giovedì 24 aprile 2008

Tav Bologna Firenze:
tra le viscere della montagna



Fino al 2006 gli infortuni erano 3842. Sette i morti legati alle attività di cantiere. Tre le vittime di incidenti stradali avvenuti nel tragitto tra casa e posto di lavoro. È questo il bilancio di quasi dieci anni di lavori nei cantieri Tav tra Bologna e Firenze. Un progetto presentato come il fiore all’occhiello dalla Tav spa, che dovrebbe permettere ai treni di viaggiare come proiettili, attraversando le viscere della montagna, e rendere l’Italia un paese più moderno, per molti più civilizzato. Più probabilmente un’inutile macina di dolore.

«Oggi stiamo entrando nella delicata fase di dismissione del cantiere – afferma Valentino Minarelli, segretario della Fillea-Cgil dell’Emilia Romagna –. Una fase pericolosa, come quella iniziale di allestimento, in cui alle ditte che hanno condotto i lavori di scavo e costruzione se ne aggiungono altre in subappalto, che forniscono un lavoro precario e meno regolamentato. Una delle prime cause di infortunio in questi casi è il movimento dei mezzi di trasporto nei piazzali. Quando non c’è un coordinamento aumenta il rischio che il personale venga investito. I report sulla sicurezza dimostrano che nello stadio iniziale i picchi di infortuni sono alti, mentre scendono negli anni successivi. E per quest’ultima fase, purtroppo, si può prevedere un innalzamento del numero di incidenti».

Per tutta la durata dei lavori è stato possibile, grazie all’impegno delle regioni Toscana ed Emilia Romagna, dei sindacati e delle imprese, un monitoraggio sugli infortuni e l’approvazione di una serie di norme di sicurezza nei cantieri, tra cui l’utilizzo di un cartellino che garantisce un controllo sugli spostamenti e le presenze dei lavoratori. Questo ha ridotto gli incidenti, soprattutto nella fase centrale della lavorazione, quando il numero delle imprese è limitato e il controllo è maggiore. Ma non è bastato.

Alla base della grande quantità di infortuni ci sono anche le condizioni disagevoli di lavoro che aumentano la disattenzione e lo stress dei lavoratori. Prima di tutto i turni. Sulla linea Bologna-Firenze è stato adottato un sistema a ciclo continuo con lo schema 6+1; 6+2; 6+3, dove il 6 sta per giorni di lavoro, con turni di otto ore (6-14, 14-22 e 22-6) che si succedono l’uno all’altro, e 1, 2 e 3 sono i giorni di riposo. «Bisogna considerare che la maggior parte degli operai e dei minatori proviene da regioni lontane, dalla lontana Calabria al profondo nord – commenta Girolamo Dell’Olio, presidente di Idra, associazione ambientalista toscana, da tempo vicina ai lavoratori nei cantieri Tav -. L’orologio biologico dell’organismo viene stravolto. Il tempo per tornare in famiglia è poco e nel nostro conteggio delle vittime abbiamo inserito anche chi ha perso la vita per strada, nei lunghi e stancanti viaggi cantiere-casa e ritorno. Inoltre per tutto il periodo lavorativo gli operai sono stati costretti a vivere in campi base isolati da ogni centro abitato e spesso, invece di utilizzare il giorno di pausa per riposarsi, hanno finito per fare straordinari illegali, molto difficili da documentare».

Ci sono poi l’insalubrità dell’ambiente di lavoro, un terreno impervio, argilloso, difficile da trattare, il pericolo degli scavi in galleria che aumenta in presenza di grisù, le squadre di lavoro ridotte, l’isolamento. «Una delle cose che mi ha fatto più impressione – continua Dell’Olio – è la voglia di contatto che hanno questi operai. Ogni volta che siamo andati a manifestare contro i lavori loro provavano a comunicare con noi, si facevano fotografare, cercavano amicizia, anche se in realtà la nostra azione puntava a bloccare gli scavi e quindi avrebbe danneggiato nell’immediato anche loro. Certo apprezzavano quello che noi chiedevamo e chiediamo: lavoro e ferrovie là dove loro abitano, nelle regioni prive di ogni servizio da cui sono costretti a emigrare».

