino alle propaggini della Serra di Ivrea. Un territorio di confine, che ospita i depositi di scorie nucleari di Saluggia e Trino, le centrali termoelettriche di Livorno Ferraris e Chivasso, le cave di Tronzano, la linea ad Alta velocità Milano-Torino e le discariche di Cavaglià e Alice Castello. In questo comune sono stoccati due milioni e cinquecentomila metri cubi di rifiuti. E di siti ce ne sono addirittura tre. Il più recente doveva essere una bonifica dei precedenti, ma si è trasformato in una nuova discarica, più grande delle altre due messe insieme: un milione e duecentomila metri cubi. Una concentrazione di impianti inquinanti forse unica in Italia.

Che le cose stavano cambiando si capiva già a inizio anni '90, ma prima che si formasse una coscienza collettiva su quello che stava accadendo di anni ne sono passati ancora. Col tempo sono nati comitati operativi nei paesi della zona. Mancava solo un’unità d’azione. Così il 7 novembre 2007 si sono riuniti in un’unica sigla: Movimento Valledora. Un nome per dare seguito a una critica condivisa, un modo per dire che i problemi non sono singole realtà a sé, ma fanno parte di una più ampia problematica. «Siamo come Don Chisciotte e stiamo lottando contro un nemico invisibile, che ci arriva da ogni parte. La cattiva pianificazione territoriale», spiega Anna Andorno, portavoce del Movimento.

Quel giorno di novembre si incontrarono i comitati di Livorno Ferraris (con la lotta contro l’inceneritore ne è stato l’ispiratore), Borgo d’Ale, Alice Castello, Cavaglià, Tronzano e Santhià, dove si era costituito un gruppo di donne. Si trovarono per firmare una carta d’intenti. In seguito si aggiunsero quelli di Viverone e Moncrivello. Finalmente si partiva, parola d’ordine: «Salvare ciò che resta del nostro territorio e delle nostre storie». L’inizio, darsi un metodo e coordinarsi, non è stato facile. «Ma siamo cresciuti – racconta Anna Andorno -, abbiamo acquisito competenze. Ci battiamo perché si riprenda a

lottare per avere dignità e rispetto. Sembrerebbe un obiettivo timido, invece, è il primo passo verso qualcosa di rivoluzionario. Amare il proprio territorio non significa avere una senso protettivo o esclusivo nei suoi confronti, si tratta di ragionare in modo civico, di muoversi in una dimensione sociale, di non restare indifferenti ai problemi e di trattarli con partecipazione viva. Per fare questo abbiamo dovuto studiare, ricercare, informarci, chiedere consulenze, trattare con la diffidenza del potere politico».

La loro zona la raccontano come un territorio di confine “da colonizzare”. Non sanno dove mettere un impianto inquinante? Allora, lo piazzano qui ai confini tra le province, sperando di non avere troppe noie dagli abitanti. Ma c’è chi non ci sta: «Facciamo informazione – spiega ancora Andorno - verso la popolazione, le scuole, i gruppi. Da qui, l’idea di un documentario. Cercavamo un mezzo per arrivare al maggior numero di persone possibile, ci siamo autotassati e abbiamo affidato l’incarico al regista più bravo della zona, Matteo Bellizzi (autore di “Sorriso amaro”, ndr)». Un lavoro duro, 35 ore di ripresa. «Abbiamo trascinato Matteo ai convegni, ai tour sulle discariche, ai dibattiti nelle piazze, nelle cascine per intervistare i contadini locali». Poi la suspense del montaggio e la nascita di “Valledora. La terra del rifiuto”. «Un film bellissimo, vero, caldo. Il nostro problema è riassunto in 63 minuti e c’è proprio tutto. Matteo ha creato i personaggi e finalmente Valledora ha la sua storia».

In questi oltre due anni di lavoro il Movimento Valledora è diventata una presenza costante e “fastidiosa” sul territorio, con interventi puntuali ogni volta che si è prospettata l’apertura di un nuovo impianto potenzialmente inquinante. «Per ogni richiesta di apertura di cave, discariche o impianti richiediamo il progetto, informiamo la popolazione attraverso serate e volantinaggi, presentiamo osservazioni e tentiamo di incontrare le istituzioni». Una procedura che gli attivisti ripetono anche ad ogni nuova legge regionale o iniziativa provinciale che viene avanzata. E i primi segnali di ascolto da parte delle istituzioni sono arrivati. Il sindaco di Moncrivello (Vercelli) ha votato una mozione contro l’apertura di nuove cave sul territorio, anche se la ditta interessata ha comunque presentato una pratica di autorizzazione. Inoltre, la Regione Piemonte, anche sull’onda delle richieste del Movimento, ha commissionato il documento “Ipotesi di Piano strategico della Valledora”, che racconta lo scempio perpetrato a danno delle popolazioni locali e di quest’area in cui crescono i rischi per la salute se si considera la presenza delle falde acquifere e il pericolo che vengano inquinate dalle sostanze che si depositano nel sottosuolo.

