Lo chiamano sostanza killer, perché provoca malattie come il mesotelioma che non lascia scampo, o patologie croniche polmonari senza soluzione, come l’asbestosi, che causa insufficienza respiratoria, affanno, tosse continua. Un assassino subdolo, perché le sue vittime non muoiono subito, ma anni dopo averlo “incontrato”. Ma soprattutto un omicida onnipresente. È l’amianto che, oltre a colpire chi con esso ha lavorato, come in Italia gli operai Eternit, contro i cui dirigenti inizierà il processo a Torino il 10 dicembre, ha provocato stragi in tante industrie sparse sul territorio, dove veniva utilizzato negli indumenti che avrebbero dovuto proteggere i lavoratori dagli infortuni o come isolante.
È il caso della Montefibre di Pallanza (Verbania), ex Rhodiatoce, dal 1972 di proprietà Montedison, contro i cui dirigenti è iniziato il 6 ottobre il “processo bis”, ora in fase di udienza preliminare al Tribunale di Verbania. Un processo per omicidio colposo e lesioni personali che coinvolge 15 ex lavoratori dell’azienda che produceva nylon e rayon, morti per mesotelioma, e 9 operai che hanno contratto malattie asbestocorrelate. Imputati 16 dirigenti, alcuni dei quali già erano stati coinvolti nel primo processo per la morte di 11 operai. In quel caso il primo grado celebrato a Verbania si era concluso nel 2007 con un’assoluzione per 14 dirigenti perché, pur riconoscendo l’esposizione alla sostanza killer che nello stabilimento di Pallanza era utilizzato per la coibentazione di tubature e l’isolamento di impianti, il Tribunale di Verbania dichiarava l’impossibilità di attribuire la responsabilità ai singoli imputati che negli anni si erano susseguiti ai vertici dell’azienda. Una sentenza per molti scandalosa, ribaltata in secondo grado il 25 marzo di quest’anno dalla Terza sezione penale della Corte d’Appello di Torino che ha condannato gli imputati a pene tra gli 11 e i 20 mesi di reclusione. Si è in attesa ora della sentenza della Cassazione.
Nel “processo bis” alcuni nomi degli imputati ritornano, come quelli dell’ex presidente dell’Eni Giorgio Mazzanti, di Mario Valeri Manera, del Banco Ambrosiano, e di Alberto Grandi, ex amministratore delegato Montedison ed ex vice-presidente di Montefibre, altri cambiano. "Nell’udienza preliminare – spiega Laura D’Amico, legale delle parti civili e della Cgil – il Gup ha ammesso i congiunti dei morti, i lesionati e i loro congiunti, Cgil e Cisl di Verbania, Medicina Democratica, il Comune di Verbania, ma non la Provincia e la Regione Piemonte e nemmeno l’Associazione Italiana Esposti Amianto. Il secondo processo si è reso necessario perché le morti purtroppo continuano e continueranno ancora in futuro". Una sostanza come l’amianto provoca proprio questo, stragi diluite nel tempo che, senza l’impegno delle associazioni, rimarrebbero silenziose. "Uno dei grandi problemi riguarda i medici, spesso poco sensibili a segnalare casi di malattie che potrebbero derivare dall’esposizione all’amianto". L’udienza preliminare si aggiornerà il 25 febbraio.
Ilaria Leccardi di Terra Comune del 25 novembre 2009
mercoledì 25 novembre 2009
sabato 14 novembre 2009
Ricostruire processi e casi giudiziari in tema di amianto. Ci prova Casale Monferato
Casale Monferrato città della sofferenza e dell’impegno, ma anche città all’avanguardia per la “cura” dei siti contaminati (più di 28mila i metri cubi di materiale bonificato) e per lo studio dei rischi derivanti dall’esposizione all’amianto. Tanto che, quando la Regione Piemonte ha dato vita a fine 2008 al Centro regionale per la ricerca, la sorveglianza e la prevenzione dei rischi da amianto, ha scelto come sede proprio la città in provincia di Alessandria. Qui, all’interno del Centro, da quest’estate ha preso il via un progetto affidato a Stefano Zirulia, ricercatore dell’Università di Milano, che va oltre alla dimensione prettamente medica, per puntare allo studio della materia giuridica, una delle più spinose per la mancanza di coordinamento delle procure sul territorio e di banche dati.
Un problema sottolineato anche durante la conferenza nazionale sull'amianto, tenutasi a Torino dal 6 all'8 novembre, dal Procuratore Generale della Repubblica di Firenze, Beniamino Deidda, che di questi temi si occupa da oltre 40 anni: «Tra i maggiori ostacoli nella lotta contro le malattie professionali c’è la difficoltà di fare arrivare nelle aule di tribunale le denunce avanzate all’Inail. Pochi i magistrati competenti in materia e pochi i medici che segnalano alle procure i casi di mesoteliomi e malattie legate all’amianto. Ma soprattutto è difficile risalire ai processi pendenti e alle denunce per i casi di malattia professionale, visto che i capi di imputazione vengono classificati solo genericamente come omicidio colposo».
Casale ha provato a rispondere anche a questo problema. «Abbiamo già attivato un servizio di newsletter e rassegna stampa sul sito dell’Asl di Alessandria (www.aslal.it, ndr) - spiega Zirulia - ma l’obiettivo principale è creare una banca dati giuridica, di libero accesso online, che contenga la giurisprudenza penale, civile e previdenziale sugli effetti dell’amianto sulla salute. Facciamo un lavoro di ricerca, ma vista l’insufficienza di fonti come banche dati giuridiche e riviste di settore, stiamo soprattutto interpellando giuristi, avvocati e associazioni delle vittime attive in tutta Italia. Opereremo anche sui registri dei mesoteliomi, per incrociare informazioni mediche e i loro sbocchi giuridici. Scopriamo ogni giorno che c’è moltissimo sommerso, non quantificabile. La tre giorni di Torino ci ha dato la possibilità di entrare in contatto con realtà e associazioni diverse e l’idea per il futuro è anche quella di unire le forze per un coordinamento di livello nazionale».
Un problema sottolineato anche durante la conferenza nazionale sull'amianto, tenutasi a Torino dal 6 all'8 novembre, dal Procuratore Generale della Repubblica di Firenze, Beniamino Deidda, che di questi temi si occupa da oltre 40 anni: «Tra i maggiori ostacoli nella lotta contro le malattie professionali c’è la difficoltà di fare arrivare nelle aule di tribunale le denunce avanzate all’Inail. Pochi i magistrati competenti in materia e pochi i medici che segnalano alle procure i casi di mesoteliomi e malattie legate all’amianto. Ma soprattutto è difficile risalire ai processi pendenti e alle denunce per i casi di malattia professionale, visto che i capi di imputazione vengono classificati solo genericamente come omicidio colposo».