La fine dei lavori sulla Bologna-Firenze (annunciata in principio per il 2002-2003) è prevista adesso per l’autunno del 2009 e l’entrata in funzione delle linee per il 2010. Ma tra le mille difficoltà di costruzione e gli errori di progettazione rimane un grave problema irrisolto: la mancanza di una galleria di soccorso nel tratto appenninico tra Vaglia e Bologna. «L’ultima galleria in direzione Firenze è divisa in due subtratte – spiega Dell’Olio –. Una lunga 11 km, approvata nel ’98, è completa di galleria di soccorso parallela. L’altra, di 60 km con poche e brevi uscite all’aperto, approvata nel ’95, ne è invece sprovvista. Si tratta di un tunnel monotubo, in cui treni viaggeranno in direzioni opposte a più di 250 km orari. In caso di incidente, l’unico modo per prestare soccorso sarebbe usare le finestre intermedie poste a 6 o 7 chilometri di distanza una dall’altra. Troppo poco per garantire la sicurezza».

I Vigili del Fuoco di Firenze hanno espresso perplessità sulle effettive possibilità di prestare soccorso in una simile situazione. Allo stesso modo si è espresso il professor Aurelio Misiti, ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, oggi nelle liste dell’Italia dei Valori, che - in una conferenza nazionale a Roma cui è stata invitata anche l’associazione Idra - ha confermato le mancanze progettuali della tratta in tema di sicurezza, ipotizzando un termine dei lavori ben oltre il 2009. Tutto questo va di pari passo con le logiche del sistema dei general contractor per la gestione dei cantieri. La Bologna-Firenze è stata affidata al general contractor Fiat che, come altri grandi gruppi affidatari, assegna ad altre ditte la progettazione e l’esecuzione (in questo caso il consorzio Cavet, che riunisce imprese fra le più quotate del nostro Paese, da Impregilo alla Cmc-Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna). L’architettura contrattuale e finanziaria però è tale che il general contractor risulta affidatario di una concessione di progettazione e costruzione delle opere, pagate interamente da Tav spa, senza però avere responsabilità sulla gestione. Questo determina una situazione paradossale che porta a prolungare il più possibile i lavori e a definire progetti sempre più costosi. Le vittime di una situazione in cui il concessionario non è impegnato a recuperare l’investimento fatto attraverso una buona gestione sono la qualità dell’opera e, ancor prima, i lavoratori.

Ilaria Leccardi da Cenerentola

sabato 1 marzo 2008

Ho 17 anni e fuggo dalla guerra

"Death visits everywhere". La morte ti può far visita dovunque. «È questo il proverbio inglese che mi ha dato coraggio durante i miei lunghi viaggi, nei momenti più difficili, anche quando sono arrivato davanti al mare e ho dovuto attraversarlo a bordo di un piccolo gommone. La paura di tornare indietro era più forte delle grandi onde che mi aspettavano».

Ahmed ha diciassette anni e viene dalla città di Ghazni, nel centro dell’Afghanistan. Il suo volto ha tratti orientali e occhi a mandorla, tipici dell’etnia hazara. Tra i suoi capelli scuri alcune striature grigie raccontano una maturità raggiunta troppo presto. La sua è una fuga dalla guerra, nata per rincorrere il sogno di studiare, quando anche l’istruzione nel suo paese era diventata un diritto per pochi.

«Sono scappato dall’Afghanistan due volte. La prima a nove anni, quando i talebani al potere avevano chiuso le scuole. Allora i miei genitori hanno pensato di mandarmi in Pakistan, a vivere da un amico di famiglia». Ma anche in Pakistan Ahmed non riesce a studiare, non ha i documenti regolari e non può frequentare la scuola. Allora la famiglia sceglie per lui un’altra strada: provare a chiedere asilo politico in Australia. Ma in Australia Ahmed non ci arriverà mai.

«Con documenti falsi e insieme a un signore che si è finto mio padre sono andato in Malesia e poi in Indonesia. Lì però la polizia ci ha fermati, ci siamo divisi e io sono finito in carcere per sette mesi. Più volte ho chiesto aiuto a organizzazioni internazionali come Iom (Organizzazione Internazionale per la Migrazione) e Unhcr (Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati) per ottenere asilo, ma è stato inutile».

Una volta uscito dal carcere, Ahmed torna in patria. Gli mancano gli amici e la famiglia. Quando arriva in Afghanistan scopre la realtà del conflitto. «A Kabul ho visto le case distrutte dalle bombe e una volta nel mio paese non ho più trovato i miei genitori, erano scappati dalla guerra, in Iran o forse in Pakistan».