E poi le azioni legali, difficili da portare avanti autonomamente perché costose. «Lavoriamo per i ricorsi al Tar con gli avvocati di Legambiente, Pro Natura e Lipu. Attualmente è in corso un’indagine della magistratura su un nostro esposto per un presunto danno ambientale provocato da una cava. In passato invece abbiamo vinto contro la provincia di Biella il ricorso sul Bioreattore di Cavaglià e abbiamo ottenuto un’ispezione della provincia di Vercelli alla discarica Ciorlucca di Alice Castello, dove sono state rilevate irregolarità”.

Un’attenzione allargata verso tutto ciò che può essere uso improprio del territorio e al tempo stesso risposta all’eccessivo consumo, a partire dalla più semplice delle azioni, come la raccolta differenziata. Anche per questo il Movimento Valledora ha aderito al Manifesto nazionale di “Stop al consumo del territorio”, un’iniziativa portata avanti da diversi comuni e associazioni italiane per sensibilizzare cittadinanza e istituzioni contro l’irrefrenabile marcia del cemento e lo sfruttamento incondizionato del paesaggio. In questo senso, ad esempio, a fronte della futura costruzione di tre nuove discariche nel comune di Livorno Ferraris il Movimento ha lanciato una petizione per l’impianto di 20mila alberi al posto di una discarica. «Siamo folli... – sorride Anna Andorno – Ma la nostra unica speranza è la coscienza dei cittadini. Che si risvegli e poi... nessuno ci fermerà».

di Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
da Cenerentola

giovedì 25 febbraio 2010

L'Aquila 8 mesi dopo

Girare per le strade de L’Aquila è come provare a districarsi in un labirinto di sensi unici. Le vie dove un tempo scorreva il traffico regolare oggi si stringono per lasciare spazio a cantieri e impalcature. Sui marciapiedi ancora tanti calcinacci e mattoni. Basta voltarsi un attimo e le ferite delle case sono ancora tutte lì, con la vita della gente che le abitava esposta al cielo. Il terremoto ha messo fine a ogni forma di intimità. Non sono crollati solo i muri, ma in una città dove gli stessi abitanti raccontano di un tessuto sociale già fragile prima del sisma, a disperdersi sono stati i legami, le forme di riconoscimento, la capacità di parlare. “Anche i giovani che si ritrovavano alle “colonne” del centro storico ora non sanno dove andare - spiega Annamaria, giovane insegnante di educazione fisica – se ne vanno tutti al centro commerciale, verso Coppito, appena fuori città. Ma non è la stessa cosa”.

Quello che ti colpisce a L’Aquila non sono solo le rovine, già cancellate dai tg berlusconiani, ma il senso di smarrimento negli occhi della gente. Persino nel modo di guidare. Lungo le strade ci sono incroci ma non si svolta, il rischio è di finire in vicoli resi ciechi dai calcinacci. Si va sempre dritto. Come la vita, che va avanti ma non si capisce dove. Da via XX Settembre che taglia la città si passa a fianco della Casa dello Studente o a quel che ne rimane, si prende una strada in salita e si arriva a Collemaggio, il luogo della storica basilica ma anche dell’ex manicomio. Proprio qui, dal 31 ottobre è arrivato un gruppo di ragazzi, che prima stava al parco Unicef di via Strinella, nelle tende. Sono quelli del 3e32. Si chiamano come l’ora in cui la notte del 6 aprile L’Aquila tremò più forte e sono un coordinamento di comitati che fin dal primo giorno dopo il sisma hanno cercato di tenere viva la coscienza della cittadinanza. Con l’arrivo dell’autunno e la minaccia del freddo la sistemazione di via Strinella non era più abbastanza. E così hanno deciso di occupare uno stabile nel comprensorio dell’ex ospedale psichiatrico. Lo hanno ristrutturato e adibito a sala presentazioni. E poi lo hanno completato, costruendogli affianco una nuova casetta in legno, dove hanno allestito un internet point, perché all’Aquila ora è difficile pure trovare un luogo dove connettersi. Nel complesso che ha preso il nome di CaseMatte si mangia anche, con pastasciutte preparate in enormi padelle, tanto da sfamare senza problemi una ventina di persone. E alla sera, tolto il lungo tavolo da pranzo, la stanza si trasforma in luogo per incontri, presentazioni, dibattiti. Il giorno della nostra visita, a fine novembre, l’ospite è il giornalista Manuele Bonaccorsi, autore di “Potere assoluto. La Protezione civile al tempo di Bertolaso” (Edizioni Alegre, 2009). Proprio lui, Guido Bertolaso, uno dei protagonisti della ricostruzione post terremoto, ma che qui alle CaseMatte è ben poco amato. Quella sera nella piccola casetta arriva anche Sabina Guzzanti con la sua troupe, una presenza costante ormai, che da mesi sta girando un documentario su L’Aquila terremotata.