Casale ha provato a rispondere anche a questo problema. «Abbiamo già attivato un servizio di newsletter e rassegna stampa sul sito dell’Asl di Alessandria (www.aslal.it, ndr) - spiega Zirulia - ma l’obiettivo principale è creare una banca dati giuridica, di libero accesso online, che contenga la giurisprudenza penale, civile e previdenziale sugli effetti dell’amianto sulla salute. Facciamo un lavoro di ricerca, ma vista l’insufficienza di fonti come banche dati giuridiche e riviste di settore, stiamo soprattutto interpellando giuristi, avvocati e associazioni delle vittime attive in tutta Italia. Opereremo anche sui registri dei mesoteliomi, per incrociare informazioni mediche e i loro sbocchi giuridici. Scopriamo ogni giorno che c’è moltissimo sommerso, non quantificabile. La tre giorni di Torino ci ha dato la possibilità di entrare in contatto con realtà e associazioni diverse e l’idea per il futuro è anche quella di unire le forze per un coordinamento di livello nazionale».
venerdì 16 ottobre 2009
Il borgo che non c'è più
Gli ultimi ad averlo abitato ufficialmente furono degli immigrati albanesi. Ora di Brusaschetto Nuovo, un gruppo di case popolari nell'alessandrino abbuttute pochi mesi fa dalle ruspe, non è rimasto nulla. Ma non è morta la storia di chi vi ha vissutoQuelli di Brusaschetto non l’hanno mai amato, si sono sempre rifiutati di andarci ad abitare. Un reticolo di strade squadrate, come una prigione a cielo aperto, alloggi da 60 metri quadrati, uno sopra l’altro, costruiti sotto la collina e a due passi dal Po. E dove li mettevano i covoni e gli attrezzi di campagna? In quei minuscoli ripostigli pronti per essere alluvionati?
Così quelle quindici palazzine, con chiesa annessa, nacquero già come corpo estraneo. Accanto alla strada, quasi non fossero di nessuno. Hanno vissuto la loro storia travagliata di emarginazione, sofferenza e anche morte, e ora che le hanno abbattute nessuno le rimpiange. Forse solo i clandestini, i cinghiali o i satanisti che sono stati i loro ultimi abitanti.
Brusaschetto Nuovo fu costruito alla fine degli anni Cinquanta perché il paese di sopra, in cima alla collina, stava franando a causa delle escavazioni intensive nella miniera, o meglio nella cava di marna da cemento, portate avanti da imprenditori come Buzzi e Cementi Victoria. In queste case sarebbero dovuti andare a vivere gli abitanti del vecchio paese, visto che le crepe nelle loro abitazioni si allargavano a vista d’occhio.
Ma così non è mai stato. Ci andò invece gente venuta da fuori per lavorare: gli operai della centrale nucleare di Trino Vercellese, proprio di fronte al di là del Po, e poi, negli anni Novanta, i migranti albanesi. Ma non era proprio l’America.
Quelle terre meritavano una nuova vita. Almeno, questo hanno pensato l’amministrazione di Camino, il comune di cui Brusaschetto è frazione, e il Parco del Po, che qui ne disegna i confini. Il 19 gennaio 2009 è iniziata la demolizione dell’intero borgo, con l’obiettivo di riqualificare l’area e includerla in un progetto di naturalizzazione entro il 2013.
Un paese di minatori
Le colline del Basso Monferrato nascondevano un tesoro. Un materiale povero, che avrebbe rappresentato però l’oro della modernizzazione architettonica del ventesimo secolo: la marna. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nella zona compresa tra Camino e Brusaschetto, un gruppo di lungimiranti imprenditori diede via all’attività estrattiva. E la vita cambiò, nelle forme del paesaggio e nel quotidiano della gente. I contadini divennero minatori, abbandonati campi e risaie si ritrovarono immersi nella rete di gallerie che anno dopo anno sempre di più penetrarono sotto la collina. E presto quasi tutte le famiglie di Brusaschetto si ritrovarono ad avere almeno un componente assunto nelle ditte estrattive, tra i rischi del grisou e un lavoro che logorava il fisico.
Ma non solo le nocche o la schiena, anche il corpo della collina mutava. Le sue sembianze si arricchivano di ponti e rotaie per il trasporto dei materiali, e l’intensità dell’estrazione la rendeva più vuota e più fragile.
Sulle case iniziarono a vedersi le crepe già negli anni Trenta, come rilevano gli studi del Servizio Geologico d’Italia. Talvolta sembrava arrivasse il terremoto, perché la terra vibrava. Invece erano piccole frane. La paura aumentava e il problema giunse fino a Roma, alle aule del Parlamento. Furono i deputati originari della zona a interessarsene, con interpellanze e richiesta al Ministero dei Lavori Pubblici. Prima Walter Audisio, comunista, poi Paolo Angelino, socialista, quindi Giuseppe Brusasca, democristiano e nato proprio a due passi, a Gabiano. Dal 1951 al 1957 fu un susseguirsi di sollecitazioni.
“Alcune case stanno crollando, altre sono lesionate” tuonava Walter Audisio in una seduta della Camera del 1° febbraio del 1956, citando le parole del parroco di Brusaschetto: “Alcune abitazioni sono già state evacuate e le vite sono in pericolo. Il campanile della chiesa è inclinato di 40 centimetri verso la canonica e la chiesa stessa. Ora siamo in ansiosa attesa, sperando, finalmente, comprensione ed umanità per un pronto, efficace e massiccio intervento governativo, prima che sia troppo tardi”. Rispondendo ad Angelino, il 28 febbraio di quello stesso anno, il sottosegretario di Stato per i Lavori pubblici Giuseppe Caron spiegava: “Dagli accertamenti è risultato che il dissesto statico è dovuto al cedimento di vecchie gallerie al di sotto e in prossimità dell’abitato, ricavate prima del 1927 per l’escavazione di marna di cemento. Al fine di dare alloggio alle famiglie che hanno avuto la casa danneggiata è stata disposta l’assegnazione all’Istituto Case Popolari di Alessandria di 100 milioni di lire per la costruzione di un primo lotto di alloggi”.
Questo fu l’inizio di Brusaschetto Nuovo. Ma passarono ancora due anni prima dell’avvio dei lavori, come testimonia l’allarme lanciato dall’onorevole Brusasca nell’ottobre del 1957: “Il Ministero ha fatto stanziamenti e disposto progetti per la costruzione di nuove case in un sito sicuro, ma le pratiche sono talmente lente che ci avviciniamo all’inverno e le opere sono ancora da eseguirsi”. Eppure, nonostante le richieste di aiuto dalla popolazione ripetute negli anni, la paura e l’incertezza che minavano la quotidianità, una volta terminati i lavori nel 1958 quelle case rimasero vuote.