È così che inizia la seconda fuga di Ahmed dall’Afghanistan. «Sono tornato in Pakistan dall’amico di mio padre, ma neanche lui c’era più. Ho dormito qualche giorno in una moschea, poi ho trovato lavoro in un negozio. E il padrone mi dava anche da dormire. Sono stato lì più di due anni poi sono ripartito, volevo andare in Inghilterra per ricominciare a studiare».

Ahmed parte per l’Iran, poi va in Turchia attraversando il confine con una camminata lunga sei notti. Arriva a Istanbul su un camion e lì poco per volta si organizza con un gruppo di cinque persone per raggiungere un’isola greca. «Abbiamo comprato un gommone a remi, ma nessuno di noi conosceva il mare né sapeva remare, eravamo terrorizzati. Era notte, faceva freddo, le onde erano altissime».

Caricati vicino a riva da una nave più grande, Ahmed e compagni sono accolti allo sbarco dalla polizia greca che prende loro le impronte digitali e li porta in un centro di accoglienza. «Eravamo tanti, non c’erano servizi igienici. Siamo stati lì tre mesi, dopodiché ci hanno dato un foglio di via. Entro un mese saremmo dovuti tornare in patria». L’unico modo per proseguire il viaggio era andare a Patrasso e provare a imbarcarsi su una nave diretta in Italia sfruttando la presenza dei camion che trovano posto nelle grandi stive. «Ho provato come fanno in tanti ad attaccarmi sotto il camion, ma la polizia mi ha scoperto e mi ha anche picchiato. Alla fine, insieme a un altro ragazzo afghano, sono riuscito a farmi caricare nel rimorchio di un Tir, pagando l’autista. Ci siamo nascosti sotto un mucchio di cartoni e siamo partiti. Con noi avevamo solo una bottiglia d’acqua e un pacco di biscotti».

I ragazzi riescono a scendere dal camion solo dopo 54 ore di tragitto e non in Italia, bensì in Austria. Fermati dalla polizia vengono condotti al di qua del confine, a Udine, in un centro di accoglienza. «Siamo stati qualche mese. Ma non ci trovavamo bene, c’erano tanti altri stranieri che disturbavano. Allora siamo scappati e con un treno siamo arrivati a Roma, dove abbiamo dormito un paio di settimane in un parco vicino al Colosseo. Infine, dopo esserci divisi, io sono arrivato a Torino. Era l’agosto del 2005».

Oggi Ahmed è affidato a una famiglia e frequenta il secondo anno di un istituto professionale. Parla correntemente sei lingue, il dari (una lingua afgana), il pashtun, il persiano, un dialetto indiano, l’inglese e l’italiano. E intanto studia il francese e lo spagnolo. In Inghilterra non è mai arrivato, ma in Italia si trova bene e ha tanti amici. «In questi anni sono cambiato. Quando ero piccolo vedevo la gente che faceva la guerra e anch’io volevo prendere le armi in mano per combattere. Oggi non lo farei mai». E quando gli chiediamo che cosa hanno lasciato nella sua memoria le lunghe traversate, Ahmed risponde: «Credo che siano state utili, anche se a tratti si sono rivelate un disastro. Quando la gente mi dice che sono un bravo ragazzo mi vengono in mente i miei genitori. Li ringrazio per aver pensato al mio futuro».

da Futura
Ilaria Leccardi

venerdì 1 febbraio 2008

Basta alle morti sul lavoro

Sarà una marcia. Alcuni la chiamano carovana. Attraverserà l’Italia tra marzo aprile e si svilupperà in una ventina di tappe e diverse iniziative: manifestazioni, occupazioni simboliche, spettacoli teatrali, concerti. Toccherà fabbriche, città, luoghi simbolici della lotta operaia e si concluderà a giugno con un appuntamento nazionale. Lo scopo è dire “BASTA!” alle morti sul lavoro.
Tra le tappe già individuate Torino, Milano, Dalmine, Marghera, Ravenna, la regione Toscana, Terni, Roma, Napoli, Melfi, Potenza, Manfredonia, Brindisi, Taranto, Praia a Mare, Gela e Palermo.
L’iniziativa, nata da un’idea della rete per la sicurezza sui posti di lavoro, fondata dallo Slai Cobas di Taranto e dell’Associazione 12 giugno che riunisce i familiari delle vittime dell’Ilva di Taranto, ha trovato numerosi appoggi in tutta la Penisola e sarà presentata con una conferenza stampa a Roma il 29 febbraio. In quell’occasione la rete proporrà anche il lancio una legge di iniziativa popolare come alternativa al testo unico sulla sicurezza.