Poco più in alto, tra i padiglioni di Collemaggio, c’è il Centro di salute mentale, anche questo un luogo di “resistenza”, dove si prova a far ripartire progetti di cittadinanza. La mente organizzativa è Alessandro Sirolli, psicologo e direttore del Centro, negli anni ’70 allievo di Basaglia, che assieme ai suoi “matti” ha dato il via a una serie di iniziative: presentazioni di libri, teatro e l’idea di un cinebus: “Un pullman da 50 posti con telo e proiettore incorporati – spiega –, che giri tra le periferiche new town del piano C.A.S.E. del governo per offrire alla gente ormai isolata dalla città momenti di aggregazione e dibattito. Tanti anni fa con la chiusura dei manicomi siamo riusciti a portare i “matti” tra la gente. Oggi ci riproviamo, partendo dalla nostra esperienza, per andare a ritrovare un contatto con i cittadini. Facendoli venire qui, nel nostro Centro, ma anche andando da loro”.

Quello dell’isolamento e della forzata lontananza dalla città è uno dei temi che più tocca la popolazione. E quando nelle assemblee pubbliche gli abitanti prendono la parola, l’inquietudine non può più essere celata. C’è chi se n’è andato via da L’Aquila, verso il mare in un albergo, “ma non si sente fortunato” precisa una ragazza. Chi sta nelle case prefabbricate o si trova ancora in roulotte. Oppure in tenda, al fondo delle liste d’attesa. E poi c’è chi di notte elude i controlli della Protezione civile e rientra nella propria abitazione, in piena zona rossa. “La prima cosa che fa è tirare giù le tapparelle. Più in fretta che può, perché nessuno lo veda” racconta una psicologa. I rapporti con i volontari di Bertolaso non sono mai stati idilliaci: “Nelle tendopoli ci trattavano come appestati – sottolinea una donna, durante il dibattito alle CaseMatte -, come ‘terroni’, pensate che un responsabile della Protezione civile andava in giro con la scritta ‘Io sono Hitler’. I suoi lo giustificavano, dicevano che era una burla”. In queste settimane, a L’Aquila - col freddo che si attacca alla pelle - si vive in un insopportabile limbo d’attesa. Sul che sarà. “Se avessero dato le autorizzazioni che ci negano – spiega con foga un signore di mezz’età – a quest’ora mi sarei ristrutturato la casa e forse ci abiterei già”. Invece, il centro storico è come il giorno dopo il sisma. In bilico.

di Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
da Cenerentola

giovedì 18 febbraio 2010

"Milleproroghe" all'amianto

Una questione di giustizia ed eguaglianza di fronte alla legge. Una questione capace di creare allarmismi, ma anche di privare realmente i cittadini di un diritto che era stato loro riconosciuto dopo una lunga lotta. L’approvazione in Senato del cosiddetto decreto legge “Milleproroghe”, avvenuta giovedì scorso con l’ennesimo voto di fiducia dell’era Berlusconi, ha acceso gli animi tra coloro che da anni si battono a favore delle vittime dell’amianto. All’interno del documento è infatti presente un emendamento, a firma del senatore Antonio Battaglia del Pdl, che cancella gli effetti di un’importante sentenza emessa lo scorso anno dal Tar del Lazio. Una sentenza che annullava quella parte del Decreto Ministeriale del marzo 2008 che limitava i benefici contributivi per gli esposti all’amianto ai lavoratori di 15 siti oggetto di atto di indirizzo del Ministro del Lavoro, tra cui la Michelin a Torino, la Lucchini a Piombino e l’Ilva a Taranto, a fronte di oltre 500 siti a rischio in tutta Italia. L’atto di indirizzo è una certificazione del ministero attraverso cui ai lavoratori viene riconosciuto il beneficio amianto senza la necessità di dimostrare l’esposizione qualificata. L’emendamento Battaglia ha fatto gridare molti allo scandalo e su di esso sono intervenuti sia il presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso che la senatrice del Pd Magda Negri, la quale si è rivolta al candidato della destra alla Regione Piemonte, Roberto Cota, chiedendo: "Cosa intende fare l’onorevole Cota per i tanti piemontesi che si trovano in questa situazione a Torino, a Casale e in altre parti del Piemonte e per tutelare i cittadini i cui diritti sono limitati da questa iniziativa del Governo?". L’avvocato romano Ezio Bonanni, da anni segue le vertenze legate all’amianto ed è stato uno dei paladini del ricorso al Tar del Lazio: "Non bisogna creare falsi allarmi. Non sono a rischio né i processi già in corso come l’Eternit ne altri di dimensioni più ridotte, né i risarcimenti già elargiti. Ma la questione rimane grave perché riguarda l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge e il tentativo di far passare come valido un principio già riconosciuto illegittimo dal Tar". Il decreto “Milleproroghe” deve essere approvato ora in via definitiva dalla Camera e si spera che l’emendamento venga cancellato ma le associazioni di esposti all’amianto e l’Osservatorio Nazionale sull’Amianto sono pronti ad azioni forti. "Chiederemo che il Capo dello Stato affinché non firmi quel decreto – continua Bonanni – integreremo il ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo e alla Commissione Europea, e non escludiamo la possibilità di citare per danni il governo e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi davanti al Tribunale civile di Roma".