La vita comunque
Alla fine degli anni Cinquanta le miniere chiusero. E il paese in cima alla collina poco a poco si spopolò. Dai quasi 800 abitanti del 1921 si passò ai 195 del 1961. Proprio l’anno in cui a Trino Vercellese, al di là del fiume, iniziarono i lavori per la costruzione della centrale nucleare “Enrico Fermi”. E un lampo di vita arrivò anche a Brusaschetto Nuovo. Nessun contadino si decise a scendere in basso, la gente venne da fuori. Gli operai della centrale abitarono le case popolari per alcuni anni. E successivamente qualcuno continuò a vivere in questo reticolato di abitazioni tutte uguali, gialle con il tetto rosso, con un’alta chiesa di mattoni a fianco. Lo testimoniano i numeri dei censimenti: 80 persone nel 1971, 88 nel 1981 e 54 nel 1991.
Di questi uomini e di queste donne non rimane però niente nella memoria popolare. È come se coloro che vivevano da generazioni sulla collina avessero rinnegato quell’asettico villaggio, costruito per soccorrerli dalla frana, ma considerato fin dal primo momento un corpo estraneo. Eppure, nonostante tutto, la vita c’era. Travagliata, come dappertutto, forse solo un po’ più difficile. Muri quasi di cartone, non un negozio né un parco per i bambini. Si parla anche di un fatto di sangue, un giallo all’inizio degli anni Ottanta. Il Po era così vicino che le alluvioni non davano tregua, quelle del 1994 e nel 2000 sono solo le più note.
Negli anni Novanta arrivarono gli albanesi, sfollati in questo borgo. Il ritmo delle emigrazioni segnò il tempo fino al 2000, quando il Comune decise di murare gli ingressi e le finestre degli stabili. Eppure il tanto denigrato paese continuava ad essere un desiderio, o forse riparo, per qualcuno. Poveri, disadattati e clandestini che nel tempo hanno sfondato i mattoni e occupato quegli spazi, lasciandosi alle spalle pure i segni di un incendio. E di notte, anche se nessuno ha mai potuto dare un nome agli autori, comparivano scritte sataniste e murales grotteschi con protagonisti la centrale e l’ambiente contaminato di questo territorio. Ma anche un grande disegno in stile western che si dipanava su due case adiacenti, e una serie di scritte ammonitrici: “Mai più così. Viva il Po” e “Noi siamo vivi”.
Le ceneri del borgo
Quello di Brusaschetto Nuovo stava iniziando a diventare un problema. Più che altro per il degrado, la desolazione e lo stato di abbandono di strade e case. Fu anche cintata come zona pericolante. Fino a quando, nel 2008, maturò la convinzione che l’unica strada percorribile fosse abbattere il complesso edilizio e ricominciare da capo. Attori della svolta, il Comune di Camino e il Parco Fluviale del Po tratto vercellese-alessandrino, promotori di un intervento di riqualificazione.
Il progetto è stato presentato alla popolazione durante un’assemblea molto partecipata la sera del 15 gennaio 2009. “È un traguardo che vedevamo molto lontano, finalmente ce l’abbiamo fatta”, ha introdotto soddisfatto il sindaco Sergio Guttero, quasi a fine mandato. “L’idea, ha aggiunto il presidente del Parco del Po Ettore Broveglio, è di riqualificare un’area utilizzando i proventi dell’attività estrattiva. Ripristinando la situazione ambientale di oltre cent’anni fa”. La concessione ha una durata di cinque anni a partire dal settembre 2008. “Progressivamente, ha concluso Nemesio Ala, consulente della ditta Nord Scavi incaricata della demolizione e della riqualificazione, costruiremo habitat, ecosistemi e particolari isole per la fauna. Insomma, un luogo da un lato bello, dall’altro ricco di vita e biodiversità”.
La mattina del 19 gennaio la neve copriva ancora i tetti delle case. La Giunta comunale e i politici della provincia si erano radunati al gran completo per assistere a quello che nella zona stava diventando un vero e proprio evento. Fascia tricolore, taglio del nastro e via alla ruspe. In pochi giorni Brusaschetto non ci sarebbe più stato: spazzato via dal paesaggio come già lo era stato dalla memoria degli abitanti. La prima casa e poi le altre. Mano a mano che i muri e le stanze venivano sventrati emergevano i dettagli di una vita recente. Una parete dipinta di verde, fotografi e, una copia di Topolino, poltrone, brandine, coperte, addirittura vestiti. Come a dire: fino all’ultimo la vita c’era. E, se ti spostavi vicino alla chiesa, potevi vedere al centro della navata un’inquietante sedia a rotelle forse utilizzata per qualche strano rito. Anch’essa spazzata via dalle ruspe.
La rinascita
Le case ora non ci sono più, le macerie nemmeno. Dove un tempo sorgeva Brusaschetto Nuovo si incomincia a vedere un laghetto. Ma gli scavi andranno avanti ancora per molto e l’ambiente si modificherà ulteriormente. I camion che trasportano via la terra proseguiranno il loro lavoro e qualche disagio turberà il quieto vivere degli abitanti, costretti ad usare una strada battuta vicina al fiume Po in vista della realizzazione di quella nuova ai piedi della collina. Era proprio questo che più li preoccupava durante l’assemblea di gennaio. “Ce la farete prima dell’inverno?” si domandavano.
“Il progetto interessa circa 40 ettari di golena, di cui solo una piccola parte era occupata dagli edifici. Per rendere l’idea, pari a 40 campi di calcio, il doppio della superficie complessiva del parco del castello di Camino”, spiega Maria Teresa Bergoglio, responsabile del settore edilizio e urbanistico del Parco. E anche i cinghiali vogliono la loro parte. Sono infatti previsti attraversamenti per la fauna selvatica, che negli ultimi anni si era ricavata la sua strada a due passi dalle case. “Al termine dell’intervento, conclude Bergoglio, il progetto prevede circa metà superficie dedicata a bosco e radura, l’altra parte suddivisa tra aree umide e specchi d’acqua con profondità massima di 3,5 metri sotto falda, poco meno della quota del fondo alveo del Po”.
Così, il volto del futuro sarà come quello del passato e i cinquant’anni di Brusaschetto Nuovo non saranno mai esistiti. Non per tutti. C’è chi ce li ha ancora negli occhi, nelle mattine di rugiada o nei pomeriggi assolati, magari al ritorno dal lavoro. Perché, incastrata tra i colli e il Po, c’era una zona grigia che era stata per anni la vita di qualcuno.
Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
Da PiemonteMese di ottobre
mercoledì 30 settembre 2009
Marlane, chiusa l'inchiesta della Procura di Paola: morti 40 operai a causa dei coloranti
Ne sono morti quaranta di cancro. Altri sessanta hanno lo stesso male e sono ancora vivi. Erano tutti operai, colleghi, per anni fianco a fianco nell'azienda tessile Marlane, in provincia di Cosenza, a Praia a Mare. La Procura di Paola ha concluso le indagini, durate anni, e ha ipotizzato i reati di omicidio colposo dei dipendenti, la cui morte è stata attribuita alle condizioni di lavoro, e inquinamento ambientale.
Sono stati anni difficili per i parenti delle vittime, difficili per gli ex operai che dopo anni di lavoro in fabbrica combattono contro tumori che hanno colpito la vescica, o i polmoni, l'utero o la mammella. Le fasi delle indagini sono, per il momento, concluse, si attende ora la decisione di rinvio a giudizio di una decina di indagati.
Ci sono voluti anni e anni di indagini, prima lungo un doppio percorso, poi riportate in un unico fascicolo, per dimostrare la connessione tra i decessi e l'uso di alcune sostanze usate nella fabbrica di coloranti azoici, che contengono "ammine aromatiche", indicate da una ampia letteratura scientifica come responsabili delle insorgenze tumorali.
Tre procedimenti - il primo iscritto nel '99, il secondo nel 2006 (con sette indagati) e il terzo nel 2007 (con quattro indagati) - che il Procuratore Capo Bruno Giordano ha fatto confluire in un unico fascicolo. Più di mille operai hanno lavorato nell'azienda fondata negli anni '50 dal conte Rivetti. Si producevano tessuti di vario tipo, per lo più divise militari. Fino alla metà degli anni Sessanta, nella Marlane esistevano dei muri divisori tra i reparti.
Poi l'azienda passò dal Lanificio Maratea, nel 1969, all'Eni - Lanerossi. In quell'anno i muri che dividevano i reparti furono abbattuti e così la fabbrica diventò un unico ambiente di lavoro: la tessitura e l'orditura, trasferite dal lanificio del vicino comune di Maratea, vennero inserite tra la filatura e la tintoria, senza alcuna divisione fisica. E così i fumi saturi di sostanze chimiche di coloritura, provenienti dalla tintoria si espandevano ovunque. Una nube permanente e densa sugli operai.
A chi lavorava su certe macchine, alla fine della giornata veniva donata una busta di latte per disintossicarsi. Era l'unica contromisura proposta, che evidentemente non poteva bastare. I coloranti - quelli che generalmente vengono contenuti nei bidoni con il simbolo del teschio - venivano buttati a mano dagli operai in vasche aperte, dove ribollivano riempiendo di fumi l'ambiente e le narici dei lavoratori.
Senza aspiratori funzionanti. Gli operai tossivano e i loro fazzoletti diventavano neri. E poi c'era l'amianto. L'azienda dice di non averlo usato, ma chi ha lavorato nello stabilimento sa bene che i telai avevano freni con le pastiglie d'amianto, che si consumavano spesso e dalle quali usciva polvere respirata da tutti.
Nel corso del 1987 il gruppo tessile Lanerossi - già appartenente al gruppo ENI, di cui faceva parte la Marlane di Praia a Mare - venne ceduto alla Marzotto di Valdagno, che ne detiene ancora la proprietà. Negli anni '90 la svolta: arrivarono le vasche a chiusura, dove i coloranti potevano ribollire senza riempire l'aria di vapori. Ma per molti operai fu troppo tardi, dopo decenni di inalazioni tossiche. Nel 96 la tintoria è stata chiusa. Oggi l'azienda è vuota. Dismessa.
"Le indagini sono praticamente chiuse - ha dichiarato il Procuratore Capo di Paola, Bruno Giordano - recentemente abbiamo richiesto un ultimo sequestro preventivo che il gip ha emesso relativo all'area circostante lo stabilimento e credo che sia stato l'ultimo passo istruttorio da parte nostra.
Ora aspettiamo solo di chiudere formalmente le indagini". La Procura di Paola ha infatti sequestrato il terreno circostante l'azienda: sotto, tonnellate di rifiuti industriali. Sostanze che erano nocive ancora prima di diventar rifiuti e che per questo avrebbero dovuto seguire l'iter di smaltimento secondo legge. Ma evidentemente qualcuno ha preferito seppellirli lì. Per questo, all'indagine iniziale sulle morti bianche se ne è aggiunta una seconda: non si indaga solo sulle modalità del ciclo di produzione ma anche sull'interramento dei rifiuti. Così oggi la fabbrica, chiusa da cinque anni, non è sotto sequestro ma i terreni circostanti sì.
Secondo la Procura, gli operai deceduti potrebbero essere più di ottanta: non tutte le famiglie dei deceduti infatti hanno sporto denuncia. Per questo il dottor Giordano ha costituito un gruppo di lavoro per individuare tutte le eventuali parti offese. Per molti operai, tuttavia, sarà dificilissimo avere giustizia: tanti sono i casi caduti in prescrizione. Con la legge Cirielli, infatti, solo i decessi a partire dagli anni '90 possono rientrare nella vicenda giudiziaria in corso.
Le prime morti risalgono agli inizi degli anni '70. Tra i primi, nel '73, due trentenni che lavoravano con gli acidi. E così via. Qualcuno sostiene che i morti siano un centinaio, ma secondo l'azienda sarebbero "solo" una cinquantina. Dato, questo, che rivelerebbe un rischio pari a un caso su un totale di 1058 operai, nell'arco di 40 anni. Motivo per cui l'azienda non vuole riconoscere il nesso di causalità tra le morti e le sostanze lavorate in fabbrica per decenni.
Non è dello stesso avviso il prete del paese, che ha celebrato più di ottanta funerali di operai. E non lo sono neanche le vedove, gli orfani di padri morti dopo una vita trascorsa in fabbrica. E poi c'è la storia di un operaio ammalato di cancro, Luigi Pacchiano, che ha trovato il coraggio di far causa alla Marlene - e che ha denunciato di aver ricevuto minacce per la sua azione legale - ma a cui poi l'Inail ha riconosciuto la malattia professionale ed ha ottenuto dal tribunale di Paola un risarcimento di 220 mila euro.
Ma le questioni sulla Marlene non finiscono qui. Ci si interroga sui finanziamenti dall'Unione europea e dalla Regione, sulle storie di precariato e cassa integrazione, sui sindacati e sui partiti e persino, come si può leggere nei rapporti del Ministero della Sanità, sul mare non balneabile di fronte alla fabbrica, nonostante ci fosse un depuratore.
di carlo Ciavoni e Anna Maria De Luca
da Repubblica
Sono stati anni difficili per i parenti delle vittime, difficili per gli ex operai che dopo anni di lavoro in fabbrica combattono contro tumori che hanno colpito la vescica, o i polmoni, l'utero o la mammella. Le fasi delle indagini sono, per il momento, concluse, si attende ora la decisione di rinvio a giudizio di una decina di indagati.