Ilaria Leccardi

martedì 29 gennaio 2008

Un esperimento di gestione operaia

Sessantadue operai che guidano una fabbrica tessile. Un sistema di gestione che non viene calato dall’alto ma sorge all’interno del luogo di lavoro, tra le macchine, grazie ad assemblee e riunioni di settore. Non siamo in Argentina, ma a Bollate, periferia nord ovest di Milano, dove il 6 marzo 2006 la ex Timavo & Tivene si è trasformata in Syntess, fabbrica autogestita.

«La decisione di tentare la strada dell’autogestione è nata in poche ore – spiega Paolo Castellano, responsabile del personale -. Dopo un weekend di fuoco in cui i vecchi proprietari ci hanno abbandonato, le alternative di fronte a cui ci siamo trovati erano accettare la cassa integrazione, oppure provarci. E noi abbiamo scelto la seconda». La Syntess non è una cooperativa, ma una società di capitali, nata grazie alla Provincia di Milano, che ha dato 200 mila euro destinati inizialmente ad un eventuale ricollocamento dei lavoratori, e al contributo degli stessi operai che hanno versato le loro quattordicesime, in tutto 30 mila euro.

La fabbrica nasce nel 1958 su un’area di 25 mila metri quadri, 15 mila dei quali coperti, proprio nel centro di Bollate. E’ impegnata nella cosiddetta nobilitazione tessile, il momento della lavorazione dei tessuti che precede il confezionamento dei capi. Lo stabile, comprende una parte di laboratorio chimico, e due di lavorazione: l’area tintoria e l’area finissaggio. Grandi macchine, alcune simili a lavatrici, altre a giganti ferri da stiro, che lavorano senza sosta. Si producono tessuti in cotone, materiale tessile per la biancheria intima, ma anche pail e tessuti felpati.

A partire dagli anni Ottanta, quando a Bollate i dipendenti sono circa 250, la Timavo & Tivene, proprietaria anche di uno stabilimento in provincia di Treviso e uno in provincia di Bologna, è coinvolta nelle ripetute crisi del settore tessile. Dopo quella pesante del 2002, nel novembre 2004 la situazione precipita. I proprietari decidono di chiudere gli stabilimenti di Bologna e Bollate. Ma gli operai lombardi non ci stanno e iniziano a battersi per mantenere il posto di lavoro.

Nel marzo 2005, grazie all’impegno di un vecchio socio, nasce la Tintoria di Bollate. I lavoratori, che dopo le ondate di diminuzione del personale negli anni sono rimasti una novantina, vengono assunti con contratti a termine di un anno e per alcuni mesi la nuova fabbrica mantiene un bilancio in attivo. Ma a novembre il nuovo crollo. Il vecchio socio, anziano e incerto sulle prospettive future, decide di abbandonare.

A inizio marzo 2006, in concomitanza con la scadenza dell’anno di contratto a termine, sembra che la vecchia ditta Timavo & Tivene possa riprendere l’attività, ma all’ultimo straccia l’accordo. E così i lavoratori decidono di prendere la fabbrica in mano. Il tutto si sviluppa anche grazie al sostegno fondamentale della Filtea-Cgil (Federazione Italiana Lavoratori Tessili) e del suo segretario generale di Milano, Giuseppe Augurusa, impegnato fin dall’inizio nelle trattative con la vecchia azienda e guida per gli operai nel momento della scelta.

In un anno e mezzo di attività la Syntess ha ridotto il personale, per alleggerire i costi di gestione. Ma senza licenziamenti. Alcuni lavoratori sono stati ricollocati in altre fabbriche della zona, i più anziani hanno usufruito della possibilità del prepensionamento. Ora sono rimasti in sessantadue, la metà donne. «Non è stato semplice e non è semplice tuttora – continua Castellano -. Abbiamo dovuto riaccendere i macchinari dopo alcuni mesi di inattività e ritrovare la fiducia dei vecchi clienti, che in parte si erano già rivolti ad altre aziende».