Ilaria Leccardi da Terra Comune

C'erano i treni alla Magliola

A confronto con i numeri enormi di vittime e di richieste di parti civili del maxiprocesso Eternit (6.392 presentati nella quarta udienza svoltasi lunedì al Tribunale di Torino), tutti gli altri procedimenti per morti legate all’amianto celebrati in Italia sembrano piccole gocce nel mare. Eppure sono gocce importanti, perché la sostanza killer, lavorata nei quattro stabilimenti della multinazionale sul territorio italiano fino al 1986, è stata in realtà utilizzata in migliaia di altri luoghi di lavoro, almeno fino al 1992, quando fu varata la legge che ne vietava l’uso. L’amianto era usato come isolante, come materiale ignifugo, oppure, ironia della sorte, all’interno delle protezioni stesse, tute o guanti, utilizzate dagli operai per svolgere il proprio mestiere. Così era anche nell’azienda Magliola di Santhià, ditta impegnata nella riparazione e nella manutenzione di carrozze ferroviarie, per molti anni al lavoro per conto delle FS. Da alcuni mesi i suoi dirigenti, i fratelli Maurizio e Paolo Magliola, stanno affrontando un processo davanti al Tribunale di Vercelli nel quale sono accusati di omicidio colposo per la morte di due operai: Ettore Mosconi, assunto presso l’azienda dal 1981 al 2000, e Giovanni Rustichello, che tra le carrozze ferroviarie ha passato 33 anni, dal 1964 al 1997. Entrambi sono morti per tumori polmonari asbestocorrelati. A giovedì 11 febbraio risale l’ultima udienza, che ha visto protagonisti ex-operai in qualità di testimoni, pronti a raccontare le condizioni in cui per anni hanno svolto il proprio lavoro. La colpa dei fratelli Magliola consisterebbe nella mancata osservazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro e sulla difesa dalle sostanze nocive. Secondo quanto sostiene il pm Antonella Barbera, i dirigenti dell’azienda, che sta affrontando una dura crisi dagli ultimi mesi del 2009, non avrebbero fatto abbastanza per allertare i lavoratori, né per proteggerli durante le operazioni di coibentazione e scoibentazione delle carrozze, pur essendo stati informati sulla pericolosità dell’amianto dalle Ferrovie dello Stato fin dal 1980. Ettore Mosconi e Giovanni Rustichello sono soltanto due delle migliaia di vittime morte nel silenzio. Silenzio fatto di noncuranza e disattenzioni, volute o meno, da parte dei datori di lavoro, che in Italia si sono ripetute in centinaia di circostanze. A volte i morti sono state decine, altre migliaia. Oppure solo due. Ma tutte cercano giustizia.

Ilaria Leccardi da Terra Comune

giovedì 11 febbraio 2010

A Casale si muore ancora
ma i boss fanno ostruzione

"Noi stiamo ancora morendo mentre l’amianto si sta diffondendo". Recitava così lo striscione portato in tribunale da un gruppo di giovani casalesi, giunti a Torino per la terza udienza del maxi processo “Eternit”. Parole che richiamano l’attenzione su una strage ancora in atto che mette paura alla gente di Casale Monferrato, la città più colpita dai veleni della multinazionale dell’amianto. E mentre i ragazzi, assieme a una cinquantina di persone, si sono posizionati in aula 2 per assistere allo svolgersi delle operazioni processuali attraverso due maxischermi, in aula 1 il processo andava avanti. Udienza tecnica, ancora una volta, dove protagonisti sono stati i difensori de gli imputati, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis De Cartier de Marchienne, e quelli delle società a loro collegate, intervenuti per contestare le costituzioni di parte civile.