Ci sono voluti anni e anni di indagini, prima lungo un doppio percorso, poi riportate in un unico fascicolo, per dimostrare la connessione tra i decessi e l'uso di alcune sostanze usate nella fabbrica di coloranti azoici, che contengono "ammine aromatiche", indicate da una ampia letteratura scientifica come responsabili delle insorgenze tumorali.
Tre procedimenti - il primo iscritto nel '99, il secondo nel 2006 (con sette indagati) e il terzo nel 2007 (con quattro indagati) - che il Procuratore Capo Bruno Giordano ha fatto confluire in un unico fascicolo. Più di mille operai hanno lavorato nell'azienda fondata negli anni '50 dal conte Rivetti. Si producevano tessuti di vario tipo, per lo più divise militari. Fino alla metà degli anni Sessanta, nella Marlane esistevano dei muri divisori tra i reparti.
Poi l'azienda passò dal Lanificio Maratea, nel 1969, all'Eni - Lanerossi. In quell'anno i muri che dividevano i reparti furono abbattuti e così la fabbrica diventò un unico ambiente di lavoro: la tessitura e l'orditura, trasferite dal lanificio del vicino comune di Maratea, vennero inserite tra la filatura e la tintoria, senza alcuna divisione fisica. E così i fumi saturi di sostanze chimiche di coloritura, provenienti dalla tintoria si espandevano ovunque. Una nube permanente e densa sugli operai.
A chi lavorava su certe macchine, alla fine della giornata veniva donata una busta di latte per disintossicarsi. Era l'unica contromisura proposta, che evidentemente non poteva bastare. I coloranti - quelli che generalmente vengono contenuti nei bidoni con il simbolo del teschio - venivano buttati a mano dagli operai in vasche aperte, dove ribollivano riempiendo di fumi l'ambiente e le narici dei lavoratori.
Senza aspiratori funzionanti. Gli operai tossivano e i loro fazzoletti diventavano neri. E poi c'era l'amianto. L'azienda dice di non averlo usato, ma chi ha lavorato nello stabilimento sa bene che i telai avevano freni con le pastiglie d'amianto, che si consumavano spesso e dalle quali usciva polvere respirata da tutti.
Nel corso del 1987 il gruppo tessile Lanerossi - già appartenente al gruppo ENI, di cui faceva parte la Marlane di Praia a Mare - venne ceduto alla Marzotto di Valdagno, che ne detiene ancora la proprietà. Negli anni '90 la svolta: arrivarono le vasche a chiusura, dove i coloranti potevano ribollire senza riempire l'aria di vapori. Ma per molti operai fu troppo tardi, dopo decenni di inalazioni tossiche. Nel 96 la tintoria è stata chiusa. Oggi l'azienda è vuota. Dismessa.
"Le indagini sono praticamente chiuse - ha dichiarato il Procuratore Capo di Paola, Bruno Giordano - recentemente abbiamo richiesto un ultimo sequestro preventivo che il gip ha emesso relativo all'area circostante lo stabilimento e credo che sia stato l'ultimo passo istruttorio da parte nostra.
Ora aspettiamo solo di chiudere formalmente le indagini". La Procura di Paola ha infatti sequestrato il terreno circostante l'azienda: sotto, tonnellate di rifiuti industriali. Sostanze che erano nocive ancora prima di diventar rifiuti e che per questo avrebbero dovuto seguire l'iter di smaltimento secondo legge. Ma evidentemente qualcuno ha preferito seppellirli lì. Per questo, all'indagine iniziale sulle morti bianche se ne è aggiunta una seconda: non si indaga solo sulle modalità del ciclo di produzione ma anche sull'interramento dei rifiuti. Così oggi la fabbrica, chiusa da cinque anni, non è sotto sequestro ma i terreni circostanti sì.
Secondo la Procura, gli operai deceduti potrebbero essere più di ottanta: non tutte le famiglie dei deceduti infatti hanno sporto denuncia. Per questo il dottor Giordano ha costituito un gruppo di lavoro per individuare tutte le eventuali parti offese. Per molti operai, tuttavia, sarà dificilissimo avere giustizia: tanti sono i casi caduti in prescrizione. Con la legge Cirielli, infatti, solo i decessi a partire dagli anni '90 possono rientrare nella vicenda giudiziaria in corso.
Le prime morti risalgono agli inizi degli anni '70. Tra i primi, nel '73, due trentenni che lavoravano con gli acidi. E così via. Qualcuno sostiene che i morti siano un centinaio, ma secondo l'azienda sarebbero "solo" una cinquantina. Dato, questo, che rivelerebbe un rischio pari a un caso su un totale di 1058 operai, nell'arco di 40 anni. Motivo per cui l'azienda non vuole riconoscere il nesso di causalità tra le morti e le sostanze lavorate in fabbrica per decenni.
Non è dello stesso avviso il prete del paese, che ha celebrato più di ottanta funerali di operai. E non lo sono neanche le vedove, gli orfani di padri morti dopo una vita trascorsa in fabbrica. E poi c'è la storia di un operaio ammalato di cancro, Luigi Pacchiano, che ha trovato il coraggio di far causa alla Marlene - e che ha denunciato di aver ricevuto minacce per la sua azione legale - ma a cui poi l'Inail ha riconosciuto la malattia professionale ed ha ottenuto dal tribunale di Paola un risarcimento di 220 mila euro.
Ma le questioni sulla Marlene non finiscono qui. Ci si interroga sui finanziamenti dall'Unione europea e dalla Regione, sulle storie di precariato e cassa integrazione, sui sindacati e sui partiti e persino, come si può leggere nei rapporti del Ministero della Sanità, sul mare non balneabile di fronte alla fabbrica, nonostante ci fosse un depuratore.
di carlo Ciavoni e Anna Maria De Luca
da Repubblica
venerdì 25 settembre 2009
Paz sin fronteras
Che piaccia o no, il megaconcerto di domenica 20 settembre, nella Plaza de la Revolución all'Avana, è stato un vero successo: 15 interpreti assai popolari, fra cui il nostro Jovanotti, Silvio Rodríguez, Miguel Bosé, la portoricana Olga Tañón, Víctor Manuel, gli Orishas (il gruppo cubano che lavora all'estero e che da anni non tornava a casa), Amaury Pérez, X Alfonso, il grande Juan Formell con i suoi Van Van ed altri, hanno animato le cinque ore di musica, sotto un sole implacabile, riuniti intorno all'iniziativa del colombiano Juanes che vuole fare della musica un potente strumento di pace.