Il consiglio di amministrazione è composto da un amministratore esterno e da due lavoratori. Ma è tutto l’insieme degli operai-soci a partecipare alla gestione dell’azienda, tramite riunioni di settore a diverso livello. I primi mesi di attività i conti sono andati in positivo. Oggi la situazione è un po’ più critica, ma le difficoltà dipendono soprattutto dai brutti momenti che il settore tessile attraversa periodicamente. «Produciamo 5 mila chili di merce al giorno, a fronte di una potenzialità di 15 mila», dice un po’ preoccupato Castellano.

Ma gli operai della Syntess hanno un progetto ben chiaro in mente, che comprende anche l’abbattimento dei costi energetici. E’ per questo che hanno cercato un partner che li potesse aiutare, sia dal punto di vista della capitalizzazione che da quello del risparmio di energia. E lo hanno trovato in TeSI, società di servizi energetici che è entrata nel capitale sociale della Syntess e ha costruito una nuova centrale energetica funzionante con il sistema di cogenerazione del vapore. Questo permetterà un risparmio notevole alla fabbrica, ma soprattutto la possibilità di vendere energia alla città di Bollate.

«L’ostacolo più grande ora è far comprendere a tutti l’importanza di partecipare. Molti operai si sono responsabilizzati e lavorano bene. Ma ogni tanto capita che la produzione non sia fatta al meglio. E noi questo non ce lo possiamo permettere. A volte ci è toccato anche prendere dei provvedimenti disciplinari». Una visione che rende questi lavoratori, forse anche un po’ inconsapevolmente, esempi di un discorso sociale avanzato, fatto di responsabilità e partecipazione collettiva.

«Oltre a un po’ di follia e a molto coraggio – prosegue Castellano – è necessario un gruppo di persone che sappia trascinare la lotta. Un gruppo che sia credibile all’interno della fabbrica ma anche nelle relazioni con l’esterno. Abbiamo avuto una certa visibilità mediatica, ora però l’importante è che venga dato un quadro legislativo alla nostra situazione, che per ora in Italia è unica, ma non è detto che lo rimarrà».

Ilaria Leccardi da Cenerentola

Anoressia: a rischio anche i ragazzi


Evitare il cibo. Non dare sfogo al palato. Privarsi del piacere del gusto, nella ricerca tormentata del fisico perfetto. Digiunare. Consumarsi. Consumarsi fino a svanire, annullarsi. E poi scomparire. L’anoressia è una malattia che colpisce in prevalenza la popolazione femminile in età adolescenziale. Ma in realtà, ha anche un volto maschile, in crescita negli ultimi anni. Lo sostiene uno studio del Ministero per le Politiche Giovanili e le Attività Sportive e del Ministero della Salute, secondo cui la percentuale di maschi affetti da disturbi alimentari raggiunge oggi il 5% dei malati totali, un numero decuplicato in soli cinque anni.

«Le manifestazioni e i sintomi dell’anoressia maschile sono gli stessi che colpiscono le donne – spiega il professor Giuseppe Malfi, responsabile della struttura dietetica sui disturbi alimentari delle Molinette di Torino – voglia di perdere peso e timore di recuperarlo, iperattività fisica, incapacità di riconoscere la malattia. Ma mentre tra le ragazze si è affermato il concetto di magrezza come sinonimo di successo, tra gli uomini prevale la ricerca estetica del bel fisico. Questa ossessione prende la forma della cosiddetta vigoressia, una tendenza del ragazzo a svolgere molta attività fisica, passando un gran numero di ore in palestra, e a controllare in modo assillante il cibo che mangia».
Uno degli ultimi giovani che il professore ha visitato supera il metro e settanta ma pesa solo 48 chili. Dall’inizio della sua malattia di chili ne ha persi quasi 20. «In genere i ragazzi che cadono nell’anoressia sono normopeso, non tendono all’obesità – continua il professore –. Tra i primi alimenti che eliminano ci sono quelli contenenti carboidrati e grassi. C’è poi chi, per sopperire alla mancanza di cibo si riempie di liquidi, arrivando a bere anche 3 o 4 litri al giorno di acqua o altre bevande. Si chiama polidipsia, ossia necessità patologica di bere continuamente».