"Ci troviamo di fronte a 6.000 persone e 50 enti che chiedono il risarcimento. Troppi", ha spiegato Astolfo Di Amato, uno degli avvocati di Schmidheiny, che ha sollevato una questione di legittimità costituzionale delle norme del codice di procedura penale che permettono la costituzione di parte civile ma che, secondo la difesa, ostacolerebbero la velocità e la semplicità del processo. Nulla di più falso, secondo i legali di parte civile: "Non sempre la ragionevolezza della durata del processo corrisponde alla massima speditezza – ha ribattuto l’avvocato Davide Petrini – la durata è ragionevole nel momento in cui bilancia la speditezza e le esigenze delle parti". Una questione già emersa e respinta in udienza preliminare, ma che se dovesse essere accolta potrebbe comportare un’importante modifica della procedura penale.

Più nel merito del processo, ma non di minor peso, la questione sollevata dal difensore del barone De Cartier, Cesare Zaccone, sull’ammissione o meno come parte civile di Inps e Inail, sostenendo l’impossibilità di quest’ultima di esercitare in questa sede il “diritto di regresso”, ossia chiedere agli imputati di risarcire ciò che l’Inail ha dovuto sborsare (una cifra superiore a € 246 milioni per 1.648 persone). Tesi respinta dal pm Raffaele Guariniello che ha richiamato in aula l’articolo 61 del decreto legislativo 81 del 2008, più conosciuto come Testo Unico sulla Sicurezza, secondo cui in un caso come quello della “Eternit” il pm deve dare notizia all’Inail "ai fini dell’eventuale costituzione di parte civile e dell’azione di regresso". Quello dell’Inail, spiega Guariniello, è un diritto che già esisteva prima di questo decreto, ma che attraverso esso viene agevolato: uno strumento in più di prevenzione e per far sapere alle aziende che, in caso di mancata osservanza delle norme, il rischio è anche quello di dover risarcire l’Inail.

Tante e articolate le altre richieste di non ammissione a parte civile: se i difensori di De Cartier chiedono di escludere i lavoratori assunti in “Eternit” dopo l’addio del barone belga all’azienda, quelli di Schmidheiny hanno chiesto invece di escludere chi ha smesso di lavorare negli stabilimenti della multinazionale dell’amianto prima che lo svizzero ne diventasse proprietario, nel 1972. E poi i sindacati e le loro emanazioni locali, sedici, troppi secondo l’accusa, e tante associazioni. Tra queste anche “Medicina Democratica”, movimento nato alla fine degli anni Sessanta e da sempre attivo in tema di malattie professionali. "Oltre che nel processo “Eternit” ci siamo costituiti parte civile in altri procedimenti legati all’amianto – spiegano i rappresentanti, presenza costante alle udienze torinesi – come quello contro la “Montefibre”, celebrato a Verbania, e quello contro la Marina Militare, in corso a Padova. In Piemonte parteciperemo anche al processo contro la “Solvay Solexis” per il cromo esavalente ritrovato a Spinetta Marengo, alle porte di Alessandria". La richiesta di esclusione nei confronti dell’associazione si basa sul fatto che “Medicina Democratica” non era ancora attiva nel momento in cui il reato contestato veniva commesso, almeno da parte di De Cartier, ma, rispondono i rappresentanti, dipende da come viene inteso il reato: l’azione degli imputati (l’omissione del controllo sulle norme) non si è conclusa in un tempo passato definito, ma rappresenterebbe al contrario un reato permanente. O almeno, questa è la tesi sostenuta anche dai pm. E forse era proprio ciò che volevano esprimere quei ragazzi di Casale con le parole scritte sullo striscione che hanno portato fino a Torino. Perché la gente a Casale Monferrato continua a morire.

E mentre il presidente della Corte, il giudice Giuseppe Casalbore, rimanda la prossima udienza a lunedì 15 febbraio, con le risposte dei difensori di parte civile, arriva la notizia di un nuovo importante appuntamento: il 16 marzo a Torino si terrà una conferenza sulle vittime mondiali dell’amianto, con la partecipazione di testimoni provenienti da tantissimi Paesi, dal Nicaragua, al Giappone, passando per il Brasile.

Ilaria Leccardi
da Terra Comune