Quando Juanes ha organizzato un concerto alla frontiera fra Venezuela e Colombia, una frontiera bruciante e rischiosa, e l'ha chiamato "Paz sin fronteras", gli elogi per l'iniziativa si sono sprecati. Questa volta, invece, l'idea di scegliere la Plaza de la Revolución, un luogo assai simbolico per l'America Latina, con il mural del Che in fondo, ha suscitato scandalo, rabbia, una battaglia dei mass media davvero massiccia e senza esclusione di colpi.
I dischi di Juanes sono stati fracassati nella pubblica via a Miami, dove il cantante colombiano vive e dove sua moglie, in attesa del terzo figlio, ha dovuto sostenere il peso di un ostracismo così violento. Neanche la grande popolarità dell'autore di "Camisa negra" è riuscita a sedare gli animi dell'esilio cubano a Madrid, a New York e dovunque si sia stabilita una comunità di transfughi dall'isola. I motivi di una rabbia così sfrenata appaiono evidenti: il concerto di ieri, davanti a un milione e centocinquantamila spettatori che hanno sopportato con allegria l'implacabile sole del pomeriggio, è stato un grande successo per la musica, per la gestione intelligente dei cubani e del ministro della Cultura Abel Prieto, per l'affiatamento dei musicisti provenienti da diverse parti del mondo ispanico.
L'evento è stato trasmesso in diretta dalla catena di televisione Cuatro e anche se il servizio d'ordine -come sempre a Cuba nelle grandi manifestazioni di massa- è stato severo, tutto si è svolto nel migliore dei modi.
I quindici artisti hanno cantato gratis e gli organizzatori, Juanes in testa, si sono accollati le spese per gli impianti mentre Cuba offriva alloggi e organizzazione. E proprio per risparmiare qualcosa, il concerto si è svolto di giorno, all'implacabile luce del sole che però non ha scoraggiato un pubblico enorme. Un malevolo commentatore, su El País, ha intitolato che "la montagna ha partorito un topolino", affermando che il pubblico era costituito tutto da militanti e lavoratori intruppati nei camion e portati per forza. Davvero confortante pensare che all'Avana ci sia ancora un milione e passa di militanti!
Nella grande piazza dominava il colore bianco, bianco della pace, e tutti i ritmi della musica caraibica e, per chiudere il concerto, tutte e quindici le star del mondo ispanico hanno lasciato il posto alla voce calda, allegra, sfottente del grande Compay Segundo e del suo "Chan chan". Dall'oltre tomba, fumando il suo interminabile sigaro, quel vecchio adorabile se la sarà goduta.
di Alessandra Riccio,
da Latinoamerica
Quando Juanes ha organizzato un concerto alla frontiera fra Venezuela e Colombia, una frontiera bruciante e rischiosa, e l'ha chiamato "Paz sin fronteras", gli elogi per l'iniziativa si sono sprecati. Questa volta, invece, l'idea di scegliere la Plaza de la Revolución, un luogo assai simbolico per l'America Latina, con il mural del Che in fondo, ha suscitato scandalo, rabbia, una battaglia dei mass media davvero massiccia e senza esclusione di colpi.
I dischi di Juanes sono stati fracassati nella pubblica via a Miami, dove il cantante colombiano vive e dove sua moglie, in attesa del terzo figlio, ha dovuto sostenere il peso di un ostracismo così violento. Neanche la grande popolarità dell'autore di "Camisa negra" è riuscita a sedare gli animi dell'esilio cubano a Madrid, a New York e dovunque si sia stabilita una comunità di transfughi dall'isola. I motivi di una rabbia così sfrenata appaiono evidenti: il concerto di ieri, davanti a un milione e centocinquantamila spettatori che hanno sopportato con allegria l'implacabile sole del pomeriggio, è stato un grande successo per la musica, per la gestione intelligente dei cubani e del ministro della Cultura Abel Prieto, per l'affiatamento dei musicisti provenienti da diverse parti del mondo ispanico.
L'evento è stato trasmesso in diretta dalla catena di televisione Cuatro e anche se il servizio d'ordine -come sempre a Cuba nelle grandi manifestazioni di massa- è stato severo, tutto si è svolto nel migliore dei modi.
I quindici artisti hanno cantato gratis e gli organizzatori, Juanes in testa, si sono accollati le spese per gli impianti mentre Cuba offriva alloggi e organizzazione. E proprio per risparmiare qualcosa, il concerto si è svolto di giorno, all'implacabile luce del sole che però non ha scoraggiato un pubblico enorme. Un malevolo commentatore, su El País, ha intitolato che "la montagna ha partorito un topolino", affermando che il pubblico era costituito tutto da militanti e lavoratori intruppati nei camion e portati per forza. Davvero confortante pensare che all'Avana ci sia ancora un milione e passa di militanti!
Nella grande piazza dominava il colore bianco, bianco della pace, e tutti i ritmi della musica caraibica e, per chiudere il concerto, tutte e quindici le star del mondo ispanico hanno lasciato il posto alla voce calda, allegra, sfottente del grande Compay Segundo e del suo "Chan chan". Dall'oltre tomba, fumando il suo interminabile sigaro, quel vecchio adorabile se la sarà goduta.
di Alessandra Riccio,
da Latinoamerica
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giovedì 17 settembre 2009
Gaza, l'Onu condanna
i "crimini di guerra" di Israele
“Gravi violazioni del diritto internazionale”, “attacchi deliberatamente sproporzionati e volti a punire, umiliare e terrorizzare la popolazione civile”, “crimini di guerra e contro l’umanità”.
Sono alcune delle espressioni usate dalla commissione di inchiesta dalle Nazioni Unite per descrivere quanto avvenuto nel corso della cosiddetta operazione “Piombo fuso”, l’offensiva militare condotta da Tel Aviv nel gennaio scorso.
L’indagine – durata cinque mesi e presentata ieri a New York dal presidente della commissione, il magistrato sudafricano Richard Goldstone – mette sul banco degli imputati Israele, responsabile di avere preso di mira “l’intero popolo di Gaza”.
Accuse anche per i miliziani palestinesi, che nel lanciare razzi contro lo Strato ebraico “non hanno fatto distinzioni fra gli obiettivi militari e la popolazione civile”.
Crimini “provati”
Stando al rapporto, nelle tre settimane di offensiva a Gaza (dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009) Israele ha fatto deliberatamente "un uso della forza sproporzionato".
La commissione Onu afferma di aver trovato delle prove che "indicano che Israele durante il conflitto a Gaza ha commesso gravi violazioni del diritto internazionale e della legislazione sui diritti umani".