Ogni anno al centro pilota regionale delle Molinette per la cura dei disturbi alimentari entrano tra i 150 e i 200 nuovi pazienti anoressici. Un caso su venti riguarda maschi. E il professor Malfi conclude: «Se circa la metà delle adolescenti anoressiche riesce a uscire dalla malattia grazie alle cure, per i ragazzi spesso è più difficile venirne fuori». La malattia porta la persona a consumarsi poco per volta e i tassi di mortalità possono raggiungere anche il 20%. La metà dei decessi avviene per suicidio, ma sono anche molti i casi di morte per arresto cardiaco.
Il centro offre ai giovani in difficoltà linee telefoniche e mail dedicate all’ascolto.

I minorenni possono contattare il centro al numero 011.6307477, o all’indirizzo mail prato-18@centrodcapiemonte.com. I maggiorenni invece possono chiamare il numero 011.6336252/3 o scrivere a prato+18@centrodcapiemonte.com.
Ilaria Leccardi


di Ilaria Leccardi da Futura

lunedì 28 gennaio 2008

La Thyssen è vuota. La piazza no

Sono passati quasi due mesi dalla tragedia alla ThyssenKrupp. La fabbrica di corso Regina Margherita è chiusa, ferma, silenziosa. All’esterno però gli operai si muovono, discutono del proprio futuro, provano a restare uniti. E intanto, nascono diverse iniziative per non dimenticare quella notte e sostenere i centocinquanta lavoratori rimasti fuori dai cancelli.

«Ci incontriamo davanti alla fabbrica ogni tre o quattro giorni – racconta Ciro Argentino, delegato Fiom alla ThyssenKrupp –. Parliamo della nostra situazione lavorativa e del nostro futuro, anche se, dopo aver incontrato i rappresentanti dell’azienda negli ultimi giorni di dicembre, non abbiamo più avuto riunioni ufficiali e molti di noi ancora non sanno nulla di quello che sarà il loro ricollocamento. Inoltre stiamo raccogliendo testimonianze sulla situazione in fabbrica prima dell’incidente, per dimostrare che l’azienda è imputabile non solo per il rogo, ma anche per aver sempre ignorato le misure in tema di sicurezza. Ci siamo affidati a due studi legali vicini al sindacato, mentre le famiglie delle vittime hanno preferito agire da sole, scegliendo dei propri avvocati».

In questo cammino i lavoratori non sono soli. C’è chi alla Thyssen ha pensato di dedicare un concerto, come quello del 19 gennaio scorso al circolo Arci Evadamo di Torino, a cui hanno partecipato più di settecento persone e molti lavoratori. C’è chi, come i giovani dell’associazione Monkeys Evolution, ha deciso di lanciare una raccolta firme per chiedere al Comune di Torino la realizzazione di un murales grande e colorato in ricordo delle vittime. I delegati della fabbrica hanno anche pensato ad una Partita del Cuore con la nazionale cantanti per mantenere alta l’attenzione sull’emergenza delle morti sul lavoro, e per ognuna delle famiglie delle vittime sono già stati raccolti più di 500 mila euro, grazie alle sottoscrizioni organizzate da sindacati, quotidiani, associazioni, enti locali.
Non è mancata la solidarietà di molti operai italiani, che hanno deciso di devolvere il guadagno di alcune giornate di lavoro.

E sull’intera vicenda “vigilano” ora le telecamere di Rai3. Dall’otto dicembre scorso, infatti, su idea di Simona Ercolani, autrice televisiva, e del marito Fabrizio Rondolino, tre giovani registi – Gigi Roccati, Sara Ristori e Paolo Fattori – sono al lavoro per realizzare un documentario sulla tragedia dell’acciaieria di corso Regina, che verrà trasmesso in primavera da Rai3. «Contiamo di finire il lavoro ad aprile per poterlo mandare in onda il primo maggio – racconta Roccati – Per ora abbiamo oltre cento ore di girato, speriamo di farcela».

Ma il documentario non affronterà solo i fatti della notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007: «Abbiamo pensato di costruirlo su tre livelli. Innanzitutto racconteremo la storia della tragedia e le sue conseguenze. Poi daremo spazio alle famiglie delle vittime, al loro dolore e alle loro reazioni, e alle singole storie degli operai in lotta. Infine parleremo dell’inchiesta giudiziaria in corso». Per più di un mese i tre registi hanno vissuto con gli operai Thyssen: «Abbiamo trascorso con loro Natale, Capodanno, il giorno della Befana, le domeniche, intere notti. Non è stato facile, ma abbiamo cercato di essere il più discreti possibile».

Ilaria Leccardi e Gabriella Colarusso