Le operazioni militari israeliane, costate la vita a oltre 1400 palestinesi, "sono state pianificate con attenzione in tutte le loro fasi come attacchi deliberatamente sproporzionati e volti a punire, umiliare e terrorizzare la popolazione civile".
Di fatto Tel Aviv ha "commesso azioni equivalenti a crimini di guerra e – talvolta - a crimini contro l’umanità", che hanno preso di mira “l’intero popolo di Gaza”.
Nel documento Onu non manca una condanna per il lancio di razzi in territorio israeliano da parte dei militanti palestinesi.
Il rapporto spiega che “lanciando missili e sparando colpi di mortaio sul sud di Israele, i gruppi armati palestinesi non hanno fatto distinzioni fra gli obiettivi militari e la popolazione civile” e “senza un obiettivo militare, essi costituiscono un deliberato attacco contro la popolazione civile”.
Rapporto “di parte”
Sia Israele che Hamas hanno criticato duramente le conclusioni della commissione guidata da Goldstone. Con una nota ufficiale, lo Stato ebraico ha accusato il magistrato di avere “scritto un capitolo vergognoso nella storia del diritto internazionale e del diritto dei popoli sull'autodifesa”, limitandosi “a raccogliere testimonianze false o unilaterali contro Israele”.
Successivamente, il portavoce del ministero degli Esteri Yigal Palmor ha definito il rapporto “scandaloso, estremista e del tutto sganciato dalla realtà”.
Toni duri anche da parte del movimento islamico che controlla Gaza. Il dirigente del partito, Ismail Radwan, ha parlato di “un rapporto politico, parziale e disonesto, perché mette sullo stesso piano coloro che commettono crimini di guerra e coloro che resistono”.
A difendere il documento, tuttavia, ci ha pensato lo stesso Goldstone, che in una conferenza stampa ha respinto le accuse antisemitismo mossegli dagli ambienti ebraici più radicali e ha sottolineato invece la sua “indipendenza”.
L’affidabilità del rapporto Onu, del resto, è stata ribadita da più parti. Secondo Tim Franks, analista della Bbc e corrispondente da Gerusalemme, quello presentato ieri è il documento più approfondito sui fatti di Gaza (575 pagine basate su 188 interviste, oltre 10mila pagine di documenti e 1.200 fotografie) e gode della garanzia fornita dall’autorevolezza dello stesso Goldstone.
Corte internazionale e Consiglio di sicurezza
Il rapporto della commissione Onu adesso potrebbe finire sul tavolo della Corte penale internazionale (Cpi) e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nella conferenza di ieri Goldstone ha chiesto che il pubblico ministero del tribunale dell’Aja, l'argentino Luis Moreno-Ocampo, esamini il dossier “il più rapidamente possibile”.
L’organizzazioni per i diritti umani Amnesty International (Ai) ha sollecitato invece il coinvolgimento del massimo organo decisionale delle Nazioni Unite. “Il Consiglio per i diritti umani dovrebbe approvare questo rapporto e le sue raccomandazioni e chiedere al segretario generale dell'Onu di trasmetterlo al Consiglio di sicurezza”, ha detto Donatella Rovera, responsabile di Ai e autrice a sua volta di un'inchiesta sull'offensiva di Gaza.
di Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq
(fonte: Bbc News, Ansa, Agence France Presse)
Sono alcune delle espressioni usate dalla commissione di inchiesta dalle Nazioni Unite per descrivere quanto avvenuto nel corso della cosiddetta operazione “Piombo fuso”, l’offensiva militare condotta da Tel Aviv nel gennaio scorso.
L’indagine – durata cinque mesi e presentata ieri a New York dal presidente della commissione, il magistrato sudafricano Richard Goldstone – mette sul banco degli imputati Israele, responsabile di avere preso di mira “l’intero popolo di Gaza”.
Accuse anche per i miliziani palestinesi, che nel lanciare razzi contro lo Strato ebraico “non hanno fatto distinzioni fra gli obiettivi militari e la popolazione civile”.
Crimini “provati”
Stando al rapporto, nelle tre settimane di offensiva a Gaza (dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009) Israele ha fatto deliberatamente "un uso della forza sproporzionato".
La commissione Onu afferma di aver trovato delle prove che "indicano che Israele durante il conflitto a Gaza ha commesso gravi violazioni del diritto internazionale e della legislazione sui diritti umani".
Le operazioni militari israeliane, costate la vita a oltre 1400 palestinesi, "sono state pianificate con attenzione in tutte le loro fasi come attacchi deliberatamente sproporzionati e volti a punire, umiliare e terrorizzare la popolazione civile".
Di fatto Tel Aviv ha "commesso azioni equivalenti a crimini di guerra e – talvolta - a crimini contro l’umanità", che hanno preso di mira “l’intero popolo di Gaza”.
Nel documento Onu non manca una condanna per il lancio di razzi in territorio israeliano da parte dei militanti palestinesi.
Il rapporto spiega che “lanciando missili e sparando colpi di mortaio sul sud di Israele, i gruppi armati palestinesi non hanno fatto distinzioni fra gli obiettivi militari e la popolazione civile” e “senza un obiettivo militare, essi costituiscono un deliberato attacco contro la popolazione civile”.
Rapporto “di parte”
Sia Israele che Hamas hanno criticato duramente le conclusioni della commissione guidata da Goldstone. Con una nota ufficiale, lo Stato ebraico ha accusato il magistrato di avere “scritto un capitolo vergognoso nella storia del diritto internazionale e del diritto dei popoli sull'autodifesa”, limitandosi “a raccogliere testimonianze false o unilaterali contro Israele”.
Successivamente, il portavoce del ministero degli Esteri Yigal Palmor ha definito il rapporto “scandaloso, estremista e del tutto sganciato dalla realtà”.
Toni duri anche da parte del movimento islamico che controlla Gaza. Il dirigente del partito, Ismail Radwan, ha parlato di “un rapporto politico, parziale e disonesto, perché mette sullo stesso piano coloro che commettono crimini di guerra e coloro che resistono”.
A difendere il documento, tuttavia, ci ha pensato lo stesso Goldstone, che in una conferenza stampa ha respinto le accuse antisemitismo mossegli dagli ambienti ebraici più radicali e ha sottolineato invece la sua “indipendenza”.
L’affidabilità del rapporto Onu, del resto, è stata ribadita da più parti. Secondo Tim Franks, analista della Bbc e corrispondente da Gerusalemme, quello presentato ieri è il documento più approfondito sui fatti di Gaza (575 pagine basate su 188 interviste, oltre 10mila pagine di documenti e 1.200 fotografie) e gode della garanzia fornita dall’autorevolezza dello stesso Goldstone.
Corte internazionale e Consiglio di sicurezza
Il rapporto della commissione Onu adesso potrebbe finire sul tavolo della Corte penale internazionale (Cpi) e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nella conferenza di ieri Goldstone ha chiesto che il pubblico ministero del tribunale dell’Aja, l'argentino Luis Moreno-Ocampo, esamini il dossier “il più rapidamente possibile”.
L’organizzazioni per i diritti umani Amnesty International (Ai) ha sollecitato invece il coinvolgimento del massimo organo decisionale delle Nazioni Unite. “Il Consiglio per i diritti umani dovrebbe approvare questo rapporto e le sue raccomandazioni e chiedere al segretario generale dell'Onu di trasmetterlo al Consiglio di sicurezza”, ha detto Donatella Rovera, responsabile di Ai e autrice a sua volta di un'inchiesta sull'offensiva di Gaza.
di Carlo M. Miele
Osservatorio Iraq
(fonte: Bbc News, Ansa, Agence France Presse)
giovedì 10 settembre 2009
Zitti. Non recitate
A Chivasso il sindaco Bruno Matola (Pdl, ex An) censura l’anteprima nazionale dello spettacolo A Ferro e fuoco della compagnia Teatro a Canone diretta dal regista Simone Capula. Il lavoro è ispirato al libro di Stefania Podda Nome di Battaglia Mara. Vita e morte di Margherita Cagol il primo capo delle Br. Il Sindaco dopo aver concesso in un primo tempo l’uso del Teatro comunale l’ha revocato 6 giorni dalla prima.
Motivo? «La tutela della morale pubblica». Matola, senza mai aver visto lo spettacolo, fa riferimento a «espressioni che possano essere ritenute offensive della dignità e della morale pubblica e pertanto potenzialmente lesive dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi che questa Amministrazione è tenuta a tutelare». La stessa sensibilità, però, non l’aveva avuta nel caso di discutibili invitati di estrema destra o di serate sul fascismo. E qualcuno si chiede: l’Italia dovrebbre essere uno Stato di diritto, non uno «Stato etico»?
Scrivono Frediano Dutto e Piero Meaglia, del Centro di Documentazione Paolo Otelli di Chivasso: «E’ evidente la scorrettezza di una revoca così tardiva, e il danno economico e professionale che implica per la compagnia: ma non è su questo aspetto che vogliamo soffermarci qui. Ciò che indigna è la motivazione prodotta dal sindaco: lo spettacolo sarebbe offensivo “della dignità e della morale pubblica”, e “potenzialmente lesivo dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi”. Una censura di fatto, esplicita, neppure mascherata da un pretesto (quale potrebbe essere, ad esempio, un impedimento tecnico all’uso della struttura). Per tutelare non si sa bene quali sentimenti che il sindaco ritiene di incarnare, egli procura certamente un danno a noi tutti come cittadini mediante la lesione del nostro diritto costituzionale alla libertà di espressione del pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (Articolo 21). Non vale la pena contestare qui punto per punto questa motivazione ridicola e pericolosa come questa destra di cui il sindaco è espressione. Possiamo solo aggiungere che lo spettacolo – pur affrontando un tema scabroso: la vicenda umana e politica della BR Mara Cagol – rappresenta un utile momento di riflessione critica, mai apologetica, sulla lotta armata e sul terrorismo che, ci piaccia o no, fanno parte della storia del nostro paese. Noi, che abbiamo visto le prove dello spettacolo, lo possiamo affermare serenamente. In ogni caso, per essere criticato, anche duramente, lo spettacolo avrebbe dovuto aver luogo. Voltaire avrebbe detto: “Non condivido nulla di quello che dici, ma mi batterò affinché tu possa farlo liberamente”. Voltaire viveva sotto una monarchia assoluta. Per i cittadini di una democrazia compiuta, questa lotta non dovrebbe più essere necessaria. Ma purtroppo non è così. Per queste ragioni, vi invitiamo a venire lo stesso, come se lo spettacolo avesse luogo, davanti al Teatrino civico alle 21 di questa sera, per riaffermare la volontà di difendere i nostri diritti costituzionali».
di Mauro Ravarino da r/umori fuori fuoco
Motivo? «La tutela della morale pubblica». Matola, senza mai aver visto lo spettacolo, fa riferimento a «espressioni che possano essere ritenute offensive della dignità e della morale pubblica e pertanto potenzialmente lesive dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi che questa Amministrazione è tenuta a tutelare». La stessa sensibilità, però, non l’aveva avuta nel caso di discutibili invitati di estrema destra o di serate sul fascismo. E qualcuno si chiede: l’Italia dovrebbre essere uno Stato di diritto, non uno «Stato etico»?
Scrivono Frediano Dutto e Piero Meaglia, del Centro di Documentazione Paolo Otelli di Chivasso: «E’ evidente la scorrettezza di una revoca così tardiva, e il danno economico e professionale che implica per la compagnia: ma non è su questo aspetto che vogliamo soffermarci qui. Ciò che indigna è la motivazione prodotta dal sindaco: lo spettacolo sarebbe offensivo “della dignità e della morale pubblica”, e “potenzialmente lesivo dei sentimenti e degli interessi pubblici collettivi”. Una censura di fatto, esplicita, neppure mascherata da un pretesto (quale potrebbe essere, ad esempio, un impedimento tecnico all’uso della struttura). Per tutelare non si sa bene quali sentimenti che il sindaco ritiene di incarnare, egli procura certamente un danno a noi tutti come cittadini mediante la lesione del nostro diritto costituzionale alla libertà di espressione del pensiero “con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (Articolo 21). Non vale la pena contestare qui punto per punto questa motivazione ridicola e pericolosa come questa destra di cui il sindaco è espressione. Possiamo solo aggiungere che lo spettacolo – pur affrontando un tema scabroso: la vicenda umana e politica della BR Mara Cagol – rappresenta un utile momento di riflessione critica, mai apologetica, sulla lotta armata e sul terrorismo che, ci piaccia o no, fanno parte della storia del nostro paese. Noi, che abbiamo visto le prove dello spettacolo, lo possiamo affermare serenamente. In ogni caso, per essere criticato, anche duramente, lo spettacolo avrebbe dovuto aver luogo. Voltaire avrebbe detto: “Non condivido nulla di quello che dici, ma mi batterò affinché tu possa farlo liberamente”. Voltaire viveva sotto una monarchia assoluta. Per i cittadini di una democrazia compiuta, questa lotta non dovrebbe più essere necessaria. Ma purtroppo non è così. Per queste ragioni, vi invitiamo a venire lo stesso, come se lo spettacolo avesse luogo, davanti al Teatrino civico alle 21 di questa sera, per riaffermare la volontà di difendere i nostri diritti costituzionali».
di Mauro Ravarino da r/umori fuori fuoco
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